Il colore della speranza nelle tenebre

La Giornata della memoria, istituita per ricordare lo sterminio degli ebrei , ricorre il 27 gennaio perché in quella data, nel 1945 veniva i liberato il campo di sterminio di Auschwitz.
Questa data ogni anno viene giustamente ricordata con cerimonie, filmati, discorsi, interventi nelle scuole, vorrei unirmi con una testimonianza che ha il colore della speranza.

Ci racconta Lidia:
da bambina, quando rimanevo qualche breve periodo a Ugovizza dalla zia Mitzi, con gli amici del paese andavamo nel piazzale della stazione a giocare sotto un grande tiglio e quando si fermavano i treni merci dei deportarti noi più grandi con i tubi che servivano ai ferrovieri per caricare le locomotive a vapore davamo da bere a quelle persone; capivamo che avevano bisogno di aiuto pur non comprendendo il perché. In altri casi cercavamo di dissetare anche gli animali chiusi nei vagoni che transitavano di là.
Un giorno un ferroviere raccolse sui binari un biglietto indirizzato alla signora Krammer Maria, sorella della mia mamma. Era di uno zio di Graz, fratello di mamma che rientrava in Austria dopo il servizio militare prestato nella Luftwaffe in Italia. Lungo la ferrovia, tra i binari, trovavamo altri bigliettini con nomi e indirizzi di persone sconosciute, noi bambini li portavamo al parroco del paese che poi cercava di contattare i familiari o i parenti dei prigionieri.

Immagino, ed ho il ricordo della voce dolce e pacata di Lidia, ormai nonna di nipoti adulti, questi bambini che come per gioco davano da bere ai deportati, era un gioco sì, ma capivano che chi era sul treno ne aveva bisogno , pur senza sapere chi fossero quelle persone e perché si trovassero lì. Davano da bere anche agli animali, magari spruzzandosi tra di loro per gioco perché anche questi avevano sete.

E poi c’era il ferroviere che raccoglieva i bigliettini gettati dal treno e si prendeva cura di farli arrivare al destinatario, di chi era il biglietto? Del nemico che aveva bombardato i nostri paesi per servire il suo, lo zio di Lidia, la bambina che dava da bere ai deportati. I ragazzini, forse per emulazione, raccoglievano anche loro i pezzettini di carta lungo i binari e coscienziosamente li consegnavano ad un adulto affidabile, il parroco. Non sapevano chi li avesse lanciati e perché fossero finiti tra i binari, ma sentivano che era importante farli recapitare e se ne facevano carico. Del tutto ignari del pericolo che correvano, consapevoli della necessità del loro gesto.
Quelle persone avevano sete ed i bambini davano loro da bere. Tutto qui, senza distinguo, senza chi, senza perché.
E’ un bel gesto che avrà forse salvato qualche vita e che ci fa sperare che ci siano ancora persone che soccorrono chi è in sofferenza, come diceva” la ladra di libri”, solo perché siamo umani.
Ricordiamo quindi vittime, carnefici e ”umani”.

(L A)

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