La Regione affida l’Hospice all’Azienda 4. Si dimette il presidente della Fondazione Hofmann

Il caso. L’Azienda sanitaria procede in solitaria per realizzare, senza mutuo regionale, i letti del fine vita.

La Regioneaffida alla Nuova “Azienda Sanitaria 4”, l’onere o l’onore di realizzare, con pochi spiccioli, l’Hospice di Udine. Dopo di che, pochi giorni or sono, l’Azienda Sanitaria se ne è uscita dalla leggendaria “Fondazione Hospice Onlus Rsa Morpurgo Hofmann Azienda Sanitaria Medio Friuli”; istituzione nata allo scopo di creare proprio la struttura per il fine vita; ma senza l’Aas Friuli Centrale, che peraltro aveva eletto ben quattro dei consiglieri, alla Fondazione non resta che sciogliersi come neve al sole, priva di ogni vocazione, senso e mandato.
E a rompere il ghiaccio, oggi, sono state le dimissioni del presidente della Fondazione stessa, Manuela Quaranta Špacapan e di un altro consigliere.

E così finisce a “schifio” una delle vicende più sfrontatamente complicate di questa Udine piccina che, rispetto al resto d’Italia, ma rispetto a una stessa Cividale del Friuli, non è riuscita, in ben 16 anni, a dare 15 posti letto ai malati terminali.
Ma per chi non conoscesse l’intera vicenda, concedeteci questa “avvincente” sintesi.

La telenovela.

La storia del miraggio Hospice a Udine, durata così rocambolescamente a lungo da meritare un capitolo a sé nell’Epica friulana, è carica di tutti quegli ingredienti che, alla fine, costituiscono un tipico piatto all’italiana: la puttanesca, per poi finire ingloriosamente a tarallucci e vino.
Per esemplificare: a seguito dell’approvazione della Legge 39 del 1999 voluta dalla Bindi, che prevedeva l’adozione di un programma nazionale per la realizzazione in ciascuna regione e provincia autonoma di un Hospice per il fine vita, la Fondazione Morpurgo Hofmann assieme all’Azienda Sanitaria Udinese, espressero la volontà di realizzarne uno a Udine, nella ex clinica Santi di via Monte Grappa (ora demolita per lasciare il posto ad una claustrofobica Coop) al tempo proprietà della Fondazione.
Quello che serviva, erano 15 posti letto. Nulla di più.

Ma, in breve, la smania di grandezza sedusse gli animi e si pensò a una struttura più ambiziosa, che ospitasse 15 posti per il fine vita e 58 per la Residenza Sanitaria Assistenziale (Rsa). Già, perché c’è chi mormorò che l’Hospice non fosse altro che l’occasione di qualcuno per realizzare il suo pretenzioso sogno approfittando di un contributo statale. Ecco che nel 2000, dopo il concorso “Hospice chiavi in mano”, fu approvato un primo progetto, quello degli architetti Sello e D’Odorico; opera che, nel 2003, forse per capriccio dell’Azienda Sanitaria, subì delle varianti: due piani per la Rsa e uno solo uno per il fine vita. Allora la spesa per l’opera si quantificò in 14 milioni. Il soldi erano troppi e si mendicò perfino qualche finanziamento privato. Nei forzieri della Fondazione, infatti, c’erano soltanto i 2 milioni erogati da Roma con un decreto ministeriale, ma con l’obbligo di utilizzarli entro tre anni. Nel maggio del 2005 si fece avanti una sconosciuta associazione romana, “Anni Verdi”, saltata fuori dal cilindro dell’allora presidente della Fondazione, Gianluigi Gigli, ma che presto si defilò. Nel frattempo l’azienda sanitaria Medio Friuli venne autorizzata a stipulare un mutuo fino a 7 milioni con la Regione, per non meno di 15 anni. Soldi virtuali, in ogni caso, perché, a quanto risulta, il mutuo non fu mai acceso. Il tempo passò infruttuosamente attraverso scontri e resistenze; all’interno della Fondazione, infatti, per usare un eufemismo, la concordia non regnava sovrana. Ecco che nel 2007, dopo un’inevitabile scissione all’interno della Morpurgo, nacque la “Fondazione Onlus Hospice Rsa Morpurgo Hofmann, Azienda Sanitaria Medio Friuli”. A questo punto un accordo prevedeva che la vecchia Fondazione lasciasse in eredità alla “figlia” il terreno di via Monte Grappa, oltre al progetto realizzativo e a un conferimento di liquidità, pari al 36% del valore complessivo della donazione. L’Aas Medio Friuli, invece, avrebbe contribuito per il 63% del totale con il mutuo “triestino”. A questo punto, Gigli fece saltar fuori dal cilindro un nuovo coniglio: l’Ater. A novembre del 2007, infatti, senza dare spiegazioni, il presidente della Fondazione liquidò gli architetti Sello &co e consegnò all’Azienda Territoriale per l’Edilizia Residenziale l’incarico di un nuovo progetto, sempre alla Santi. Disegno che, a ben guardare, secondo le malelingue sembrava scopiazzato dal precedente.

Arriva Honsell.

