Caro Renzi, evocando il non voto si vince, ma è pericoloso

Di Fabio Folisi

Il referendum sulle trivelle è passato, la stragrande vittoria dei sì (85%) non basta ad abrogare la norma sulla durata delle concessioni entro le 12 miglia. 51 milioni di italiani sono stati chiamati al voto anti-trivelle in un clima di assordante propaganda astensionista del governo e di scarsa informazione sulla concreta posta in gioco. Renzi ha occupato le tv di Stato e quelle “amiche” nelle poche trasmissioni dedicate al referendum consigliando di non votare, i giornali hanno cancellato l’appuntamento dalle prime pagine e quando della vicenda referendaria si è parlato, lo si è fatto costretti dalla vicenda delle dimissioni del ministro Guidi per le note vicende “petrolifere”. Ma detto questo, che era prevedibile, dato che il premier aveva già fatto capire il suo orientamento bocciando l'accorpamento del referendum con le amministrative (che avrebbe generato un risparmio di 300 milioni di euro) alcune considerazione vanno fatte. La prima è che questa volta sono mancati all’appello i seguaci di Grillo, i 5Stelle, interessati evidentemente solo alle battaglia di Palazzo ed in questo caso non hanno colto bene che un “vaffa” al premier ci poteva anche essere. Insomma la strada per il quorum è stata più che in salita, era una missione impossibile anche per via della sfiducia generata dopo i tanti referendum vinti e traditi, ultimi quelli del 2011 su acqua pubblica e nucleare. anche per questo gli italiani hanno nella loro maggioranza deciso di andare al mare, virtualmente o fisicamente. Ma non tutti, sono oltre 16 milioni i cittadini che resistono nel credere che il voto sia un dovere e non solo un diritto. L’ha capito anche il presidente del consiglio che pochi minuti dopo la chiusura delle urne, ha pronunciato il suo monologo da Palazzo Chigi. Certo ha attaccato, senza citarlo, il governatore dem della Puglia Michele Emiliano che è stato il front men dei referendari, ma depurato il discorso dai toni caratteriali tipici del premier, si comprende bene che, sotto sotto, l'incrollabile fiducia in se stesso ha vacillato e che in prospettiva delle amministrative e soprattutto del referendum confermativo della riforma costituzionale di ottobre, il premier rischia di arrivarci sull'orlo di una crisi di nervi. Per questo dopo le frasi d'attacco: “Ha perso chi voleva il voto per motivi personali”, “la demagogia non paga”, tra i perdenti il premier non enumera “i cittadini che sono andati a votare: chi vota non perde mai” ha invece detto iniziando così da subito la giravolta che lo porterà agli appelli al voto per le amministrative e poi a quello ancora più pregnante al referendum confermativo, dove la tesi dell'astensione come mezzo legittimo di dissenso si evaporerà come neve al sole. Ed allora anche Renzi, è facile prevederlo, dirà una verità fino a ieri negata, cioè che lo sviluppo di una democrazia si realizza anche attraverso la partecipazione al voto. Se chi governa invita i cittadini a non andare a votare, come ha fatto Renzi ferisce un principio sul quale si basa la democrazia, ma siamo certi che ad ottobre il premier si ravvederà diventando il paladino del voto utile, quella richiesta di plebiscito a suo favore nel quale sarà trasformato il referendum confermativo delle riforme costituzionali. Un modo di cercare il consenso tutto suo che continua invece ad evitare di andare alle urne nel modo tradizionale. Niente elezioni politiche alle quali è evidentemente allergico. Deve stare però molto attendo a maneggiare la volontà popolare, perché, come ci insegna la storia del caso Craxi, l’arma del non voto prima o poi si ritorce contro chi l’ha evocata.

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