Lotta al terrorismo o guerra all’Isis, i dubbi amletici dell’occidente

Neppure negli anni “caldi” della guerra fredda, che pur erano complicati al punto di portare il mondo sull'orlo del terzo conflitto mondiale e forse dell'olocausto nucleare, si viveva con l'attuale incertezza. Insomma il quesito su cosa deve fare l'occidente industrializzato di fronte alla minaccia jihadita è davvero di complicata soluzione. Del resto è vero che gli attentati di Bruxelles, ma questo era già evidente nei giorni di quelli avvenuti a Parigi a novembre, ci impongono delle serie riflessioni sia sulla natura di chi ci sta attaccando e sui loro scopi. Ma soprattutto ci impongono una riflessione sul tipo di risposta che i governi europei devono dare di fronte alla minaccia jihadista. Fino ad oggi, riunione dei ministri degli interni di ieri compresa, la risposta è stata deficitaria e deludente. Anzi da novembre, quando ci furono gli attentati parigini, la situazione si è ancora di più complicata sul versante migranti e profughi che sono un pezzo non ininfluente del problema. Anche su quel fronte le risposte dell'Europa sono state disastrose, con la politica dei muri e quella ignobile dello scambio di “prigionieri” con la Turchia. Si è così portata benzina preziosa alla causa del daesh anzi, per dire le cose fuori dalle ipocrisie, dell'Isis. Lo “stato Islamico”, si sarà anche auto proclamato, ma è una realtà vera, disconoscerne l'esistenza non vuol dire deleggittimarlo, anzi il contrario, si rischia di minimizzarne il pericolo dinnanzi alle opinioni pubbliche europee. Se poi volessimo chiamare tutte le cose con il loro nome, dovremmo dire che gli attacchi a Bruxelles così come quello a Parigi sono atti di "guerra" e non di "terrorismo". Winston Churchill anche quando piovevano le v1 e le v2 su Londra faceva la guerra alla Germania, non a “terroristi” tedeschi.
Continuare nell'ipocrita tesi che l'attacco all'occidente ai sui valori sia compiuta da semplici fanatici, ha il risultato , come è accaduto fino ad oggi, che il contrasto contro le azioni si impantanano nelle sabbie mobili del nazionalismo, degli egoismi territoriali europei, con il risultato di rendere praticamente inefficace ogni logica di coalizione contro un nemico comune. Non ammettere di essere in guerra non è questione di lana caprina, ha come conseguenza il fatto che si rende quasi impalpabile il nemico, di cui invece dovrebbe essere ben chiara l'identità. Allora per capire meglio partiamo dal concetto di base, dalla domanda principe che dovremmo farci, non se esiste un Islam moderato e cosa eventualmente dovrebbe fare, ma esattamente il contrario, se esiste o meno un Occidente moderato e come questo dovrebbe comportarsi. Diciamo però, che così come le affermazioni e le ricette dei tanti novelli Trump che crescono in Europa sono da rigettare, anche quelle troppo buoniste non sono molto meglio. Le tesi sulla responsabilità occidentale nella situazione geopolitica attuale pur se una realtà storica non aiutano la risoluzione dei problemi. Introdurre il concetto causa effetto comporta infatti non pochi rischi, non ultimo quella di giustificare gli orrendi crimini degli Jihadisti dando così “quasi” ragione alle tesi popolari presenti fra molti seguaci di Maometto. Inutile negarlo, nel mondo islamico c’è la convinzione, pur completamente decontestualizzata dai periodi storici, che tutto nasce dalle responsabilità occidentali e che quindi in qualche modo i terroristi sono solo “fratelli che sbagliano” e per questo comunque meritano la protezione che un musulmano deve ad altro musulmano. Ed ecco che si spiega la latitanza di quattro mesi del super ricercato Saleh e la poco marcata presa di posizione del mondo islamico contro il terrorismo. Si condanna il metodo ma si pongono molti “però”. Il meccanismo, pur con le dovute differenze ideologiche e storiche, sembra riportarci all'epoca degli anni di piombo in Italia, con quella tesi resa plasticamente sintetizzata in uno slogan, che ci diceva che tutto sommato Brigate rosse & c avevano le loro ragioni ed erano “compagni che sbagliano”. In realtà, così come quelli non erano compagni della sinistra italiana, ma ne erano solo una folle deviazione, lo stesso vale per il jihadismo. Non si tratta, come qualcuno afferma della naturale propensione dell'Islam alla distruzione del non credente, ma di una drammatica deviazione teologica e culturale. Così se da un lato è evidente che l'Occidente ha sbagliato nei confronti dell'Islam le politiche degli ultimi decenni e anche vero che utilizzare questo fatto per giustificare e non per capire è un esercizio pericolosissimo. Certo è evidente che l’Occidente, chi più chi meno, ha grandi responsabilità pe gli oltre vent’anni di bombe “liberatrici” e centinaia di migliaia di morti, i milioni di profughi e l'appoggio ai regimi più vergognosi. Ma l’occidente ha soprattutto la responsabilità di aver operato politiche che non hanno fatto altro che rendere più solida ed evidente quella stratificazione culturale integralista presente nelle interpretazioni più retrograde dei testi coranici. Allora da tutto questo ragionamento appare evidente che capire chi sia il nemico non è facile, certo il nemico è chi mette le bombe, ma lo diventa davvero solo se queste sono bombe a casa nostra o quando migrazioni bibliche di popoli in fuga scaricano sulle nostre coste o frontiere le briciole di questi esodi. Ed allora ripetiamo la domanda chi è il nemico? Sono le poche o tante decine di foreign fighter presenti nelle nostre città o quelli che tramano contro di noi da fuori dei nostro confini uccidendo nel contempo le loro stesse genti? Di certo per noi il crescendo di pericolosità è proporzionale alla messa in discussione dei nostri interessi economici o più semplicemente misurata sulla base dei chilometri di mare o terra che separano quelle genti dalle nostre. In questi anni una scelta era stata fatta, si era guardato al nemico identificandolo principalmente, per comodità e convenienza, con quello fuori dai nostri confini. É stato così in Afghanistan, Iraq, Siria, