Costosa e inutile centrale a biomasse di Sauris, niente Kw prodotti, solo fondi spesi

Sono sette le persone, coinvolte a vario titolo, per i reati di concorso in truffa aggravata ai danni dello Stato, abuso d’ufficio e turbativa d’asta mentre altre 25 sono state segnalate alla Procura della Corte dei Conti per presunto danno erariale quantificato in 2 milioni e 700 mila euro. In realtà che esistesse un fascicolo sulla vicenda era cosa nota dal 2013 quando vennero fuori alcuni nomi.
Ad agire era la procura della repubblica di Trieste che allora aveva iscritto nel registro degli indagati Fausto Schneider di Sauris, quale progettista e direttore dei lavori; Leonardo Sina di Tramonti di Sotto, rappresentante della Sina Impianti; Dilva Crozzoli nata a Tramonti di Sopra, legale rappresentante della Sina Impianti; Maurizio Cleva di Prato Carnico, responsabile unico del procedimento; Roberto Andreatta originario di Torino, e Angelo Favaretto di Meolo, entrambi questi ultimi due nel loro ruolo di legali rappresentanti della Andrew Italia srl oggi fallita. Quindi la novità odierna dovrebbe essere, visto che non ci risulta l’esistenza di due centrali a Sauris, soprattutto l’allargamento della platea degli indagati in funzione del danno erariale.
Il tutto comunque ha avuto origine dalla richiesta di contributi per la costruzione di una centrale a biomasse da parte del comune di Sauris, per questo gli indagati sono soggetti privati ma anche pubblici, coinvolti evidentemente a vario titolo nella realizzazione dell'opera. Secondo i fascicoli aperti nelle procure nonostante i considerevoli finanziamenti pubblici, l’impianto a biomasse non sarebbe mai entrato in funzione. La finalità della richiesta alla Regione Friuli Venezia Giulia era quella legata alla presunta bontà ecologica del sistema, (fra l’altro ormai messa in discussione ovunque) che sarebbe stato un impianto innovativo, in grado di produrre energia termica ed elettrica, utilizzando biomassa reperita sul territorio, pertanto a bassissimo impatto ambientale.
La realtà dei fatti come era già noto nel 2013 racconta di una vicenda diversa, la centrale - la cui realizzazione è stata possibile grazie a circa € 1,7 milioni di euro di soldi pubblici in realtà non è mai stata pienamente funzionante. Benché i certificati di collaudo attestassero la regolare esecuzione dei lavori sin dalla fine del 2008, infatti, a tutto il 2015 non ha mai prodotto un solo Kw di energia elettrica ne acqua calda. I contributi pubblici, invece, sono stati regolarmente ottenuti proprio sulla scorta di certificazioni e in attestazioni evidentemente mendaci presentate annualmente alla Regione.
La Guardia di Finanza di Trieste, coordinata dalla Procura della Repubblica ha scoperto così non solo che l’impianto era strutturalmente inidoneo al funzionamento ma che è stato necessario sostenere ulteriori ingenti costi per l’integrale sostituzione di diversi componenti essenziali.
Una moltitudine di soggetti, sia privati ma soprattutto pubblici, coinvolti a vario titolo nella realizzazione dell’ opera, era perfettamente a conoscenza di tali anomalie, ma tutti hanno taciuto per non incappare nella revoca dei contributi che, inevitabilmente, sarebbe intervenuta qualora la centrale non fosse stata terminata nel rispetto dei tempi. Sebbene l’impianto non fosse funzionante, i progettisti ed esecutori dei lavori sono stati tutti pagati senza alcuna possibilità per il Comune di rivalersi sulle garanzie fidejussorie, che nel frattempo erano scadute. Dunque, come risolvere il problema senza farlo sapere a nessuno? È bastato affidare il ripristino della funzionalità a chi ha progettato l’opera e ne ha diretto i lavori senza, però, creargli alcun danno economico. La soluzione è stata facile: ammortizzare i costi di rimessa in funzione attraverso i ricavi che sarebbero stati conseguiti dalla gestione ventennale della centrale. Tutto questo, ovviamente, senza ricorrere a procedure di aggiudicazione d’appalto trasparenti, come previsto dalle norme vigenti.

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