Arrivata a Fiumicino la salma di Giulio Regeni. Sempre più probabile la pista legata allo stato di polizia in vigore in Egitto dopo il golpe del 2013. Anche allora era avvenuto un caso simile a quello di Giulio

La salma di Giulio è arrivata a Roma, ora l’autopsia per sciogliere i dubbi.  Il ministro Orlando all’aeroporto: chiediamo piena collaborazione all’Egitto. L’autopsia potrà sciogliere molti dei misteri sulla tragica fine del dottorando al Cairo. Sono state intanto rilasciate le due persone fermate venerdì nell’ambito delle indagini sull’uccisione del giovane ricercatore.  Il ministero dell’Interno egiziano ha poi chiarito che non si era trattato di arresti ma di semplici fermi per due malavitosi sospettati. Il dubbio è che le autorità egiziane stiano cercando qualche capro espiatorio da dare in pasto alla richiesta pressante che viene dall’Italia e che rischia di compromettere i buoi rapporti.  In realtà però arrivano altre conferme che la morte del giovane è stata preceduta da torture , fatti poco compatibili con le tesi d’ incedente e men che meno con quelle di rapina finita male . In realtà prende sempre più corpo che si sia trattato di un episodio tipico da regime dittatoriale. Del resto i  colpi di Stato militari (come quello dei colonnelli greci e dei generali argentini) portano con sé oppressione degli avversari politici, molti dei quali ‘desaparecidos’, incarcerati o addirittura uccisi. La tragica conclusione del viaggio di studio al Cairo del friulano Giulio Regeni propone quindi con drammatica evidenza il quadro politico dell’Egitto a partire dal 25 gennaio 2011, giorno in cui – per le manifestazioni in piazza Tahrir nel quadro delle ‘primavere arabe’ – fu defenestrato il dittatore Hosni Mubarak.
L’Egitto, cui guardano con occhio benevolo sia il Premier Renzi sia gli industriali italiani, è un regìme militare guidato dall’ex generale Abdel Fattah al-Sisi che conquistò il potere il 3 luglio 2013 cancellando l’esito del voto democratico che aveva visto vincere il partito islamista.
Da allora il Paese è uno Stato di polizia. Messo fuorilegge il partito Libertà e giustizia, braccio politico dei Fratelli musulmani. Leggi anti-terrorismo e anti-proteste, migliaia di oppositori incarcerati e torturati.
Dopo le elezioni-farsa organizzate dai militari, che si sono aggiudicati tutti i seggi, la repressione si è aggravata. Nei giorni delle manifestazioni e degli scontri con la polizia del regìme, come dimostra la vicenda di Regeni (e quella dell’insegnante canadese Andrew Pochter, ucciso durante una protesta ad Alessandria d’Egitto nel 2013), nell’occhio del ciclone son finiti gli stranieri.
Decine di giornalisti e di intellettuali han lasciato il Paese, molti sono stati prelevati nelle loro case e sono stati tanti i casi di espulsioni di cittadini esteri all’arrivo all’aeroporto.
Obiettivo facile dei jihadisti nel Sinai (dove lo Stato è apparso più debole) sono stati i turisti stranieri. L’episodio più grave è stato l’abbattimento di un jet russo: uccise 224 persone.
L’11 gennaio è entrato in funzione il nuovo Parlamento, controllato per la quasi totalità dai militari. Hanno subito approvato dure leggi contro i simboli della Fratellanza musulmana. E al-Sisi ha assunto una posizione aggressiva in politica estera discostandosi dal neo-nasserismo cui aveva promesso di ispirarsi. Si è invece appiattito sulle posizioni israeliane, ha attaccato lo Yemen a fianco dell’Arabia Saudita e ha assunto il controllo di metà della Libia con il suo uomo forte, Khalifa Haftar.
Gli Stati Uniti non hanno mosso un dito per difendere Morsi, che era stato eletto con voto democratico e poi imprigionato dopo il golpe militare, e non hanno neppure congelato gli aiuti militari al Cairo. Anche Mosca e Parigi hanno approvato la svolta autoritaria egiziana con l’effetto di subire poi i più gravi attentati terroristici della loro storia recente.

 

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