Desaparecidos, 48 condanne in Argentina. 29 ergastoli compreso quello  al capitano Astiz, “l’angelo della morte”

Ci sono voluti 40 anni e 5 anni di processo per avere giustizia, ma ieri per l'Argentina è stata una giornata storica. Si è infatti concluso con 48 condanne il maxi processo per i crimini commessi durante la dittatura militare che insanguinò l'Argentina tra il 1976 e il 1983 e per i cosiddetti voli della morte.   Questo processo denominato Esma, acronimo di Escuela Mecánica de la Armada  carcere clandestino-simbolo dell’ultima dittatura militare (1976-1983), ora è trasformato in Centro per la memoria. Solo dal 2003, grazie alla tenacia della  Madri di Plaza de Mayo venne attuata  l’abrogazione delle scandalose leggi di amnistia e indulto, abrogazione  decisa su spinta del presidente Néstor Kirchner. Solo da allora l’Argentina ha potuto fare i conti con il suo recente passato. Al momento, 449 ex aguzzini sono in carcere, altri 553 agli arresti domiciliari e ci sono ancora 420 processi aperti nei tribunali. Ma il “processo Esma” , però, ha un forte valore simbolico, perché in quel luogo sono stati reclusi, brutalizzati e assassinati alcuni tra gli oppositori più noti. Dallo scrittore Rodolfo Walsh alla fondatrice delle Madri di Plaza de Mayo, Azucena Villaflor. Il corpo di quest’ultima è riaffiorato dal Rio de la Plata e, dopo anni di sepoltura clandestina, è stato ritrovato, insieme a quello di suor Leonie Henriette Duquet – religiosa francese e attivista per i diritti umani desaparecida con la consorella Alicia Dumont proprio a causa di Astiz -, Maria Eugenia Ponce de Bianco, Angela Auad e Esther Ballestrino de Careaga. Su 54 imputati, 29 sono stati condannati all'ergastolo e 19 hanno ricevuto pene di minore durata. Tra i condannati all'ergastolo anche Alfredo Astiz, oggi 67enne, noto come l''angelo della morte'. Era un agente sotto copertura del regime che in quegli anni si infiltrò in gruppi di attivisti, compresa l'associazione delle Madri di Plaza de Mayo, le madri dei desaparecidos. Tra i dissidenti politici gettati vivi in mare dagli aerei durante i cosiddetti voli della morte, anche una cara amica di Papa Francesco, la dottoressa Esther Carega, nota attivista popolare socialista e marxista. Venne uccisa insieme ad altre 11 persone nella notte del 14 dicembre del 1977. La Careda è stata arrestata dei militari dopo aver denunciato la scomparsa di sua figlia, Ana Maria, allora sedicenne e incinta. I due piloti del volo della morte della Carega, Mario Daniel Arrù e Alejandro Domingo D'Agostino, figurano tra i condannati all'ergastolo al processo che riguarda 789 vittime ed è il terzo più grande mai tenuto per i casi di rapimenti, torture e omicidi che si sono consumati all'interno dell'Esma (Escuela de Mecanica de la Armada), la scuola tecnica della marina a Buenos Aires negli anni del regime, dove passarono oltre 5000 prigionieri politici e la maggior parte di loro morì o scomparve. Insomma dopo decenni di oblio con un processo che ha visto scorrere sul banco dei testimoni oltre ottocento sopravvissuti, il Tribunale federale numero cinque di Buenos Aires ha fatto giustizia condannando i responsabili dell’orrore della Esma. In particolare gli autori e complici dei “voli della morte”, il perverso sistema per cui i prigionieri venivano caricati su velivoli non registrati e gettati, ancora vivi seppur malridotti dopo innumerevoli sevizie, nel Rio de la Plata.
Sul banco degli imputati, come detto in apertura , 54 tra ex militari e civili accusati di crimini orrendi contro 789 persone. In realtà sono oltre 4mila i desaparecidos i cui corpi riposano nel grande fiume. Per la maggior parte, però, le prove dell’orribile fine sono ostaggio del “patto di silenzio” osservato dai vertici militari al termine del regime. E mai scalfito, a parte l’eccezione di Adolfo Scilingo, il cui racconto è stato fondamentale per arrivare al verdetto. La sentenza come detto è stata implacabile: 29 ergastoli, 19 condanne a pene detentive e quattro assoluzioni. Tra quanti resteranno in carcere a vita c’è l’ex capitano Alfredo Astiz, l’angelo biondo della morte, e Jorge El Tigre Acosta, già condannati in altri processi per crimini contro l’umanità. Entrambi hanno ascoltato il verdetto con tono sprezzante. Astiz ha ribadito il suo vecchio “leit motiv”: “Non chiederò mai perdono per aver difeso la patria”.

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