Nel 2010 entrò nella Fondazione, con gran clangor, anche il Comune di Udine con un conferimento carico di potenziale: l’ex caserma Piave, con la soluzione ad una serie di problematiche urbanistiche riscontrate in via Monte Grappa. L’offerta si presentò allettante perché, facendo i conti della serva, a suon di progetti e perdite di tempo, la Fondazione si trovò con le tasche bucate.
Il regalo del Comune, inoltre, consentiva la vendita (che a ben guardare sembrò una svendita) della clinica Santi, nella speranza di raggranellare un ulteriore gruzzolo.
Ecco allora che per la Piave si concepì un nuovo progettone, sempre firmato Ater. Ma l’opera risultò proibitiva, anche per via di spese aggiuntive per la bonifica del suolo.
Ancora nulla di fatto, con un ritardo di 9 anni sulla fiducia e il finanziamento di Roma. Finanziamento che, ricordiamo, fu assegnato a un progetto ancora inesistente.
Fin dal primo momento, dunque, fu chiaro che non aveva mai trovato soluzione immediata il vero problema: quello di fornire un servizio adeguato ai malati. Per questo, come spesso accade anche per altri servizi, si decise di ricorrere, con regolare gara d’appalto, ai privati. Si presero così in locazione 15 posti letto alla Zaffiro di Martignacco, (oggi trasferiti al Gervasutta e ridotti a 8) con un conseguente e aggiuntivo dispendio da parte dell’Azienda Sanitaria. Ma era ben speso, finalmente, dal momento che il servizio Pubblico, per proprie inefficienze, non fu in grado di pensare ai malati. Sì perché alla fine della fiera, in questa triste vicenda il vero spreco di denaro non fu nei fondi spesi per l’assistenza privata, ma nell’incapacità della struttura sanitaria pubblica di rendersi efficiente e concorrenziale o, come nel nostro caso, nella pretesa di dotarsi di velleitarie strutture faraoniche che, alla fine, rischiano di non farsi, o di restare cattedrali nel deserto perché non ci sono più soldi sufficienti, facendo allora sì raddoppiare le spese e determinando sprechi milionari.
Gira mena e briga, passano ancora gli anni. Nel febbraio 2014 la Regione torna sui suoi passi e la disponibilità di concedere un mutuo per l’Hospice va in fumo. L’ufficialità arriva nel 2015 quando con la manovra di Bilancio approvata dalla Regione nel dicembre di quell’anno, viene abrogata ufficialmente la norma 2006 che concedeva all’Azienda Sanitaria il prestito immobiliare.
La situazione è sempre più critica, perché i soldi a disposizione sono insufficienti anche per realizzare 15 posti per i malati terminali. E’ il tracollo.
La Regione, rivolgendosi all’allora presidente della Fondazione Onlus, Colle, argomentò più o meno così: “noi non ti concediamo mutui, arrangiati come puoi, fermo restando che ti restano i due milioni concessi dallo Stato”.
Ma cosa fare con soli due milioni? O meglio, due milioni più un milione e rotti guadagnato dalla vendita della Santi? Alla Piave, che necessita perfino di bonifica, praticamente neanche un chiosco per le bibite.
A questo punto il presidente Colle abdicò.
Al suo posto venne eletta Manuela Quaranta Špacapan, un’elezione che, per come la vediamo noi, servì al solo scopo di salvare le apparenze. Insomma: il miraggio Hospice, per ragioni politiche in odor di elezioni 2018, doveva rimanere ancora in piedi.
Ma qualcuno sottovalutò l’integrità del neo presidente. Il clima, in Fondazione, si fece subito teso. Il primo, e forse l’unico incarico urgente assegnato alla Quaranta Špacapan, fu quello di redigere il nuovo statuto della Fondazione, e questo in ottemperanza alla legge del 2012 sulla spending review che prevede una riduzione dei membri del consiglio.
“Ma che senso ha redigere un nuovo statuto, se non esiste più neanche una reale missione della Fondazione?”; questo dev’essere stato il quesito etico che si è posta la neo presidente.
La risposta arrivata da Trieste sul futuro della sua istituzione fu disarmante e suonò più o meno così: “fate un Hospice a 15 letti con quello che avete. Perché da noi, lo ribadiamo, non arriverà un soldo”.

Il presidente Quaranta

Il presidente Quaranta

Arriviamo al presente.

Dopo vari tira e molla la Regione decide di investire l’Azienda Sanitaria del gravoso compito: fare l’Hospice con i soldi statali. Di conseguenza, l’Azienda esce dalla Fondazione Onlus che, privata definitivamente della sua funzione vitale, obbliga il presidente Quaranta Špacapan ha presentare, proprio oggi, le sue dimissioni. «Me ne vado sollevata - ha commentato - finalmente è chiaro chi dovrà pensare ai malati. Mi auguro che l’Azienda 4 “Friuli Centrale” faccia propria in toto la responsabilità di dare una risposta concreta e rapida a chi, nella condizione di fragilità globale imposta dalla malattia, ha diritto ora, e non in un tempo futuro incerto, a preservare la propria dignità di uomo all’ultimo attimo di vita terrena».
Paradossalmente, nonostante tutto, la Fondazione Hospice Rsa Morpurgo Hofmann non ha avuto il buon gusto di eclissarsi. Restano abbarbicati un pugno di consiglieri in attesa di chissà cosa: l’invasione dei tartari o gli ordini di scuderia.

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