Al voto, al voto. Ma l’offerta politica 2018 è davvero scadente. Basta settarismi serve la costruzione di un futuro possibile

Votate per chi volete ma che sia un partito democratico e cristiano, tuonava così dal pulpito, almeno secondo epici racconti popolari, il sacerdote incontinente che non riusciva proprio a non professare la sua partigianeria. Erano i tempi, se non di Don Camillo e Peppone, di Andreotti e Berlinguer. Tempi nei quali l'ideologia poteva giustificare colpi bassi ma con stile, non certo l'attuale stupida acrimonia. Purtroppo l'inevitabile crollo dei partiti per mano di “mani pulite” anziché spazzare solo il malaffare ha spazzato anche una intera classe dirigente e soprattutto un modo di fare politica e formare le classi dirigenti che, con tutti i difetti, aveva anche motivazioni nobili e non certo legate come oggi solo ai concetti di denaro e potere. Una classe politica che partiva dalla gavetta e non veniva lanciata allo sbaraglio nell'agone politico ai massimi livelli come sprovveduti ed arroganti toreri. Intendiamoci questo non vale, come qualcuno avrà subito pensato, solo per i seguaci di Grillo compreso l'improvvisato “statista” Di Maio, ma per tutte le forze politiche che per far quadrare alchimie e paletti di genere, categorie, territori, alla fine costruiscono liste che per qualità fanno rabbrividire. Come sappiamo tutto questo è scaturito dal ventennio Berlusconiano che ha influenzato profondamente la cultura politica, ma con gran colpe anche per chi berlusconiano non era, ma pensando di “semplificarsi la vita”, ha pensato che la strada del verticismo e della rappresentanza forzosa anziché quella della faticosa rappresentanza diffusa, fosse la via migliore per comandare e decidere nel partito prima e magari nel paese poi. Un dramma, con il risultato che solo per aver bevuto ai pozzi avvelenati dal berlusconismo, anche quella che un tempo chiamavamo sinistra e poi centrosinistra, (attraverso una folle fusione fredda Pci-Margherita) ha perso gran parte della sua spinta propulsiva progressista puntando al massimo a diventare il meno peggio e rendendosi rea di politiche regressive per i diritti sociali che neppure la destra qualche anno prima avrebbe neppure sognato di poter fare. Così oggi alla vigilia del voto ci troviamo nella peggiore delle situazioni, con una legge elettorale che sembra essere scritta da furbetti maneggioni ubriachi e che ha creato degli ignobili apparentamenti funzionali solo a cervellotiche alchimie matematiche tese, fra l'altro, non alla propria vittoria, ma a far perdere gli altri. Il tutto mentre l'ombra dell'inciucio aleggia già sui risultati. Già solo per questo bisognerebbe escludere il voto alle coalizioni ree di aver partorito e votato il rosatellum al quale andrebbe dato il premio “ignobel”. Ma in realtà, pur nella convinzione che al voto bisogna andarci, perché l'astensione favorisce proprio chi ha generato questa situazione, corre l'obbligo, magari solo per “pillole” evidenziare il perché non apporre la croce su certi simboli. Opinioni personali, intendiamoci. Per par condicio evidenzieremo delle criticità che riguardano tutti o almeno tutte le forze che rappresentano qualcosa in termini di eletti potenziali, ma che ovviamente potranno fare più o meno danni all'Italia.
Partiamo dal centro destra, tralasciando Casapound che non dovrebbe neppur competere perché forza palesemente fascista e che quindi andrebbe sciolta direttamente in forza di legge. La coalizione di centrodestra, anzi di destra-centro, si è ritrova anche se non hanno avuto il coraggio di rispolverarlo, sotto lo vecchio slogan “vincere e vinceremo” che come è noto non è che porti bene. Tralasciando l'imbarazzo della presenza di molti personaggi davvero impresentabili ma evidentemente necessari per gli equilibri interni ed esterni, è il programma che lascia basiti, non solo non ha alcuna omogeneità ma viene continuamente interpretato a seconda di chi parla. Fratelli D'Italia di Giorgia Meloni sposa la linea sucida per l'Italia del gruppo dei quattro Paesi del club di Visegrad (tutti Paesi curiosamente, ma neppure troppo, ex Patto di Varsavia) Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia che intendono il futuro dell’Europa in senso sovranista pur volendo continuare a fare cassa con i fondi comunitari. C'è poi la Lega di Matteo Salvini con la sua ossessione migranti. Abile comunicatore televisivo per ragioni non del tutto chiare, è stato sostenuto per mesi dai media di ogni ordine e grado nella sua campagna xenofoba sui “clandestini”, facendo risorgere così la Lega ormai ai suoi minimi storici dopo la stagione degli scandali sui fondi “sottratti” e delle performance del “trota”. Il prode Salvini parlando via Tv alla pancia delle periferie sempre più provate dalla crisi economica è riuscito, evocando purghe e ruspe, a innestare quella guerra fra poveri che lo ha reso popolare. Che dire poi di Forza Italia e del redivivo Berlusconi che sempre meno lucidamente insiste con le proprie ricette economiche fallimentari rispolverando gli antichi cavalli di battaglia, come se dagli anni 90, non fossero passati alcuni lustri. Della quarta gamba meglio neppure parlare, un pezzo di Ncd di Angelino Alfano, autosciolto nell'oblio, è ritornato nell'orbita della casa del padre Silvio, Lupi in testa, mentre un altro pezzo capeggiato dalla Lorenzin è rimasto nell'orbita di Matteo Renzi. Già Matteo Renzi, arriviamo così al PD, il Giano bifronte della politica italiana, espressione di una doppiezza che rappresenta una cosa e il suo opposto, ma che ormai, dopo la stagione degli ultimi governi non solo si fatica a collegare nell'ambito della sinistra, ma anche la definizione “centro” comincia ad andare stretta, soprattutto se paragonata alla storia del