Africa senza stereotipi: “Fino a che il leone non ha il suo narratore, il cacciatore avrà sempre la parte migliore nella storia”

“Fino a che il leone non ha il suo narratore, il cacciatore avrà sempre la parte migliore nella storia”, così recita un vecchio proverbio africano che motiva assai bene la necessità di un cambio di linguaggio e di contenuti nell'informazione occidentale verso il cosiddetto “continente nero”. Per questa ragione la scorsa settimana Udine ha ospitato tra i più importanti reporter e giornalisti che scrivono e raccontano il continente africano. L'evento “Parliamo di casa loro, Africa senza stereotipi” organizzato dall'associazione Time For Africa in collaborazione con FriuliSera, con il Forum Regionale delle Diaspore che raggruppa 15 associazioni di migranti africani e con Assostampa FVG, è nato dalla volontà di aprire una riflessione su quanto richiamato da padre Alex Zanotelli, che nel mese di luglio del 2017, divulgò un appello alla stampa italiana per forzare il silenzio mediatico che grava sull’Africa. In realtà non vi è solo il silenzio sulla realtà di quell'enorme continente che viene oggi trattato prevalentemente per la questione migrazione, ma è in generale profondamente errato e deficitario il modo di rappresentare l’Africa e le sue diversità. Nella maggior parte dei casi da parte dei media a grande diffusione, il modo di proporre l'Africa, è ancora segnato dai luoghi comuni e dagli stereotipi, perché i media, sia quelli internazionali occidentali che italiani sono purtroppo più concentrati sulle vicende di cronaca che a guardare altri aspetti del continente. Aspetti  che diventano fondamentali per comprendere la natura dei fenomeni di cronaca, migrazioni verso l'Europa comprese.
L’Africa in realtà è un continente immenso, fatto di tanti popoli e culture, un luogo pieno di storia che, per chi non lo sapesse, è iniziata ben prima della colonizzazione europea. Oggi tradizioni e modernità si fondono in una dimensione che molti occidentali non sono in grado di cogliere e che non è quasi mai narrata, così si arriva ad interpretare i fenomeni in maniera miope quando non strumentale.
La narrazione giornalistica, sia essa stampata che video, è spesso viziata da un pregiudizio di base influenzato dal retaggio culturale dei colonialismi occidentali. In realtà l’Africa non è diversa da altre regioni del mondo, ma c’è un modo semplicistico che associa quel continente, più di altri, a tragedie epocali, guerre, catastrofi climatiche e ambientali. Certo quelle cose in Africa vi sono, ma in realtà si tratta solo di un pezzo della narrazione che andrebbe fatta su quel continente immenso e se è vero che le sfide dell’Africa devono essere affrontate e risolte prima di tutto dagli africani, è anche vero che l'atteggiamento del ricco occidente deve modificarsi proprio iniziando da una narrazione più corretta. L'Africa non è solo guerra e carestia, ma anche fucina di grande cultura e storia che si intreccia in maniera indissolubile con quella dell'unica razza veramente esistente che è la razza umana.
In sostanza l’Africa non ha bisogno di essere salvata, merita solo di essere rispettata ad iniziare dalla dignità delle sue popolazioni e dalle sue materie prime, un immensa ricchezza che è il reale motore degli interessi occidentali e che per gli africani, anziché opportunità di sviluppo e benessere sono causa di oppressione, violenza e schiavitù. Per questo gli slogan del tipo “aiutiamoli a casa loro” nascondono dietro ad un presunto impegno, solo la volontà di allontanare i problemi dai confini occidentali, di nascondere la polvere sotto il tappeto per mantenere uno status quo predatorio che è alla base del benessere occidentale.
