Libera nos malo (“liberaci dal male”)

In fondo i candidati sono gli stessi di sempre e sotto sotto ce li meritiamo, frutto come sono della nostra comprovata incapacità di reagire e di mandarli al diavolo. Ciò non significa che sono tutti uguali e che in egual misura siano i responsabili della decadenza di una Regione che avrebbe potuto avvantaggiarsi del suo essere autonoma e che nelle ultime legislature si è invece distinta per una assoluta inadeguatezza sotto il profilo culturale e morale. Destra e sinistra si sono alternate nel varo di leggi e decisioni aberranti e inadeguate sotto il profilo della efficacia, senza che l'opposizione del momento ne fosse turbata più di tanto, convinta di dover aspettare la possibile rivincita con la faccia tosta del fracabotoni che, anziché dedicarsi allo studio, aspetta l'ora del desinare e allevia la sua nullità torturando lo smart-phone o le indolenzite natiche con il tepore di qualche provvidenziale scoreggia. Il fracabotoni è un animale sedentario e poco incline a privarsi della poltrona e dello stipendio. A vedere le sedute del Consiglio Regionale ci vanno in pochi e quei pochi ne restano sconfortati. Ancor più penose sono le audizioni: atti dovuti che non destano necessariamente l'attenzione del fracabotoni, pronto ad ammiccare al potente di turno, ma libero di schiacciare un pisolino o di andarsene al bar, in barba alla passione del cittadino che si è autoconvocato rubando una giornata della sua vita nella convinzione di doversi rendere utile.
Nè si può dire che quella del fracabotoni sia una missione ispirata al bene collettivo, essendo sempre pronto a soddisfare i poteri forti anche a costo di sacrificare gli interessi dei cittadini. Con simili propositi egli si rassegna a non mettersi in mostra ed evita di sindacare i tengo famiglia radio televisivi, o della carta stampata, cui è concesso di regolare i flussi del consenso ad esclusiva discrezione dei rispettivi capi bastone e nell'interesse del governante del momento.
A loro abbiamo dedicato centinaia di comunicati, né li abbiamo sottratti alle nostre invettive, sebbene in una lotta impari che, a prescindere dalla gravità delle loro nefandezze, i tengo famiglia si guardano bene dal diffondere. Li abbiamo seguiti giorno dopo giorno a partire dalla inaugurazione della ultima legislatura quando i fracabotoni di destra e di sinistra si sono spartiti le cariche consiliari grazie ad un vorticoso giro di pizzini andati subito a buon fine sotto gli occhi vigili della governante e
nella distrazione dei neo eletti grillini.
Senza nulla togliere a Fedriga, cui va dato il merito di una istintiva chiarezza e di aver fatto piazza pulizia in quella congerie di bricconi che nell'ultima legislatura si era infilata nelle file della Lega, l'esito elettorale delle regionali è da attribuirsi, non certo ai meriti dell'opposizione, ma soprattutto ai demeriti dalla Serrachiani: alla sua spocchia e ai suoi madornali errori. A lei e ai suoi servi sciocchi è da attribuirsi il disgusto generale, tant'è che la metà dell'elettorato ha disertato i seggi. A lei va il
merito del disastro del PD regionale nelle politiche e di conseguenza nelle regionali, che a bella posta ha voluto sottrarre all'election day,  nell'estremo tentativo di contenere gli effetti di una sconfitta che sapeva inevitabile, per quanto meritata. Insalutata hospite, la governante ha tagliato la corda ed è riuscita ad entrare in Parlamento per il rotto della cuffia, non senza lasciare i suoi servi nel guano per dedicarsi anima e corpo alla ricerca di una verginità politica per riciclarsi sulla scena romana. La campagna elettorale del PD è stata penosa, né si poteva pretendere che Bolzonello trasformasse la sua natura di coniglietto obbediente in quella di un leone vittorioso. Tanto penosa e volgare da aver spinto il segretario nazionale del PD a cercare una immeritata visibilità andando a farsi fotografare sulla tomba di Giulio Regeni.
Abbiamo dovuto assistere a scene penose, a cominciare da quelle offerte in occasione del 25 aprile. A Udine nel suo discorso celebrativo il sindaco Giacomello, subentrato ad Honsell, oltre ad approfittare della ricorrenza per esaltare la figura del suo predecessore -che pure era in lizza alle regionali- e i meriti del partito Democratico, è andato ben oltre, contrabbandando l'idea che con il fascismo è pace fatta e che pertanto tutti i morti sono uguali. Mentre è vero il contrario perché il carnefice non va mai confuso con la sua vittima e perché la morte non è una lavatrice che smacchia ogni colpa.
