La tortura in Italia ora è reato. Udine commemora Luciano Rapotez. Il mio personale ricordo

Come è noto dopo un lungo e tormentato iter parlamentare finalmente, il 5 luglio scorso, il Senato ha approvato definitivamente il disegno di legge 2168 per cui ora la tortura è reato. L’approvazione del testo di legge ha destato molte perplessità da parte di molti perchè c’è il dubbio che la sua applicazione sia in realtà molto farraginosa ma è certamente un passo avanti. E’ dello stesso parere l’Anpi di Udine che ritiene la norma un passo fondamentale sulla strada del riconoscimento dei diritti fondamentali dell’uomo. Pertanto nel ricordo della lunga e inascoltata lotta di Luciano Rapotez, indimenticabile segretario e dirigente Anpi, per il riconoscimento del reato di tortura nell’ordinamento penale italiano, l’associazione provinciale organizza per mercoledì 19 luglio​ ​alle ore 20.00, presso la Loggia del Lionello in piazza Libertà, una manifestazione in suo ricordo. L’iniziativa, che sarà introdotta dal Presidente dell’Anpi Provinciale di Udine, Dino Spanghero, vedrà l’intervento del Sindaco di Udine, città simbolo dei diritti civili, prof. Furio Honsell e dell’avvocato Rino Battocletti, noto penalista udinese.
Seguiranno letture di brani tratti dagli scritti di Cesare Beccaria, Alberto Bertuzzi e Diego Lavaroni sul tema della tortura a cura di Federica Vincenti e Stefano Pol.
E’ previsto poi un momento musicale affidato alla voce di Francesca Fabbroni, ​ accompagnata dalla chitarra di Luca Ruffino.