passato. Le politiche sociali attuate nella morente legislatura non sono certo state compensate da quelle sui diritti civili. E non è infatti un caso che nella coalizione pro PD sia apparsa Emma Bonino con la sua lista +Europa, certo lei è indiscussa paladina dei diritti civili, ma è anche portatrice di una linea di politica economica sostanzialmente subalterna ai dettami del più ortodosso neoliberismo. Infatti l’idea di abbattimento del debito pubblico che propone la lista “Più Europa” è micidiale per il welfare, una cura da cavallo insostenibile socialmente e politicamente. Del resto il tema della riduzione delle insopportabili diseguaglianze economiche è del tutto estraneo a questo impianto liberista. Attenzioni quindi ai delusi del Pd che pensano che la Bonino possa essere una alternativa di “protesta” alla leadership renziana, in realtà ne è un pezzo molto funzionale. Tralasciando altre forze, più o meno sorte nel momento, resta il M5s che dopo aver archiviato la politica dei vaffa tenta quella del doppiopetto e del governo degli esperti, cercando così di aprire più fronti.Una guerra di “lotta” e di “governo”. Anche in questo caso il rischio che si sia generato un mostro è altissimo, non un Giano bifronte che lasciamo a Renzi, ma una Idra di Lernia e non nella versione mitologica greca contro la quale basterebbe un Ercole di turno, ma in quella più sottile di Erasmo da Rotterdam che così classificava il mostro a tante teste: «E poiché guerra genera guerra, da guerra finta nasce guerra vera, da guerra piccina guerra poderosa, non di rado suole accadere ciò che nel mito si racconta del mostro di Lerna ». Insomma una forza distruttiva senza neanche rendersene conto che rischia di creare una reazione a catena antisistema che si sa quando comincia e non quando finisce e che, come tutte le guerre, lascia intatti i privilegi di chi è in grado di difendersi, massacrando invece i deboli e gli oppressi. Restano le forze più significative di sinistra, LeU e Potere al popolo. Una possibile doppia scelta per chi ancora crede e spera che la sinistra possa cambiare le cose. Purtroppo le due forze non sono state capaci di arrivare ad una ipotesi unitaria neppure nel nobile tentativo del Brancaccio finito gambe all'aria per responsabilità multiple e condivise. LeU  già in difficoltà con le sue tre componenti, ha smesso di litigare per le poltrone praticamente solo per fare una campagna elettorale condotta con scarso coordinamento e diffidenza reciproca, dando uno spettacolo non certo edificante. Comunque con qualche strappo evidente, forse più personale che politico, si sono “associati” in un programma che pone dei chiari e soprattutto possibili obiettivi, cercando nazionalmente in Pietro Grasso un collante federatore che allo stato non sembra essere stata una scelta completamente azzeccata. Il leader già presidente del Senato, persona dalla storia indiscutibile e specchiata, ha dimostrato però di non essere proprio un politico di mestiere, non solo non buca lo schermo, e questo sarebbe il male minore, ma è incappato in alcuni accidenti comunicativi imbarazzanti. L'ultimo due giorni fa, il più devastante, l'annuncio della disponibilità ad un governo di scopo (se pur limitato alla legge elettorale) con Berlusconi e Renzi. Era l'unica cosa che un potenziale elettore di sinistra non voleva sentirsi dire e lui l'ha detta, stimolato forse da quel volpone di Bruno Vespa. La sopravvivenza del progetto LeU è ora affidata alle percentuali che riuscirà ad ottenere, non basterà infatti superare la soglia del 3%, dovrebbe arrivare almeno al doppio per lanciare per davvero un progetto a sinistra.   C'è poi Potere al Popolo, lista composta in realtà prevalentemente da candidati di Rifondazione Comunista che ha visto già il successo di essersi riuscita a presentare e  che ha già dato per possibile il mancato quorum che farebbe scattare la rappresentanza parlamentare. Potere al Popolo che vorrebbe richiamare a se quel mondo dei movimenti che spesso non trova voce si presenta con un programma che non convince del tutto perché, come abbiamo già scritto sollevando le ire di qualcuno che evidentemente vede la propria opinione come verità rivelata, si tratta di un susseguirsi di proposte certamente interessanti per chi ha a cuore l’accoglienza, le libertà civili e il welfare universalistico, ma con il limite di una non chiara impostazione macroeconomica. Spieghiamo meglio, non basta infatti far spallucce ai problemi e al mondo rivendicando la propria funzione anticapitalistica e la volontà di costruire il potere popolare, bisogna trovare modo di farlo. Le proposte insomma non sembrano tenere in conto la realtà geopolitica in cui sono immerse perchè alle persone non serve sentirsi raccontare quanto sarebbe bello il mondo libero da capitalismo e sfruttamento, bisogna indicare una strada praticabile e questo non lo si fa certamente richiudendosi nella torre del pensiero unico come filosofi eremiti o con anacronistici settarismi dandosi da soli medaglie e ipotizzando inconsciamente la purezza della  “razza di sinistra”. Così si rischia di rimanere da soli sulla montagna stringendo nelle mani l'asta di una bandierina rossa che alla fine scolorisce e si strappa. Un film drammaticamente già visto. Le buone intenzioni non bastano, i programmi devono vedersela, con la realtà dei fatti sennò generano frustrazioni e le frustrazioni sono matrigne pericolose. A tale proposito, pur non volendo associare Potere al Popolo se non per assonanza di nome con Servire il Popolo degli anni 70 e solo allo scopo di fare un bagno nella memoria del passato, invito a leggere l'articolo sul programma di Servire il Popolo del 1972, per farlo clicca qui.

Fabio Folisi

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