Ma se a Udine uno sciocco non ha saputo essere all'altezza di una Città medaglia d'oro alla Resistenza, a Porzus il delinquente è andato ben oltre. Colui che in passato ha dato evidenti segni di simpatia per il fascismo tanto da affermare che “Mussolini non ha mai ammazzato nessuno. Mussolini mandava la gente a fare vacanza al confino” si è fatto paladino dei partigiani della Osoppo per inveire contro i comunisti e contro i cinque stelle. Vedere l'amico di Dell'Utri con il fazzoletto e il labaro della Osoppo a farsi paladino della democrazia davanti ai suoi seguaci che nulla hanno mai avuto in comune con la lotta di Liberazione è stato a dir poco ripugnante e tampoco gli è giovato.
Diversamente da quanto è avvenuto nella precedente tornata elettorale delle politiche, quando per effetto della nuova legge elettorale la Lega ha tirato la volata a candidati della destra che mai sarebbero stati eletti al di fuori della coalizione, questa volta il partito di Salvini ha fatto cappotto lasciando agli alleati le sole briciole. Così è stato per Forza Italia e soprattutto per quel nulla facente che, a capo della Autonomia Responsabile aveva promesso fuoco e fiamme a favore di quella Carnia per la quale non ha mai fatto nulla di buono. E dire che Tondo si era persino illuso di candidarsi alla testa della coalizione di destra in luogo di Fedriga. Nè gli è servito fare ammenda sulla vicenda dell'elettrodotto della Terna davanti alla quale si era prostrato all'osteria da Ottavio al Panteon, davanti ad un piatto di fagioli con le cotiche in una calda serata del 7 luglio del 2009. Gli è andata male per non essere stato rieletto: né lui né i due orfanelli di Alfano, confluiti nella sua lista dopo una vita trascorsa a fare i volta gabbana e ad accattivarsi i consensi a costo di elargire piccoli favori con i soldi dell'erario, o più semplicemente di presenziare ad ogni funerale per fare colpo sui parenti del defunto.
Persino patetica la ennesima esclusione di Valeria Grillo, la quale da brava autonomista ha pensato bene di infilarsi nella lista di Fratelli d'Italia, cui l'autonomismo fa venire l'orticaria. E dire che la formosa creatura anziché vantare vorticosi amplessi, per avere il voto si è definita “una qualificata creativa rappresentante del Friuli, viste le elevate probabilità di successo”, incurante del fatto che nel mentre il compianto Marzio Strassoldo sobbalzava nella tomba. Ben più tragica la conta delle vittime in campo avverso, che di sinistra non ha più nulla. Eppure la ex governante, con la supponenza che le è propria, si è limitata a dire che la sconfitta è dovuta al ciclone nazionale
del centro destra che ha finito per travolgere anche il Friuli Venezia Giulia. Così, non senza il contributo delle nostre invettive, sono spariti dalla circolazione il capogruppo dei Cittadini, nonché i due orfanelli di Sinistra Ecologia Libertà che si erano fatti protagonisti del più becero sostegno alle politiche reazionarie della Serracchiani. Tra gli altri sono spariti il paffuto Boem, che aveva il vizio di trasformare le audizioni in una farsa, Paolo Panontin, artefice della famigerata riorganizzazione amministrativa,
l'assessore Eleonora Panariti e, dulcis in fundo la ineffabile Sara Vito che il mondo intero ci ha invidiato per sagacia e competenza e che nella veste di assessore  all'ambiente ha raggiunto livelli preclusi all'umano. Un discorso a sé merita il disastro dei 5 Stelle, anche perché lo avevamo preannunciato in più occasioni e, inutilmente, lo avevamo anticipato allo stesso Di Maio. Senza mezzi termini avevamo detto a Luigi che il Movimento non a caso aveva subito la defezione dei tre parlamentari
nella precedente legislatura e che era destinato ad avvizzirsi come effetto di una evidente chiusura verso il mondo esterno, tale favorita dall'egoismo di pochi capi bastone che per non allargare la partecipazione e il dibattito preferivano vedersela fra di loro, determinare la scelta dei candidati e organizzare la esclusione di chiunque li
ostacolasse o solo potesse metterli in ombra, in quanto a competenza e attivismo. Luigi ci ha ascoltato, ma ha lasciato fare; loro non hanno esitato a cavalcare le nostre lotte sin tanto che conveniva e senza esserci di alcun aiuto. Alla fine si sono bruciati facendo uscire dal cilindro un candidato presidente sconosciuto, per giunta romano e con un recente trascorso nelle file di Alleanza Nazionale. Cosa pretendere di più?
Tibaldi Aldevis Comitato per la Vita del Friuli Rurale

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