Caso Regeni è ormai “caso Egitto”

Il caso Regeni sempre di più internazionale, la morte violenta del ricercatore friulano ha scoperchiato un vaso di Pandora dando voce anche alle denunce che le Ong fanno da tempo. L’ondata di emozione suscitata dalle parole della mamma di Giulio martedì scorso hanno fatto il resto, così anche Matteo Renzi si è visto costretto ad intervenire con una dichiarazione dagli Usa dove si trova in visita. Il governo italiano, ha detto il premier, farà tutto il possibile per accertare la verità sulla morte di Giulio Regeni. "Ci fermeremo - ha detto a Chicago - solo quando troveremo la verità, quella vera e non di comodo". "Il dolore della famiglia Regeni è quello di tutta l'Italia, noi siamo con il cuore, la mente e le azioni concrete a sostegno della famiglia e lo abbiamo detto in tutte le sedi pubbliche, istituzionali e private". Insomma se l’obiettivo della famiglia Regeni era quello di far risalire l’attenzione sulla vicenda, questo è riuscito forse ben oltre le aspettative. Grazie al clamore mediatico suscitato dalla fine terribile di Giulio è stata infatti messa a nudo l'escalation della repressione in Egitto, con le detenzioni arbitrarie, l'uso della tortura e di omicidi. Tutte queste cose, compreso l'assassinio dello studente friulano, sono state denunciate anche in una lettera inviata da esperti americani sul Medio Oriente al presidente Usa Barack Obama. Lo ha rivelato il New York Times che, prendendo spunto dalla denuncia, ha chiesto all'amministrazione Obama di rivedere i rapporti con l'Egitto. "Da quando l'esercito egiziano ha preso il potere nel colpo di stato dell'estate del 2013, la politica dell'amministrazione Obama verso l'Egitto è stata caratterizzata da una serie di ipotesi errate. È giunto il momento di sfidare queste ipotesi e valutare se un'alleanza che è stata a lungo considerata una pietra miliare della politica di sicurezza nazionale americana stia facendo più male che bene", scrive il quotidiano newyorchese. In sostanza si arriva oltreoceano alla stesse conclusioni e richieste fatte dalla famiglia di Giulio Regeni nel corso della conferenza stampa di ieri al Senato in Italia. Intanto è atteso per questa sera il rientro a roma del pool di investigatori spediti al Cairo dalla procura capitolina per fare luce sulla morte di Giulio. Missione conclusa, ma senza risultati e non certo per colpa loro, per il gruppo costituito da tre carabinieri del Ros e da altrettanti funzionari dello Sco. Un rimpatrio deciso alla luce dell'incontro che la polizia di Roma e quella del Cairo avranno nella capitale il 5 aprile prossimo per fare il punto della situazione. In quell'occasione, così come anticipato dal procuratore generale della repubblica araba d'Egitto Nabil Sadeq al capo della procura di Roma Giuseppe Pignatone, le autorità egiziane consegneranno atti della loro inchiesta, da tempo sollecitati nel quadro degli accertamenti affidati al pm Sergio Colaiocco. Tra gli atti richiesti ci dovrebbero essere i video delle telecamere a circuito chiuso delle zone in cui Regeni doveva transitare il 25 gennaio scorso, giorno della sua scomparsa, i dati relativi alle celle telefoniche per verificare gli spostamenti del ricercatore universitario e i dati completi dell'autopsia eseguita nel paese nordafricano. sono tuttavia in pochi ad attendersi che nei fascicoli siano davvero contenute verità complete. Intanto prima che Renzi parlasse dagli Usa era stato Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha rispondere dalle colonne del Corriere della sera con un intervista ai quesiti posti da mamma Paola e a papà Claudio: “La fermezza e la dignità dei genitori di Giulio sono davvero esemplari. Motivo in più per insistere con coerenza e altrettanta fermezza. Sulle risposte egiziane sentiremo in primo luogo le valutazioni del procuratore Pignatone. Se non avremo risposte convincenti, compiremo i passi conseguenti” ha spiegato. “Dal Governo egiziano – si legge ancora – vogliamo la verità, ossia l’individuazione dei responsabili. Ci si può arrivare da un lato esercitando una pressione politico diplomatica costante, cosa che abbiamo fatto e stiamo facendo e che costituisce un deterrente contro verità di comodo, dall’altro con una collaborazione investigativa. Quest’ultima, a nostro avviso, deve fare un salto di qualità, perché anzitutto non sono stati consegnati tutti i documenti e materiali che abbiamo richiesto. Inoltre, occorre poter svolgere almeno una parte delle indagini insieme. La collaborazione non può essere solo formale. Lo stillicidio di piste improbabili moltiplica il dolore della famiglia e offende il Paese intero”. Non è tanto una questione di tempi, insomma, ma di metodi: “Se la collaborazione diventa sostanziale, ci sono le condizioni per avanzare sulla strada della verità. La visita degli investigatori egiziani a Roma, prevista per il 5 aprile ma non ancora confermata, potrebbe essere l’occasione per un cambio di marcia. È chiaro che ogni decisione si può prendere in una fase successiva, se si verificasse che non ci sono margini per una cooperazione efficace. Di fronte alla mancanza di collaborazione, valuteremo le misure possibili, ma noi ci auguriamo che i rapporti tra Italia ed Egitto possano dar luogo al salto di qualità necessario. Se non ci fosse, ripeto, saremmo prontissimi a trarne le conseguenze”. Fra le ipotesi sollevate in questi giorni anche quella di un ritiro dell’ambasciatore italiano al Cairo. Intanto in Senato le opposizioni hanno chiesto senza ottenerle comunicazioni del Governo sul caso Regeni e sulla sicurezza interna.

Potrebbero interessarti anche...