Cresce l’occupazione nella piccola impresa, ma si tratta spesso di precariato

Cresce ancora l’occupazione nelle piccole imprese italiane: a settembre 2017, rispetto all’anno precedente, l’incremento è del 3,7%, rispetto al 2,8% dello stesso mese nel 2015. Lo rileva l’Osservatorio mercato del lavoro CNA, a cura dal Centro studi della Confederazione, che mensilmente analizza l’andamento dell’occupazione su un campione di oltre 20.500 imprese associate, per un totale di circa 135mila dipendenti. “Un trend positivo in linea con i dati regionali - afferma il direttore regionale CNA Fvg Roberto Fabris -. I timidi segnali di ripresa vanno confermandosi mese dopo mese, e anche sull’occupazione si notano gli esiti positivi di questa inversione di tendenza. Certo, non dobbiamo aspettarci di tornare agli stessi valori di dieci anni fa perché, come è noto, la crisi ha inciso sulla struttura produttiva e alcuni competitor sono usciti di scena. Se il governo nazionale e la Regione Fvg insisteranno sugli incentivi alle assunzioni, con politiche di sostegno all’occupazione, anche le PMI ne beneficeranno consolidando i risultati raggiunti”.
L’incremento delle assunzioni è stato trainato dai contratti a tempo determinato (+27,8%), dall’apprendistato (+13,6%) e dal lavoro intermittente (+388%). Numeri che rafforzano una tendenza alla ricomposizione dell’occupazione nelle piccole imprese. I contratti a tempo indeterminato rappresentano ancora, e nettamente, la tipologia più applicata dalle piccole imprese, ma con meno del 70% del totale contro l’85% di dicembre 2014. Al contrario, nei quasi tre anni sotto osservazione, i contratti a tempo determinato sono cresciuti del 12,8% fino a toccare il 19,4% complessivo, i contratti di apprendistato sono passati dal 5,5% all’8,6% e il lavoro intermittente dal 2,5% al 2,7%. Insomma dai dati emerge che esiste un problema di qualità dell'occupazione che anche nelle piccole imprese si orienta verso il precariato  anche se la lettura che danno le imprese è diversa quando  parlano di una ricomposizione dovuta alle riforme (che hanno facilitato la flessibilità) e anche alla fragilità della crescita, ma che non mette in discussione né il forte incremento dell’occupazione, né la sua qualità.  Il problema è anche linguistico perchè chiamare il precariato "flessibilità" è un modo per nascondere nobilitandola una tipologia d'occupazione a la carte e per questo non certo rispettosa della dignità dei lavoratori.

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