Lacrime nere, un libro sull’emigrazione dalle Valli del Natisone di Ferruccio Clavora e Romeo Pignat

Lacrime nere è il titolo dell’interessante libro di Ferruccio Clavora e Romeo Pignat, edito da Primalinea, che tratta dell’emigrazione degli uomini e delle loro famiglie dalle Valli del Natisone in Belgio per lavorare in miniera. Emigrazione, in qualche modo obbligata, intensificatasi dopo il protocollo italo-belga del 23 giugno del 1946 che prevedeva la destinazione di cinquantamila operai italiani alle miniere del Belgio che, in cambio, s'impegnava a vendere all'Italia, mensilmente, un minimo di 2500 tonnellate di carbone ogni 1000 lavoratori inviati.
Per convincere gli operai italiani a lasciare il proprio paese, apparvero un po' in tutta Italia invitanti manifesti della Federazione Carbonifera Belga, che presentavano solo gli aspetti positivi e vantaggiosi di questo lavoro e si concludevano così:
“Approfittate degli speciali vantaggi che il Belgio accorda ai suoi minatori. Il viaggio dall'Italia al Belgio è completamente gratuito per i lavoratori italiani firmatari di un contratto annuale di lavoro per le miniere. Il viaggio dall'Italia al Belgio dura in ferrovia solo 18 ore. Compiute le semplici formalità d'uso, la vostra famiglia potrà raggiungervi in Belgio”.
Lacrime nere si apre con “un piccolo viaggio nell’anima della Slavia” di Romeo Pignat che descrive le bellezze naturali delle Valli, le tradizioni, l’artigianato, ne racconta la storia. Le sue splendide fotografie completano la narrazione. Nel capitolo successivo Ferruccio Clavora, dopo una breve, ma intensa e documentata storia delle Valli, affronta in modo documentato il tema dell’emigrazione in Belgio, vissuta da lui bambino in prima persona in quanto il padre, nel 1946, vi era emigrato e la famiglia lo aveva raggiunto. Descrive il lavoro dei minatori, tra cui suo padre, e la vita delle famiglie. Segue una piccola antologia di scritti di autori vari accompagnati dagli espressivi disegni di Sergio Metus e si conclude con alcune osservazioni di Romeo Pignat sul futuro delle Valli del Natisone.
La lettura “va veloce” e ci si addentra in un mondo più noto che conosciuto di emigrazione, lavoro massacrante, sofferenza e dolore, come sempre delle classi subalterne ed in questo caso delle fasce più emarginate. Uomini in cambio di carbone, non importa a quali condizioni.
Il libro scritto con pathos, rende partecipi delle vicende e della vita vissuta dai minatori e le fotografie delle Valli ci fanno intravedere la bellezza della natura e l’operosità dei suoi abitanti. Sono una speranza ed un o stimolo a non dimenticare queste esperienze, anzi a farne patrimonio comune ed occasione di crescita personale e di memoria costruttiva nell’affrontare l’immigrazione attuale, ma chiamiamole pure migrazioni di popoli, da paesi che non consentono condizioni di vita decenti. Tra il minatore delle Valli in Belgio e l’africano che raccoglie pomodori non mi pare ci sia una grande differenza se non temporale, si moriva di silicosi, si muore di pesticidi e diserbanti. Sempre per aumentare i profitti, l’essere umano è solo lo strumento per procurarseli, non ha dignità, solo oggetto di sfruttamento che non può difendersi.
Non mi dilungo oltre, invito a leggere il libro ed a riflettere. Da parte mia vorrei condividere le testimonianze che ho raccolto in un lungo ed appassionante lavoro di ricerca proprio nelle Valli, ho ripreso le testimonianze che riguardano, per restare in tema, il lavoro in miniera e le condizioni di vita. Eccone alcune
Nina
Non si poteva emigrare, poi dal 1950, tanti sono andati via in miniera in Belgio. Ci sono stata per otto anni, qua non avevamo casa, non c’era dove stare. Ho lavorato i primi anni in una lavanderia, poi in una pensione dove facevo di tutto, era più vicino a casa, mi davano anche il pranzo e qualcosa che rimaneva lo portavo ai bambini. Mio marito ha lavorato in mina per venti anni, faceva il turno di notte, arrivava a casa di mattina, preparavo la colazione per tutti loro, andava a dormire ed i bambini giocavano su una coperta per terra, si guardavano uno con l’altro, erano in fila, uno all’anno, lui li controllava un po’. Quando tornavo io, riposava ancora qualche ora, diceva sempre che era sepolto vivo, chi andava di giorno era sempre al buio, era sempre notte, per anni e anni, non era uno scherzo, era dura. Erano otto ore di lavoro, c’era una galleria principale dalla quale si diramavano le piccole, si doveva stare tutto il giorno in ginocchio, con la lampada al petto, il carbone era come le gubane, dovevano battere con le moto picche per tirarlo fuori dalla roccia come il ripieno dalla gubana. A fianco erano le tole come delle grondaie, davanti andavano i carbonini, dietro altri prendevano il carbone e lo buttavano nelle tole, erano gli spalatori, altri armavano, puntellavano per dare appoggio ai carbonini, c’erano delle vene così basse che dovevano stare in ginocchio. Respiravano tutta la polvere e molti sono morti così, altri col grisù. Mio marito diceva che quando nella lampada calava la fiamma era a causa del gas e qualcuno, rimasto intossicato, è morto. Del paese sono morti tanti in miniera, altri tornavano ma erano malati, solo uno è ancora vivo di quelli che erano lassù. Andavano perché si doveva, si era in miseria. Si passava la voce che si poteva andare, la domanda si faceva con il Comune, prima una visita a Udine e poi a Milano, io pregavo che prendessero mio marito che poi ha lavorato in mina venti anni, è morto presto, poco dopo essere tornato.
Giorgio
Siamo partiti in gennaio per il Belgio, dovevo avere la casa e tutto, sono andato poi a lavorare in una vetreria, in miniera era diverso, in galleria è una cosa, ma sotto era molto più duro il lavoro. Si scendeva in miniera, si camminava nelle gallerie anche a lungo, erano mal messe a volte, si prendeva il proprio posto di lavoro e si cominciava la giornata, l’aria era rarefatta, si respirava polvere di carbone, i bauetti respiravano polvere di sasso. Non si poteva tenere la maschera perché si intasava con la polvere a settecento e passa metri di profondità.
La giornata in miniera era pericolosa, c’erano le squadre di soccorso in cui c’era qualcuno che conosceva tutta la miniera, andavo a scuola a Marcinelle per imparare questo. Si cominciava alle otto, otto ore se andava tutto bene. Una volta quattro minatori sono rimasti bloccati e sono andato giù, era una settimana che erano là, uno era schiacciato tra le due pareti. Una volta ero rimasto anch’io sotto una frana, con un manovale belga, per fortuna sono caduto bene, non potevo muovermi, prima che siano venuti a prendermi è passato tanto tempo, mi hanno portato in ospedale, quello per i minatori. Un minatore vicentino bloccato a letto da otto mesi mi diceva di andare a casa, di non tornare in miniera. Ci sono rimasto sette anni e in tutto undici anni, ero capo, ho avuto tante ferite, si pulivano con la spazzola, poi hanno chiuso la miniera nel 1959, non rendeva più.
Ero già in pensione quando sono tornato in Italia, con dieci anni di lavoro prima dei quarant’anni si andava con la pensione d’invalidità. A ventitré anni mi era venuta l’ulcera duodenale, così ho avuto l’invalidità e sono venuto a casa.