Per “aiutarli davvero a casa loro” si dovrebbe iniziare proprio da rendere correttamente la narrazione della realtà di quel continente. Per farlo bisogna  iniziare ad ascoltare l'Africa ed oggi più che in passato è più semplice, perché l’Africa in realtà ha i suoi narratori, con una produzione giornalistica e letteraria propria che racconta assai meglio di molti media occidentali cosa accade nel continente, basterebbe avere la volontà di attenzionare quando viene prodotto ed è già presente sul web. Il problema italiano ed occidentale in generale è la semplificazione di problemi complessi che non possono essere trattati solo guardando gli effetti, i “fastidi” che provocano al nostro modello di vita. Se aggiungiamo poi che i media seguono i metodi di un giornalismo “mordi e fuggi” con giornalisti inviati dalle loro testate per un tempo brevissimo a seguire gli eventi, ben si comprende che la narrazione dei fenomeni e parziale quando non volutamente strumentale. Così l’informazione sull’Africa è divenuta approssimativa, appiattita, spesso scorretta. E se i giornalisti sono responsabili del modo di affrontare le notizie e la narrazione dei luoghi da cui provengono, anche il lettore, se non vuole rimanere passivo, dovrebbe sentire qualche dovere, ad iniziare da quello di cercare altre fonti. Non fermarsi alle prime notizie “cotte e mangiate” ma leggere articoli provenienti da varie fonti anche estere o cercare voci alternative che oggi esistono. Questi principi dovrebbero valere per ogni genere di informazione che ci viene proposta soprattutto su internet, ancora di più quando si parla di Paesi e di genti lontane. Vi sono anche media “specializzati” ad aiutarci, però questi non hanno una diffusione di massa e difficilmente, se non per la bravura di singoli giornalisti, trovano spazio nei “giornaloni” o nelle Tv nazionali. Il web quindi resta una opportunità di conoscenza che mai nella storia dell'uomo ha reso così facilmente fruibili notizie e informazioni. Certo c'è un problema di selezione ma alla fine non è impossibile per il lettore e per il giornalista accorto trovare fonti attendibili e che viaggiano al di fuori degli stereotipi. Un lezione da questo punto di vista  ci viene dallo scrittore keniano Binyavanga Wainaina che nel 2005 ha pubblicato sulla rivista Granta (storico periodico culturale edito in Gran Bretagna dal 1889) una sorta di manifesto satirico intitolato “Come scrivere d’Africa”. Quello scritto è un riferimento prezioso per chi scrive di Africa e di africani e vuole farlo nella maniera più corretta possibile. In quell'articolo “rovescio” Wainaina dispensava consigli ironici per continuare a offrire un’immagine del continente ricca di stereotipi e pregiudizi. Vale la pena leggere lo scritto di 13 anni fa ma estremamente attuale, dice Wainaina:

“Nel titolo, usate sempre le parole “Africa”, “nero”, “safari”. Nel sottotitolo, inserite termini come “Zanzibar”, “masai”, “zulu”, “zambesi”, “Congo”, “Nilo”, “grande”, “cielo”, “ombra”, “tamburi”, “sole” o “antico passato”. Altre parole utili sono “guerriglia”, “senza tempo”, “primordiale” e “tribale”.
Mai mettere in copertina (ma neanche all’interno) la foto di un africano ben vestito e in salute, a meno che quell’africano non abbia vinto un Nobel. Usate, piuttosto, immagini di persone a torso nudo con costole in evidenza. Se proprio dovete ritrarre un africano, assicuratevi che indossi un abito tipico masai, zulu o dogon.
Nel testo, descrivete l’Africa come se fosse un paese caldo, polveroso con praterie ondulate, animali e piccoli, minuscoli esseri umani denutriti. Oppure caldo e umido, con popolazione di bassa statura che mangia scimmie. Non perdetevi in descrizioni accurate, l’Africa è grande: cinquantaquattro nazioni e novecento milioni di persone troppo impegnate a soffrire la fame, morire, combattere o emigrare per aver tempo di leggere il vostro libro.
Il continente è pieno di deserti, giungle, altipiani, savane e molti altri paesaggi, ma questo non interessa ai vostri lettori. Fate delle descrizioni romantiche, evocative, senza esagerare con i dettagli.
