Legambiente FVG: Basta progetti autostradali e centraline nei territori montani

Ancora l’autostrada Cimpello Gemona. Da poco è stata rimessa in parziale e faticosa funzione l’infrastruttura ferroviaria Sacile-Gemona frutto di un impegno profuso da parte dalle istituzioni regionale e locali, da RFI e dal mondo associativo, che si ritorna a parlare dell’autostrada. La tesi di Confindustria di Pordenone vuole creare una correlazione tra collegamento autostradale e lo sviluppo economico regionale. Un vecchio ritornello. Secondo Legambiente tale ragionamento non sta in piedi per diverse ragioni: di natura ambientale (ulteriore consumo di suolo e frammentazione del paesaggio,…) e di natura economica: pensiamo ai conti in rosso della Pedemontana lombarda o della Pedemontana veneta. Le ipotesi progettuali erano naturalmente di ben altro tenore frutto di radiose prospettive. Si paventano carenze di infrastrutture viarie ma spesso verifichiamo sovrabbondanza di offerta con strade esistenti semivuote. Assembramenti di camion si possono semmai trovare da Pordenone verso il Veneto dove esiste peraltro già l’arteria autostradale A28 che rappresenta un esempio lampante di infrastruttura che non da risposte ai supposti problemi per i quali è stata costruita, vale a dire spostare il traffico dalla SS13. L’orizzonte strategico del trasporto merci deve necessariamente correre sul ferro, su una intelligente intermodalità e sullo sviluppo economie di prossimità. Altro tema all’ordine del giorno sono le “centraline nelle aree montane”. L’associazione ha trasmesso un appello ai comuni della Montagna regionale affinché aderiscono alla petizione per dire no al mini idroelettrico. Ma perché rinunciare a energia da fonti rinnovabili e provvidenze collegate? Risponde il Presidente dell’Associazione “Promuovere le fonti rinnovabili è un obiettivo imperativo per mantenere fede agli accordi di Parigi. Non tutte le azioni sono però virtuose, soprattutto se avvengono a scapito di risorse fondamentali per il corretto funzionamento degli ecosistemi, quali l’acqua. L’impatto risulta evidente anche agli “occhi meno attenti”, soprattutto nelle aree montane che peraltro risultano essere le più esposte e vulnerabili ai rapidi cambiamenti del clima.” La petizione già trasmessa ai Ministeri competenti e firmata da molti ed enti e associazioni presenti nelle Regioni Alpine propone di: - abrogare gli incentivi al piccolo idroelettrico nei corsi d’acqua naturali sotto 1 MW, - ridurre in modo consistente gli incentivi sotto i 3 MW, - sostenere economicamente il revamping degli impianti esistenti per aumentarne la capacità produttiva senza incrementare le portate derivate, - eliminare il concetto di pubblica utilità per gli impianti sotto i 3 MW e il contestuale inserimento dei Comuni nel processo autorizzativo, dando in tal modo pieno valore alle loro previsioni urbanistiche.

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