Caso stadio di Roma: Comuni tornino a governare la materia urbanistica. La pianificazione non può essere delegata ai privati

«La vicenda dello stadio della Roma, al di là degli aspetti giudiziari sui quali sta indagando la magistratura, deve indurre una profonda riflessione su come ormai viene governata la materia urbanistica nel nostro Paese. I Comuni, nella stragrande maggioranza dei casi, hanno sostanzialmente derogato alla loro fondamentale funzione di pianificazione e indirizzo, lasciando eccessivo campo libero all’iniziativa privata e ritagliandosi un ruolo assolutamente marginale e di retroguardia. Una tendenza che si è affermata come pensiero egemone da almeno un paio di decenni e che ha di fatto trasformato l’urbanistica contrattata nello strumento più utilizzato di intervento». Lo dichiara l'ing. Sandro Simoncini, docente a contratto di Urbanistica e Legislazione Ambientale presso l'università Sapienza di Roma e presidente di Sogeea SpA. «Nel caso specifico di un impianto sportivo di grandi dimensioni, deve necessariamente essere il Comune a individuare le aree più idonee, tenendo conto del Piano regolatore, delle caratteristiche idrogeologiche del territorio e della rete viaria e trasportistica a disposizione. Anche i paletti sull’ammontare delle cubature da realizzare e su quantità e qualità delle opere pubbliche da costruire a supporto dell’impianto vanno fissati dall’amministrazione, l’unica in grado di tenere realmente in considerazione l’interesse generale dei cittadini. Solo successivamente si può chiedere ai privati di manifestare un eventuale interesse alla realizzazione dell’opera, che deve avvenire in coerenza con il tracciato segnato dal Comune. Va anche detto che la posizione degli amministratori locali è stata ulteriormente indebolita dalla legge nazionale sugli stadi, che ha in pratica sdoganato il concetto tutto italiano che per invogliare a costruire un impianto sportivo si debba necessariamente consentire una speculazione immobiliare. Cosa che puntualmente è avvenuta nella vicenda di Tor di Valle, con un progetto che di fatto ritagliava per lo stadio della Roma un ruolo secondario rispetto al complessivo stravolgimento di un intero quadrante della città».

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