La vecchia conoscenza di Lady Mary2 Ezio Bigotti implicato anche nelle sentenze amministrative truccate da una ventina di magistrati corrotti

Sentenze amministrative comprate e un’azione di dossieraggio per inquinare e depistare importanti inchieste penali. Come è noto a febbraio una grossa indagine delle procure di Roma e Messina aveva portato all’arresto di 15 persone per corruzione in atti giudiziari. Scorrendo i nomi si trovano vecchie conoscenze, compreso il nome di Ezio Bigotti il soggetto che già nel 2008 nella inchiesta sul "Teleriscaldamento" avevamo individuato come probabile dominus della società anonima lussemburghese Lady Mary 2 SA  che si è rivelata ai vertici di comando della Società GEFI, allora socia privata nella Spa pubblica Gestione immobili FVG e, come si scoprirà dopo, in molte altre realtà economiche. Scorrendo le visure societarie già nel 2008 si poteva capire che il filo lungo delle società che aveva tentato di fare affari torbidi in Fvg, con i buoni auspici di pezzi della politica regionale, portava al nome di Ezio Bigotti. E oggi questo personaggio è diventato l'uomo chiave di una serie di vicende che vanno dalle Alpi alla Sicilia passando per Roma, compresa la spinosissima questione delle sentenze truccate che hanno portato ora sotto inchiesta venti magistrati. Ma andiamo per ordine,  fra i quindici arresti di febbraio,  vi è una rosa di nomi eccellenti e frequentatori assidui delle cronache giudiziarie, finiti nel mirino di un’operazione messa a segno dalla Guardia di Finanza su ordine delle Procure di Roma e Messina. I 15 sono protagonisti di due associazioni a delinquere dedite alla frode fiscale, reati contro la P.A. e corruzione in atti giudiziari. Oltre al già citato Ezio Bigotti a febbraio scorso finirono nelle attenzioni di GdF e magistrati anche Giancarlo Longo, ex pm della Procura di Siracusa, l’avvocato Piero Amara (legale di Eni), l'imprenditore Fabrizio Centofanti e il docente della Sapienza Vincenzo Naso. I nomi di Amara e Bigotti erano emersi negli atti dell’inchiesta sul caso Consip. Quello di Centofanti, invece, era legato all’inchiesta su Maurizio Venafro, l’ex capo di gabinetto del governatore Nicola Zingaretti, poi assolto in uno dei vari stralci del processo Mafia Capitale. Nell’inchiesta risulta indagato anche l’ex presidente di sezione del Consiglio di Stato, Riccardo Virgilio (oggi in pensione). Gli investigatori erano partiti da un elenco di 35 sentenze presunte “aggiustate” trovato a casa di uno dei faccendieri e sono arrivati passo passo a scoperchiare una pentola che potrebbe diventare molto esplosiva. Ci sono infatti, come accennato in apertura,  più di venti magistrati iscritti per corruzione in atti giudiziari nel registro degli indagati delle procure di Roma e di Messina per un giro di processi aggiustati di cui non è ancora chiaro neppure il numero e riguardano soprattutto la giustizia amministrativa. Se le accuse venissero confermate, e vi sono tanti segnali che fanno capire che si aprirà una voragine giudiziaria,  si sarebbe dinnanzi ad uno scandalo che vedrebbe Consiglio di Stato e Consiglio di giustizia amministrativa fortemente condizionati dall'attivismo di un numero molto consistente di giudici a libro paga di corruttori e faccendieri. Uomini della giustizia che avrebbero preso mazzette per favorire i clienti più importanti rappresentati dallo studio legale siciliano Amara-Calafiore. Fra l'altro sembra che i due avvocati, fra gli arrestati a febbraio,  da alcune settimane starebbero facendo importantissime ammissioni riempiendo decine di pagine di verbali davanti ai pm romani coordinati dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e messinesi diretti dal procuratore Maurizio de Lucia. Vi sarebbero alcuni atti, che coinvolgerebbero, seppure in maniera marginale un magistrato del penale di Roma il cui nome emerge dagli atti per alcune cointeressenze in società indagate. Gli atti su questo soggetto sono stati mandati per competenza alla procura di Perugia, ma l'indagine promette di allargarsi e interessare altri uffici giudiziari italiani. Si dimostra comunque come per i faccendieri fosse assolutamente la normalità cercare di aggiustare o addirittura dribblare le inchieste ancora prima del loro instaurarsi. Ad essere malevoli si potrebbe pensare che anche la scarsa attenzione sulla faccenda “Gestione Immobili Fvg” possa essere stata in qualche modo frenata, magari solo attraverso opere di depistaggio o facendo leva sulla non certo spiccata propensione di certe Procure ad occuparsi di affari politicamente "pericolosi". Un dubbio, solo un dubbio da parte di chi, a seguito di quella vicenda venne bollato da qualcuno come visionario, subendo l'isolamento tipico di chi rompe la consuetudine del silenzio mediatico sulle vicende che possono disturbare i manovratori.
Varrà comunque la pena seguirla con attenzione questa inchiesta dato, fra l'altro, che il giro di corruzione è stato valutato in una prima fase in 400 milioni di euro che sarebbero poca cosa rispetto al passaggio complessivo di mazzette che sta emergendo. Molte transazioni sono infatti  estero su estero, difficili da seguire anche per i magistrati. Secondo fonti di stampa, gli investigatori della Guardia di finanza starebbero ricostruendo compilando passo, passo, una sorta di libro mastro delle sentenze aggiustate che troverebbero conferme anche nelle dichiarazioni fatte dai due avvocati Amara-Calafiore accusati di aver costruito questo reticolo di relazioni capace di condizionare le sentenze della giustizia amministrativa in favore dei loro facoltosi clienti, tutti interessati ad appalti milionari, molti dei quali affidati dalla Consip. L'altra, ma non meno importante, faccia della medaglia sarebbe stato l'ingegnoso metodo dei procedimenti cosiddetti "a specchio", che il pm amico di Amara, Giancarlo Longo, apriva a Siracusa con l'obiettivo o di entrare a conoscenza di elementi riservati di inchieste delicatissime (come quella milanese sulle tangenti Eni in Niger) condotte da altre procure o addirittura di inquinarle o rallentarli con atti appositamente costruiti e compiuti. Un'attività di dossieraggio da una parte e di depistaggio dall'altra che viaggiava con atti richiesti a molte procure: Roma, Milano, Siracusa, Trani.
“Il primo a parlare, spiega dalle pagine di Repubblica la giornalista Alessandra Ziniti, dopo tre mesi in carcere, è stato il rampantissimo Piero Amara, 48enne avvocato originario di Augusta ma con una importante clientela internazionale e amicizie nelle stanze dei bottoni. Messa da parte la linea di difesa iniziale, quando aveva negato di aver pagato magistrati per indirizzare le sentenze, ha finito con spiegare, almeno in parte, qual era il meccanismo messo in piedi per facilitare i suoi clienti: ricorso al Tar se la gara andava male e da lì verdetto sicuro o in primo o in secondo grado. Di cose interessanti ne ha raccontate diverse ma avrebbe in parte cercato di spostare le responsabilità sul collega di studio Calafiore. Il quale non l'avrebbe presa benissimo. E così, quando i pm gli hanno contestato le dichiarazioni di Amara, anche Calafiore ha deciso di rompere il silenzio contribuendo a sua volta a mettere tanta carne al fuoco delle due procure. E alla fine, due settimane fa, anche lui si è "guadagnato" i domiciliari”.

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