Ricordatevi di dire che gli africani hanno la musica e il ritmo nel sangue, e che mangiano cose che nessun altro uomo è in grado di mangiare. Non citate mai riso, carne e grano: preferite, tra i piatti tipici del continente nero, cervello di scimmia, capra, serpente, vermi, larve e ogni sorta di selvaggina. E ricordatevi anche di aggiungere che voi siete riusciti a mangiare questi cibi e anzi che avete imparato a farveli piacere.
Soggetti vietati: scene di vita quotidiana, amore tra africani, riferimenti a scrittori o intellettuali, cenni a bambini scolarizzati che non soffrano di framboesia, Ebola o abbiano subìto mutilazioni genitali. Nel libro adottate un tono di voce sommesso e ammiccante con il lettore e un tono triste, alla “era esattamente quello che mi aspettavo”.
Chiarite subito che il vostro progressismo è senza macchia e dite quanto amate l’Africa e come vi sentite in armonia con quella terra e anzi, non potete viverne lontani. L’Africa è l’unico continente che si può amare: approfittatene! Se siete uomini, descrivete le torride foreste vergini. Se siete donne, parlate dell’Africa come di un uomo in giubbotto multitasche che sparisce nel tramonto. L’Africa è da compatire, adorare o dominare. Ma qualsiasi punto di vista scegliate, assicuratevi di dare l’impressione che senza il vostro intervento l’Africa sarebbe spacciata.
I vostri personaggi possono essere guerrieri nudi, servitori reali, indovini, sciamani e vecchi saggi che vivono in splendidi eremi. O ancora politici corrotti, guide turistiche incapaci e poligame o prostitute che avete frequentato. Il servitore reale deve avere l’atteggiamento di un bambino di sette anni, bisognoso di una guida, che teme i serpenti e vi trascina di continuo in oscuri complotti. Il vecchio saggio discenderà sempre da una nobile tribù, i suoi occhi saranno cisposi e lui sarà vicino al cuore della madre terra.
L’africano d’oggi è un grassone che lavora (e ruba) all’ufficio visti e nega permessi di lavoro agli esperti occidentali, che hanno davvero a cuore il bene del continente. È un nemico dello sviluppo, che ostacola gli africani buoni e competenti che vorrebbero creare organizzazioni non governative e riserve protette. Oppure è un intellettuale che ha studiato a Oxford ed è diventato un serial killer di politici in doppiopetto: è un cannibale a cui piace lo champagne di marca e sua madre è una ricca maga e guaritrice.
Non dimenticatevi di inserire nel libro la donna africana denutrita che vaga seminuda nel campo dei rifugiati aspettando la carità dell’occidente: i suoi figli hanno le mosche sugli occhi e gli ombelichi tondi e lei ha le mammelle vuote e cadenti. Deve sembrare bisognosa e non deve avere né un passato né una storia (qualsiasi digressione smorzerebbe la tensione drammatica).
Si deve lamentare ma non deve spendere una parola per sé, tranne i riferimenti alla sua sofferenza. Inserite anche una figura femminile materna e sollecita, dalla risata forte, che si occupa di voi e del vostro bene e chiamatela semplicemente Mama. I suoi figli saranno tutti delinquenti.
Tutti questi personaggi dovrebbero far da contorno al vostro eroe, aiutandolo a sembrare migliore. È lui che li può istruire, lavare, sfamare. Si occupa di moltissimi bambini e ha visto la morte. Il vostro eroe siete voi (se si tratta di un reportage), oppure un generoso aristocratico (o vip) straniero pieno di fascino tragico, che ormai si è dedicato ai diritti degli animali (se il vostro libro è di narrativa).
Tra i personaggi occidentali cattivi ci devono essere i figli dei ministri conservatori al governo, gli afrikaners, gli impiegati della Banca mondiale. Quando parlate dello sfruttamento esercitato dagli stranieri, citate i commercianti cinesi e indiani e, in generale, accusate l’occidente per la situazione del continente africano.
