Commercio internazionale delle armi: Il mercato esplosivo del Medio Oriente

Quando si parla di commercio d’armi, in special modo quelle più sofisticate e costose, il gioco geopolitico diventa apparentemente più complicato di quanto già non sia.
Il Medio oriente, in quanto area di vitale interesse strategico per almeno due superpotenze (Usa e Russia), medie potenze (Francia e Gran bretagna) e attori locali (Israele, Iran, Turchia e petromonarchie del Golfo tra gli altri), è il regno dei doppi e tripli giochi.
E’ noto che esiste un asse israelo-saudita, sostenuto tradizionalmente dagli Stati Uniti, per vocazione ostile all’Iran e alla sua capacità di influenza diretta in Siria, Libano e Iraq.
E’ noto pure che questo asse, aggregando a sé paesi come Gran bretagna, Francia, Germania, Italia, Turchia, Egitto e Giordania ha preso l’iniziativa costituendo una coalizione autodefinitasi “Amici della Siria”. Dal 2012 gli Amici della Siria hanno direttamente sostenuto la necessità di un regime change in quel paese armando e sostenendo direttamente l’opposizione ossia principalmente formazioni jihadiste legate ad Al-Quaeda ed indirettamente il tanto vituperato Isis. L’obiettivo? Defenestrare (vivo o morto) il Ras locale, distruggere l’entità statale di riferimento e sguazzare nelle profittevoli paludi di una guerra civile per procura con annessi bombardamenti (ottima occasione per consumare gli stock); un po’ come avvenuto in Libia nel 2011 dove infatti i primi contingenti del futuro Isis presero forma.
Più che un’operazione di regime change si potrebbe parlare di un approccio stile “kill’em’all”.
Primo doppio gioco: gridare al mondo che l’Isis è il nemico numero uno e al contempo strizzare l’occhio allo stesso perché funzionale al disfacimento della Siria. In questo senso tutto è andato a gonfie vele fino a quando i russi non hanno deciso, a modo loro, di dare una mano a combattere l’Isis e più in generale tutto il jihadismo organizzato. Cosa non prevista, eppure prevedibile considerato lo storico legame russo-siriano. Tra imbarazzo e sgomento, l’entrata in scena della Russia ha dimostrato come l’esistenza stessa dello Stato islamico a cavallo tra Iraq e Siria fosse garantita da trafficatissimi corridoi di commercio-rifornimento con Turchia, Giordania e Arabia saudita (tutti nostri preziosi alleati).
Ma l’intervento russo ha anche prodotto il triplo gioco degli Stati uniti che, probabilmente per non rimanere senza riferimenti in Siria o per minarne in prospettiva la stabilità, hanno cominciato a sostenere con forniture, addestramento e copertura aerea, la concreta resistenza dei curdi siriani contro l’Isis; con ciò contrariando non poco lo storico alleato turco.
Oggi l’Isis è praticamente sconfitto non dagli Amici della Siria ma da russi, iraniani, Hezbollah, iracheni e curdi; la poltrona di Assad è saldamente presidiata da Putin (alla faccia degli Amici); la questione curda sarà il prossimo oggetto del contendere (insieme con Iran e Libano); centinaia di migliaia sono le vittime civili, milioni i profughi, infinite le devastazioni. Poteva andare peggio di così? Sembra di si. Il vescovo di Damasco, Jano Battah, ha recentemente affermato che “…Se non fosse stato per la Russia ci avrebbero massacrato…Il vero problema sono le politiche sbagliate americane e la debolezza della posizione europea. L’Europa è debole e non possiede una capacità autonoma di decisione…”.
Purtroppo anche quando l’Europa decide qualcosa di sensato come ad esempio l’embargo al commercio d’armi verso l’Arabia Saudita responsabile di una devastante aggressione allo Yemen che dura dal 2015, ogni paese si fa gli affari suoi: l’Italia in particolare si è aggiudicata la fornitura di 19.675 bombe Mk 82, Mk 83 e Mk 84 (prodotte in Sardegna dall’azienda RWM Italia) soddisfacendo così la richiesta dalla Royal Saudi Air Force già impegnata a bombardare lo Yemen. La questione è finita gli scorsi mesi anche in Parlamento dove la maggioranza di governo, incalzata a proposito dell’indecente e criminale commercio, ha risposto in sostanza che l’Arabia Saudita è un’alleato militare degli Stati uniti e quindi anche nostro.
La recente grave crisi diplomatica scoppiata tra Arabia Saudita e Qatar ci avrebbe quindi dovuto far prendere una posizione chiara di sostegno verso il nostro “prezioso” alleato e di conseguenza sospendere la commessa di 24 cacciabombardieri Eurofighter Typhoon prodotti da un consorzio europeo tra cui spicca Leonardo. Ma gli affari non fanno il paio con l’etica o, in questo caso, con la lealtà verso gli alleati. Tanto più che la commessa degli Eurofighter è arrivata dopo 24 cacciabombardieri Rafale venduti dalla Francia e dopo che gli stessi Stati uniti hanno venduto al Qatar (da loro repentinamente accusato di essere sponsor del terrorismo jihadista) 36 cacciabombardieri F16 QA.
Nel balletto dell’apparente contro senso non manca nemmeno la Russia che ha stretto con l’Arabia saudita (acerrima nemica dei suoi più stretti alleati nella regione nonché principale sponsor dei mujaheddin afgani negli anni ottanta e dei jihadisti ceceni negli anni novanta) importanti accordi militari di vendita e in parte di produzione. Spicca nella commessa la vendita dei sofisticati sistemi missilistici terra-aria S400 e dei sistemi controcarro KORNET-EM, dei lanciarazzi campali TOS-1A oltre a roba più “leggera” tipo lanciagranate AGS-30 e i fucili d’assalto AK-103. Poco o niente, tuttavia, se messa a confronto con la mega commessa da 110 miliardi di dollari che gli Stati uniti di Trump hanno contrattato con gli sceicchi a patto che pompino petrolio il più possibile.
Insomma una cosa è chiara: quando si vendono e si comprano armamenti (e petrolio), il manicheo rituale “buoni/cattivi” e “amici/nemici” viene messo elegantemente da parte. Il Medio oriente è un inferno di sangue, tragiche menzogne e a quanto pare anche di grandi opportunità.

Gregorio Piccin

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