I Finlandesi sono no-Nato…e noi?

Il 59% dei finlandesi è contrario all’ingresso del proprio paese nella Nato contro un 22% favorevole ed un 19% indeciso. Questo il risultato di un sondaggio Gallup recentemente commissionato dal più autorevole quotidiano finlandese Helsingin Sanomat. Il governo, in linea con l’opinione popolare rappresentata dal sondaggio, ha ribadito che non intende richiedere l’adesione alla nota alleanza militare dominata dagli Stati Uniti se non in caso di un aggravamento delle condizioni di sicurezza per il paese e che comunque tale scelta dovrebbe essere subordinata ad un referendum. Situazione simile in un altro paese nordico come la Svezia dove, secondo un sondaggio del luglio scorso condotto dall’agenzia Sifo per conto del quotidiano Svenska Dagbladet, la parte di popolazione favorevole all’ingresso nella Nato è scesa dal 41% nel 2016 al 33% nel 2017. Sullo sfondo di questi dibattiti interni ai paesi che si affacciano sul mar Baltico ci sono le relazioni di vicinato con la superpotenza russa. Sia Svezia che Finlandia, per quanto neutrali, sono “partner” Nato; in effetti si tratta di uno status ben più leggero di una vera e propria “membership” tanto che la stessa Mosca ha recentemente avvisato i rispettivi governi che un’adesione effettiva all’Alleanza atlantica sarebbe interpretata come una seria minaccia alla propria sicurezza a cui seguirebbero contromisure concrete (ad esempio dedicando alla bisogna una parte delle proprie risorse balistiche nucleari, ndr). La guerra fredda è quindi tornata in auge. Sembra che non si riesca ad uscire dal “Secolo breve” tratteggiato da Eric Hobsbawm o dal “Secolo corto” descritto da Filippo Gaja (due libri dati alle stampe nel 1994, assolutamente da leggere per comprendere il presente). Di chi è allora la colpa per questo nuovo sequel del drammatico e arcinoto film durato la bellezza di 45 anni? Volendo dar credito al mainstream mediatico-politico la colpa, naturalmente, è tutta della Russia. Fin troppo facile: tolto il colbacco con la stella rossa, l’orso russo (fu sovietico) continua ad essere rappresentato come un Paese infido, aggressivo e minaccioso, che va contrastato con ogni mezzo. In effetti la Russia è una superpotenza con capacità nucleari globali ma volendo restare alla metafora dell’orso noi occidentali, capeggiati a debita distanza dagli infaticabili statunitensi, ci stiamo comportando come un male intenzionato gruppo di cacciatori che, avvicinandosi minacciosi all’orso, protestano perché questo ringhia mentre lo si circonda. E’ dalla fine della guerra fredda che la Nato (nota alleanza “difensiva” sorta nel 1949 per contrastare preventivamente il Patto di Varsavia sorto postumo nel 1955) dilaga ad est operando una manovra di accerchiamento che, per ciò che riguarda la Russia, è arrivata decisamente al capolinea. La Russia, che per varie ragioni anche di ordine interno ha per vent’anni osservato a distanza questa grande manovra, oggi è in grado di indicare autorevolmente e comprensibilmente uno stop. Nella recente intervista di Oliver Stone a Vladimir Putin quest’ultimo ha affermato chiaramente che la Russia non cerca e non vuole una riedizione della guerra fredda, non ne ha alcun interesse. E c’è da credergli se consideriamo che l’ 80% del mercato mondiale degli armamenti è controllato dall’occidente (55% Stati uniti, 25% Europa). Sarebbe interessante sapere cosa ne pensano gli italiani della Nato anche considerando il fatto che gli accordi che regolano la presenza militare statunitense sul nostro territorio sono segreti dalla metà degli anni cinquanta: quali indicibili condizioni sono contenute in quei documenti per giustificare l’inquietante sigillo del segreto di stato? Di certo l’Italia è un paese a sovranità limitata dalla fine della seconda guerra mondiale e paradossalmente ancora più supina ai dettami di Washington proprio dalla fine della (prima) guerra fredda. Forse è tempo di recuperare un po’ di dignità: quanto meno per mettere fine alla nostra inopinata ventennale belligeranza targata Nato che ha provocato la destabilizzazione di intere aree geografiche a noi vicine, epocali migrazioni disperate e non pochi danni alla nostra già scalcinata situazione economica interna. Prendiamo esempio dai finlandesi: Nato? No grazie!

Gregorio Piccin

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