Angelina
Io non dovevo andare in giro a cercare lavoro, c’era da mangiare, polenta e patate, a ventidue anni mi sono sposata in ottobre e in maggio mio marito è partito per il Belgio, dopo un anno sono rimasta vedova. È morto in miniera nel 1955, avevo ventiquattro anni, aspettavo la bambina che lui non ha visto, l’ho cresciuta io con l’aiuto dei suoceri, ho vissuto con loro.
Maria
L’amore non ha confini, il fidanzato era in Belgio, mi sono sposata, siamo rimasti insieme otto giorni, i mariti venivano d’estate quei venti giorni. Sono vent’otto anni che sono vedova, io ce l’ho sempre qua non vado a cercare altri. Lavorava in miniera a 1000 metri, ha avutoa la pensione a trentadue anni perché aveva la silicosi, è stato ricoverato, poi alla fine è successo un incidente col motorino, è caduto a Merso in un campo dove c’era granturco, sul troncone rimasto per terra ha battuto, poteva anche guarire ma non sarebbe rimasto lucido. Con la silicosi doveva stare su, con questa botta doveva stare giù, è durato due settimane, aveva cinquant’anni anni. Sono sola adesso.
Lidia
Negli anni ‘50 quando è cominciata l’emigrazione ,è stato un vero esodo, dieci, venti, trenta persone in una settimana, si sono svuotati i paesi, si è come spezzata una catena, si sono interrotte le tradizioni, tutto quello che si tramandava oralmente. Poi con quello che arrivava dall’estero si cominciava a stare meglio, anche la mente si apriva. I paesani si chiamavano tra loro e si ricomponeva il gruppo, in maggioranza andavano in Belgio.

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