Gerusalemme “capitale”. Trump vuole sancire la fine degli equilibri in medio oriente in funzione anti Iran

Mentre questa mattina l'Iran annuncia la fine della guerra contro Daesh, un nuovo ento di guerra fossia forte in medio oriente innestato ad arte da Donald Trump. Così è già di almeno 4 morti e 750 feriti il bilancio provvisorio degli scontri di venerdì scorso a Gaza e in Cisgiordania, dopo la decisione del presidente Usa di riconoscere Gerusalemme capitale d'Israele.
Tutto prevedibile, anzi tutto previsto e voluto dall'amministrazione Trump in cerca di riscatto personale davanti all'opinione pubblica interna. Se poi questo provocherà un disastro in medio oriente poco importa per Trump, l'importante è coprire con una cortina di nebbia le vicende interne al Russigate che lo vedono in difficoltà nel suo Paese. Se per farlo si scatenerà una bella nuova guerra destabilizzante per il mondo, vorrà dire che il mercato delle armi ne beneficerà e comunque sarà stabilizzante per suoi interessi nazionali. Furbescamente Trump ha utilizzato il fatto che con una scelta che rispecchiava i sentimenti di un’ampia parte della società americana più nazionalista e becera già nel novembre 1995 il Congresso approvò una legge che richiedeva all’amministrazione di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele e trasferirvi l’ambasciata degli Stati Uniti. Ma quella raccomandazione che era stata subito archiviata proprio per evitare fiamme e fuoco in medio oriente, non era bastata a mutare l’approccio tradizionale dei presidenti americani che si sono da allora succeduti, e che ne avevano tutti invariabilmente congelato l’attuazione bloccando ogni sei mesi tale decisione in base a considerazioni di opportunità politica. Questo approccio teso ad evitare l'acutizzarsi della situazione ed il conseguente blocco del lento processo di pacificazione è stato oggi sacrificato sull'altare degli interessi personali di Donald Trump coincidenti con quelli di Israele e, udite udite, dell'Arabia Saudita. Infatti la decisione fa parte di una strategia conseguente alle mutevoli circostanze nella regione e al fatto che la posizione Usa, dopo la vicenda siriana si è particolarmente indebolita. Tanto che sono palesi alcuni rivolgimenti all’interno del campo sunnita, frutto della crescente influenza iraniana, uniti a quella che appare la volontà dell’Arabia Saudita di venire allo scoperto e cooperare in maniera opportunistica con Israele sul fronte strategico anti-iraniano, potrebbero trasformare la nuova posizione americana su Gerusalemme nel catalizzatore di una vera svolta regionale. Cerchiamo di essere ancora più chiari: gli interessi statunitensi, israeliani e sauditi sono usciti sconfitti dal tentativo di destabilizzare il Medio Oriente (in particolare Siria e Iraq) tramite l'uso magari solo indiretto dell’Isis. Israele quindi oggi più che mai teme come una iattura quanto avvenuto in Siria perché vede consolidarsi l'unica potenza regionale – l’Iran – capace di contrastarla. Contro tale rischio convergono gli interessi fino a ieri inconfessabili tra Israele e Arabia Saudita e come grande ombrello militare quello degli Usa. Del resto questo scenario appare chiarissimo sulla stampa conservatrice israeliana, in molti giornali occidentali ( meno nei quotidiani italiani mainstream) è stato ripreso ad esempio, un editoriale del giornale Israel HaYom (molto vicino a Netanyahu), il quale scrive il 3 dicembre, anticipando la notizia della decisione di Trump di spostare l'ambasciata, che: “i rivolgimenti all’interno del campo sunnita, frutto della crescente minaccia iraniana, uniti a quella che appare la volontà dell’Arabia Saudita di venire allo scoperto e cooperare con Israele sul fronte strategico, potrebbero trasformare la nuova posizione americana su Gerusalemme nel catalizzatore di una vera svolta regionale: un’eventualità che potrebbe mettere in ombra i rischi di un aumento del livello di tensioni”.
Il sasso lanciato da Donald Trump non è però stato approvato dall'Onu e, per la prima volta, dagli alleati Europei Italia compresa. All'Onu infatti la decisione Usa è considerata non conforme alle risoluzioni. La decisione di Donald Trump di riconoscere unilateralmente Gerusalemme come capitale di Israele "non è conforme alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza", hanno detto gli ambasciatori di Francia, Regno Unito, Italia, Svezia e Germania all'Onu. "Non promuove la prospettiva di pace nella regione", hanno dichiarato i diplomatici in una dichiarazione dopo la riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza durante la quale gli Stati Uniti si sono trovati praticamente per la prima volta isolati. Gli ambasciatori hanno anche invitato "tutte le parti e gli attori regionali a lavorare insieme per mantenere la calma". Nel corso del Consiglio l'inviato Onu per il Medioriente collegatosi in teleconferenza , Nikolay Mladenov, ha avvertito che "c'è un serio rischio che possiamo vedere una catena di azioni unilaterali, che possono solo spingerci ancora più lontano dal raggiungere i nostri obiettivi condivisi di pace".
Gli Usa non solo hanno ribadito la loro posizione, ma hanno anche attaccato le Nazioni Unite parlando di "Ostilità contro Israele". In particolare l'ambasciatrice degli Stati Uniti presso l'Onu, Nikki Haley, ha criticato le Nazioni unite accusandole di "ostilità contro Israele" da "molti anni" e ha difeso la decisione di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele dicendo che è "l'ovvio". "Le Nazioni unite hanno fatto più danno alle possibilità di una pace in Medioriente che farla progredire", ha poi dichiarato sempre la Haley.
Dichiarazioni di fuoco arrivano dal mondo palestinese, in particolare Abu Mazen ha dichiarato che gli Usa non sono più da considerarsi mediatori di pace "Rinnoviamo il nostro rifiuto della posizione americana su Gerusalemme. Gli Usa non sono più qualificati per occuparsi del processo di pace". Lo ha detto il presidente palestinese Abu Mazen secondo cui la decisione Usa viola la legittimità internazionale. Abu Mazen - citato dall'agenzia Wafa - ha detto di accogliere con favore "la grande condanna internazionale testimoniata dalla riunione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu".

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