La vita di chi non ha casa

Anche a Udine ci sono i clochard, i barboni, i senza dimora, come si voglia chiamarli, quelle persone che non hanno una casa, non sanno dove trascorrere la notte, cercano un riparo come fa un gatto randagio.
Il perché non sempre si sa, ci sono tanti motivi, economici, di salute, di disperazione, di rinuncia…. Basta rimanere senza lavoro, ammalarsi, non avere supporti familiari e si diventa un senzatetto, per usare un termine politicamente corretto.
Svetlana (nome di fantasia) è ingegnere meccanico, ha studiato in Ucraina quando questa faceva parte dell’Unione sovietica, si è trasferita in Italia per guadagnare di più in modo da sostenere le spese dell’Università ai suoi due figli che si sono laureati. Poi qualcosa si è rotto, era stanca, delusa? Ha cominciato a bere e da lìi sempre in discesa, senza lavoro, senza casa, sola o in cattiva compagnia. Ingratitudine dei figli?…,mah! Ha tanta voglia di raccontare, un fiume in piena che non si riesce ad arginare e ci tiene al freddo, di notte, per strada perché non vogliamo abbandonarla. Ogni ruga del suo viso è segno di un dolore.
Il “colonnello”, non si sa di che esercito, dorme su una panchina, avvolto in tutto quello che ha, non accetta mai niente, insistendo gradisce un bicchiere di tè ed una ulteriore coperta, siamo in gennaio ed il freddo si fa sentire di notte. Mi dice, quasi in un soffio, che non gli importa di nulla, ma perché? Cosa è successo? Cosa ha infranto una vita dignitosa ed “in regola”? Parla a fatica, ha una bronchite cronica, non vuole curarsi.
Annette vaga cercando astutamente un riparo e lo trova, un tempo è salita sul treno sbagliato ed è scesa a Udine, non riesce a ritornare a Parigi perché non ha i soldi per il biglietto, qualcuno glieli darebbe ,ma non si fa trovare, non si fida e quindi non possiamo aiutarla. Si nasconde, scappa velocemente da un luogo all’altro come un fantasmino, che ci sia ciascun lo sa, dove sia… E molti altri che si riparano negli angoli più impensati, sui gradini di una casa disabitata, in un sottopasso su cartoni ormai luridi e fradici, avvolti in un sacco di plastica..
Racconto perché faccio parte di un’associazione laica che si occupa dei senza dimora, si dice così, ma l’espressione non è sufficiente per descrivere una situazione, non manca solo la casa, manca una radice che li leghi alla terra, non sempre sono stranieri, immigrati, spesso sono italiani che il destino o la società hanno emarginato. Portiamo bevande calde, coperte, maglioni, berretti… li troviamo in posti impensabili, nei sottopassaggi, in baracche fatiscenti, sulle panchine … sappiamo dove sono e li inseguiamo sperando di poter essere di aiuto. A volte sfuggono, a volte approfittano, stiamo in guardia, cerchiamo di discriminare. Vorremmo dare non solo una bevanda calda, ma anche il calore di una presenza, una spalla su cui appoggiarsi, ma forse per alcuni è troppo tardi, le delusioni, i dolori hanno scalfito il loro io che, ormai frammentato, non ha fiducia più in nessuno.
Dietro ogni persona c’è una storia, chi sa come erano e come sono diventati “senza dimora”, in ognuno tanta dignità. In questi percorsi incontriamo persone sensibili che ci aiutano dandoci informazioni su dove si trovano, di che cosa hanno bisogno, segnalando anche chi è importuno e disturba, rischiando di essere cacciato dal suo riparo. Tutto questo ci aiuta a rimanere umani.

(L.A)

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