Aviano si conferma strategica per la proliferazione atomica militare Usa. Appalto da 1,2 milioni per la costruzione di un centro manutenzione per ordigni nucleari

La notizia che in altra epoca avrebbe giustamente trovato cittadinanza nelle prime pagine dei giornali è passata quasi inosservata. Non certo un caso in un paese dove si spendono fiumi di inchiostro e parole sui sacchetti ecologici di frutta e verdura ma non s discute di problemi come il ruolo militare del Paese o della presenza di ordigni nucleare di cui per decenni è stata negata la presenza. Ed invece con grande disinvoltura scivola via la notizia che dell'esito di un bando di gara emesso dal Ministero della Difesa per la costruzione all’interno dell’aeroporto di Aviano di un “vault support facility”. La sigla che pare evidenziare una inoffensiva struttura tecnica è in realtà quella che nel linguaggio militare Usa e che il Ministero della Difesa italiano non ha voluto tradurre in idioma italico, identifica un fabbricato da adibire alla revisione e manutenzione delle bombe atomiche, quelle bombe di cui ancora oggi si parla con estrema parsimonia obbedendo al fatto che il regolamento del Pentagono vieta espressamente di divulgare notizie sugli arsenali nucleari all’estero e che quindi la “difesa” italiana che spesso è stata più realista del re, evita di parlarne con sufficiente trasparenza per non dispiacere all'alleato.
Ma torniamo all'appalto che ha visto competere ben 160 ditte concorrenti (clicca per leggere PROCEDURA appalto )e veder prevalere una società cooperativa della provincia di Caserta, la GI.MI.ARL , che si è aggiudicata l’appalto mediante massimo ribasso  (clicca per leggere aggiudicazione aviano) e per l’importo di un milione e 242mila euro (importo da gara un milione 610 mila).  Per la realizzazione dell'opera ci vorrà circa un anno e mezzo.
Scavando un poco nella notizia si scopre che per le bombe atomiche made in Usa, quelle dislocate all’aeroporto di Aviano sarebbero una trentina ma potrebbero aumentare fino a 70, del resto già nel  2000 la base ospitava 50 ordigni stoccati in 18 caveau, ciascuno dei quali avrebbe una capienza massima di quattro bombe con una capienza quindi di 72 ordigni. Le bombe sono teoricamente ad uso esclusivo dei cacciabombardieri americani F-16 del 31esimo Fighter Wing, stormo dell’Usaf, anche se da documenti e analisi di esperti internazionali si parla anche di un eventuale utilizzo di aerei italiani (oggi Tornado, domani F35) che sarebbero attrezzati per ricevere sotto le ali gli ordigni in questione.
Di certo invece l’Italia spende una ventina di milioni di euro l’anno per la manutenzione delle bombe nucleari (quelle che formalmente per decenni non sono esistite) stoccate tra le basi aeree di Aviano e Ghedi. Questo dato l’ha messo nero su bianco il “Rapporto annuale sulle spese militari italiane” elaborato da Mileurox 2018 , l’osservatorio promosso da Enrico Piovesana e Francesco Vignarca con la collaborazione del Movimento nonviolento nell’ambito delle attività della Rete italiana per il disarmo. Ma se la fonte vi può sembrare partigiana si possono citare anche i dati della Federation of American Scientists, importante organizzazione scientifica con sede a Washington che stima in settanta gli ordigni nucleare presenti in Italia. Secondo gli esperti l'Italia è la nazione con il più alto numero di armamenti atomici americani stoccati sul suolo europeo. Poco meno della metà, rispetto a un totale di 180 bombe. Si tratta fra l'altro di ordigni anche datati identificati con la sigla B-61. Oggi sono in servizio alcune versioni che risalgono al periodo 1979-1989, la B61-3, B61-4 e B61-10, il primo ha una potenza massima di 107 kiloton, dieci volte superiore all’atomica di Hiroshima, è può essere regolato fino a un minimo di 0,3 kiloton. Il secondo modello ha una potenza massima di 45 kiloton e il terzo di 80 kiloton. Ordigni come detto  che possono essere trasportati da aerei  statunitensi, ma anche da velivoli delle forze aeree europee, compresi i nostri Tornado. Ma presto, anche sotto la spinta della nuova presidenza Trump,  gli Stati Uniti rinnoveranno il loro arsenale nucleare con l’ultima versione delle bombe, le B61-12, che con ogni probabilità presto arriveranno anche in Italia ed in questo progetto si inserisce la costruzione del “vault support facility” di Aviano che servirà per smantellare le bombe più vecchie da sostituire con quelle più moderne. Ordigni di grande potenza, che potranno essere trasportati anche sui nuovi F-35 gli ormai famosi cacciabombardieri di cui si doterà, tra mille polemiche per opportunità e costi,  anche l’Italia.