Il mio incontro con Luciano Rapotez

In questa occasione voglio dare un personale contributo per aver conosciuto Luciano Rapotez, in particolare ricordo il primo incontro con lui come un evento straordinario nella mia vita di giornalista, ritengo che la sua storia sia degna di diventare oggetto di studio e conoscenza nelle scuole di ogni ordine e grado, perchè quando si parla di fascismo, di errori giudiziari, di violenza e tortura, ma anche di tenacia, la sua vita è un concentrato che bisogna conoscere. Una storia del ‘900 rimasta senza giustizia fino alla sua morte il 23 febbraio del 2015. Ed oggi, che finalmente il reato di tortura è entrato nella legislazione italiana lui sarebbe contento perchè, pur con i limiti di un testo non certo brillante per la sua futura applicazione, lo riterrebbe un piccolo passo verso quella giustizia che lui non riuscì ad avere per oltre 50 anni.
Conobbi Luciano Rapotez quasi 30 anni fa, nei primi anni ’90, nel corso di una riunione politica ospitata presso la sede del Pci in Viale Duodo a Udine. Conoscevo in maniera superficiale la sua storia, sapevo che era stato partigiano e che nel dopoguerra era stato incarcerato per un reato non commesso, un caso di malagiustizia come tanti, pensavo. Nel corso della riunione venne fuori anche l’argomento dell’affollamento delle carceri e lui dinnanzi ad una affermazione che minimizzava il problema, con pacatezza e calore, spiegò che la “galera” non è solo privazione della libertà, bensì un luogo dove ti senti un nessuno in balia di eventi che non puoi controllare, quella è la vera pena, e se sei innocente, diventa una tortura per l’anima peggiore perfino di quelle fisiche. Il modo, il trasporto, con il quale aveva espresso questo concetto mi fece scattare la curiosità. Per questo al termine della riunione, davanti ad un bicchiere di vino, ruppi gli indugi e gli chiesi di raccontarmi la sua storia. Mi guardò con uno sguardo che mi trasmise inquietudine, in quell’attimo ebbi il timore di essere stato insensibile, di aver riaperto con quella domanda, pur se a distanza di decenni, una dolorosa ferita di cui in quel momento non conoscevo l’entità. Ed invece no, Luciano cambiò l’espressione tramutando lo sguardo a me parso accigliato ed enigmatico in un sorriso e con voce ferma mi disse: “abbiamo tempo? Perchè sai è una storia lunga decenni”. Poi senza neanche aspettare la mia risposta iniziò a raccontare. “Devi capire, mi disse, che negli anni 50 la situazione in Italia era quella che era e che a Trieste era anche peggio”. Ed in effetti parliamo del 1955, da meno di un anno l’amministrazione di Trieste era stata data temporaneamente all’Italia, in sostituzione degli eserciti angloamericani. La “pacificazione” diventa forse una realtà consolidata nel resto d’Italia, ma a Trieste era stata più difficile. Molti ex fascisti erano stati reintegrati nei ranghi dell’amministrazione pubblica, polizia compresa. Rapotez mi raccontò che lui era stato partigiano, mi raccontò la vicenda della sua adesione alla resistenza dopo l’8 settembre del 1943 e poi giunse rapidamente al fatidico 1955 quando, una sera, era il 28 gennaio, sotto casa, viene fermato da tre uomini armati di pistola che si dichiarano poliziotti e gli comunicano di essere accusato di omicidio. “Cercano subdolamente di fare in modo che io tenti la fuga…. scappa, mi dicevano, scappa! Ma avevo capito, mi avrebbero abbattuto dopo pochi passi” anche se frastornato avevo compreso d’istinto che volevano andare per le spicce e sfruttare la cosiddetta “ley de fuga” che permette in sostanza di giustiziare un ricercato o in guerra  un nemico che tenti di scappare sparandogli alla schiena”. Ma Luciano, forte della sua innocenza non cade nella trappola. Delusi, i tre poliziotti, ex fascisti reintegrati nei ranghi, ma certamente dall’ideologia lontana dal nuovo corso democratico repubblicano, gli mettono i ferri e lo portano in questura dove inizia il suo calvario. “Mi riempirono di botte per cinque giorni e quattro notti. Mi sentivo un uomo di cartone, ma le botte erano il meno, non mi consentivano di dormire, di bere e mangiare e poi la luce accecante negli occhi e le lampade bollenti sulla testa a cucinarmi il cervello”, a questo punto del racconto lo sguardo di Rapotez si perde nel vuoto, la tensione del ricordo gli bloccava i muscoli del viso in una innaturale rigidità. “Sai, mi disse volgendo nuovamente lo sguardo verso di me, alla fine avrei confessato qualsiasi cosa, anche di aver ucciso Giulio Cesare”. Un iperbole efficace che anche in seguito gli sentii proferire. “In realtà, mi spiegò, mi accusavano di aver commesso una rapina quasi dieci anni prima, nel 1946, rapina che si era drammaticamente conclusa con la morte di un orefice, della moglie e della domestica”. Lui in realtà, verrà chiarito dopo anni nel processo, con quell’episodio criminale non c’entrava nulla, mentre invece per gli “investigatori” era il colpevole perfetto, non solo orgogliosamente comunista ed ex partigiano, ma aveva per di più un cognome dalla percezione fonetica slava. “Anche dopo la confessione, Rapotez proseguì nel racconto, furono giornate, settimane terribili, settimane che si trasformarono lentamente in mesi e poi in anni. Insomma carcere preventivo e isolamento fino al 30 agosto del 1957 quando nel processo venni assolto per insufficienza di prove e rimesso in libertà”. Durante l’iter processuale Rapotez aveva ritrattato la confessione estorta, raccontato delle terribili torture subite. Alla uscita dalla galera, ma di questo non mi volle parlare diffusamente, trovò il vuoto intorno a lui, gli anni di carcere preventivo e l’accusa infamante di un efferato omicidio erano stati troppo, oltre al lavoro aveva perso la moglie e i figli, infatti, se non bastasse avergli inflitto torture e carcerazione preventiva lo Stato gli nega anche l’affidamento dei figli, che restano con la madre, che nel frattempo si era messa con un altro. Di tutto questo disse solo una frase: “Erano anni durissimi, credeva che io fossi un assassino, doveva tirar su i bambini. Aveva trovato un altro. Oggi la capisco. Allora fu un colpo pesantissimo”. Rimasto solo Rapotez emigra in Germania ed è lì che, il 2 marzo del 1961, gli viene comunicato che in appello è stato prosciolto con formula piena ed anzi vengono ammessi per la prima volta come prova i segni delle torture subite. Un’assoluzione che viene confermata dalla Cassazione nel 1962. “In Germania, proseguì nel racconto, sono restato fino al 1986 per poi tornare in Italia e stabilirmi a Udine, ma nel frattempo non avevo smesso di richiedere giustizia”. Rapotez mi spiegò che aveva iniziato una complessa azione legale di risarcimento danni. Ed in effetti Il 5 giugno del 1979 il tenace Rapotez citò in giudizio davanti al Tribunale di Trieste per responsabilità oggettiva perfino il ministro degli Interni, Virginio Rognoni, per il risarcimento dei danni causati dai funzionari dello Stato. L’Avvocatura dello Stato si oppose adducendo tre motivazioni principale: la mancanza di prove delle torture subite, la prescrizione del diritto rivendicato e la non responsabilità diretta del Ministero. La richiesta dell’ex partigiano venne rigettata. “Mi dissero che lo Stato non era responsabile, semmai avrei dovuto citare direttamente i poliziotti”. “Così mi condannarono anche al pagamento delle spese processuali. Ma la storia non è finita, mi disse, sono ancora in attesa di un ultimo atto processuale e resto fiducioso”. Il racconto di Luciano terminò con quella dichiarazione di fiducia nella Giustizia che purtroppo gli ha girato definitivamente le spalle. In effetti quando mi raccontò i fatti era ancora in attesa di un verdetto, la battaglia di Luciano Rapotez era andata avanti. I giudici della Corte d’appello di Trieste, il 19 marzo del 1982, ravvisarono che i comportamenti illeciti dei poliziotti di Trieste configurano il reato di violenza privata pluriaggravata, il reato era considerato prescritto dal 1970, ma alcune lettere inviate nel 1968 al ministro della Giustizia potevano costituire interruzione della prescrizione stessa. Così il processo di revisione venne fissato per l’ottobre del 1988 ma, nel 1992 non era ancora stato celebrato, tanto che il 13 maggio 1992 la Commissione europea invitò il governo italiano a presentare entro luglio le osservazioni sul caso. Il processo viene concluso nel 2005 con una prescrizione che non è vera giustizia. Come non è vera giustizia che nessuno dei suoi torturatori sia mai stato neppure inquisito. La storia di Luciano Rapotez sembra un romanzo tragico ma è invece è stata tragedia vera, con i suoi 18 processi, quaranta magistrati, stuoli di avvocati, un’iniziativa della Corte europea, lettere a presidenti della Repubblica. Processi, incontri e promesse dalla politica, ma alla fine nessun risultato. Luciano Rapotez è morto senza ottenere giustizia e oggi che il reato di tortura è diventato realtà nell’ordinamento italiano forse potrà trovare un pezzetto di pace.

Fabio Folisi

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