Cercate però di non entrare troppo nello specifico. I ritratti rapidi e approssimativi vanno benissimo. Evitate che gli africani ridano, o educhino i loro bambini, e non ritraeteli in circostanze frivole. Fategli dire qualcosa d’interessante sull’impegno europeo o statunitense nel continente. I personaggi africani dovrebbero essere pittoreschi, esotici, più grandi della vita, ma vuoti dentro, senza contrasti, conflitti e scelte nelle loro esistenze, nessuna profondità o desideri che confondano le idee.
Descrivete nel dettaglio i seni nudi, i genitali sottoposti a mutilazione e quelli di grosse dimensioni. E i cadaveri. O, meglio ancora, i cadaveri nudi. E soprattutto i cadaveri nudi in putrefazione. Ricordatevi: qualsiasi opera in cui la gente africana sembri miserevole e ripugnante sarà vista come l’Africa “vera”, ed è proprio questo che volete sulla copertina del vostro libro. Non fatevi troppi scrupoli in proposito: state cercando di aiutare il continente chiedendo aiuto agli occidentali.
Il massimo tabù quando si scrive di Africa è descrivere la sofferenza e la morte di un bianco. Anche gli animali devono essere ritratti in modo complesso e articolato. Parlano e hanno nomi, ambizioni e desideri. Sono anche bravi genitori: “Vedete come i leoni istruiscono i figli?”, gli elefanti sono altruisti, le femmine sono vere matriarche e i maschi dei dignitosi capibranco.
E lo stesso per i gorilla: non dite mai niente di negativo sugli elefanti o sui gorilla. Difendeteli sempre, anche quando invadono terre coltivate, distruggono raccolti e uccidono gli uomini. Descrivete i grandi felini con enfasi. Le iene invece sono un bersaglio consentito e devono avere un vago accento mediorientale.
Qualunque piccolo africano che viva nella giungla o nel deserto va descritto sempre di buon umore. Dopo gli attivisti vip e i volontari, in Africa le persone più importanti sono quelle che si battono per la tutela dell’ambiente. Non offendetele. Avete bisogno che v’invitino nelle loro riserve da diecimila metri quadrati, perché è l’unico modo a vostra disposizione per incontrare e intervistare gli attivisti vip.
Mettere in copertina l’immagine di uno (o una) che si batte per l’ambiente, con l’aria intrepida e lo sguardo ispirato, funziona benissimo in libreria e vi farà vendere un sacco. Chi può essere considerato così? Be’, qualsiasi bianco, abbronzato, con vestiti tinta kaki, che almeno una volta abbia accudito un antilope o possegga un ranch è uno (o una) che sta cercando di tutelare il ricco patrimonio naturale dell’Africa. Quando l’intervistate, non fate domande sul denaro; non chiedete quanti soldi ne ricava. Soprattutto, evitate qualsiasi riferimento alla paga che dà ai suoi lavoranti.
Se vi dimenticate di citare la luce africana, i vostri lettori rimarranno stupiti. E i tramonti. Il tramonto africano è d’obbligo. È sempre grande e rosso e il cielo è vastissimo. Gli enormi spazi aperti e gli animali da cacciare sono i punti focali. L’Africa è la terra degli enormi spazi aperti. Quando descrivete la flora e la fauna, ricordatevi di dire che l’Africa è sovrappopolata.
Invece, quando il vostro protagonista si trova nel deserto o nella giungla in mezzo agli indigeni è bene avvisare il lettore che l’Africa è stata spopolata dall’aids e dalla guerra. Vi servirà anche un nightclub chiamato Tropicana dove s’incontrano i mercenari, i malvagi parvenu indigeni, le prostitute, i guerriglieri e gli esuli. In ogni caso, chiudete il vostro libro con Nelson Mandela che dice qualcosa sugli arcobaleni e sulle speranze di rinascita. Perché voi ci tenete".

Fabio Folisi

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