Difficile sapere molto sulle "strategie"  perfino da parte delle strutture parlamentari perchè gli accordi militari sono cose appunto per militari e la politica è meglio non metta il naso, almeno così l'hanno pensata, fra mille contraddizioni,  tutti i governi che si sono succeduti a Palazzo Chigi dal dopoguerra ad oggi.  Quello che si scopre in genere arriva da esperti stranieri che hanno le loro fonti. Si  sa ad esempio che tra Italia e Stati Uniti esiste un accordo segreto per la difesa nucleare, accordo che sarebbe stato rinnovato dopo il 2001 e forse “aggiornato" più recentemente. Il nome in codice sarebbe Stone Ax (Ascia di Pietra). L'accordo sarebbe stato sottoscritto dopo l'11 settembre 2001 dal governo Berlusconi. Ma quello del 2001 non sarebbe stato il primo accordo e non certo l'ultimo, probabilmente fin dagli anni 50 gli Usa imposero all'Italia repubblicana che aveva perso la guerra, bombe e segretezza. Per anni quindi la negazione dell'esistenza degli ordigni atomici è stato l'imperativo categorico anche difronte all'evidenza. Poi nel nel settembre 1991, dopo il crollo del muro di Berlino,  con il presidente George Bush padre che aveva annunciato il ritiro di tutte le testate nucleari montate su missili o su mezzi navali presenti anche in Italia  iniziarono a circolare ufficialmente i numeri. In Europa erano rimaste 1400 bombe atomiche in dotazione all’aviazione poi in dieci anni il numero venne ridotto di circa due terzi fino appunto al 2001 quando venne siglato il nuovo accordo Stone Ax,  il tutto in barba al fatto che fin dai primi anni Settanta l’Italia aveva ratificato il trattato di non proliferazione delle armi nucleari. Un documento che oltre ad impegnare i firmatari a interrompere la corsa agli armamenti, fissava alcuni precisi paletti. In particolare, ognuno dei paesi militarmente non nucleari, come il nostro, si impegnava «a non ricevere da chicchessia armi nucleari o altri congegni nucleari esplosivi». Fatta la legge trovato l'inganno, così gli ordigni sono Usa ma potrebbero diventare tricolori al bisogno se Nato ordinasse.
La scelta di “ospitare” ordigni nucleari, oltre a problemi di natura relativa alla sovranità nazionale e alla collocazione geopolitica dell'Italia pone anche problemi di sicurezza. Ci si preoccupa tanto (anche giustamente) di un ragazzino che propagandava l'Isis sul Web ma non abbastanza del fatto che una base militare con testate atomiche potrebbe essere succulento obiettivo per organizzazioni terroristiche oltre a fare del territorio obiettivo di eventuale ritorsione nucleare in un malaugurato conflitto. Poco spazio sulla stampa ha trovato la notizia di uno studio internazionale austro-statunitense che ha simulato le conseguenze di una catastrofe nucleare nella base aerea di Aviano. Un'esplosione nucleare, anche di tipo “accidentale” (eventualità già ammessa come possibile in uno studio del 1997 commissionato dalla stessa US Air Force che evidenziava il rischio di esplosione nucleare nel caso in cui un fulmine avesse colpito il deposito di un ordigno nella fase di smantellamento, ossia quando la testata viene smontata dal resto della bomba) provocherebbe almeno 234mila morti
La ricostruzione-choc è emersa come detto da una ricerca congiunta austro-statunitense, i cui risultati sono stati presentati a Vienna nel 2014 nella conferenza “The Humanitarian impact of nuclear weapons” promosso dall'ufficio affari esteri del governo austriaco.
Con la simulazione elaborata dal Natural Resources Defenze Council di Washington e della Zentralstalt fur metereologie und geodynamic di Vienna si puntava a prevedere gli effetti di una catastrofe nucleare che dovesse verificarsi in una delle basi militari nel Vecchio Continente. La scelta è caduta sulla base di Aviano per la sua vicinanza con l'Austria. Se la popolazione fosse debitamente avvertita e protetta, spiegano gli scienziati, si avrebbero 82mila vittime: 26mila morti per l'esplosione e 56mila feriti provocati dalle conseguenze delle radiazioni. Se invece gli abitanti non fossero protetti in alcun modo, il conto dei morti salirebbe ulteriormente: si prevederebbero 234.500 morti, per la maggior parte feriti dai micidiali effetti della nube tossica che si verrebbe a creare. Nell'esplosione atomica di Hiroshima perirono 90mila persone, mentre per l'incidente nucleare di Chernobyl l'Onu calcola circa 4000 morti.

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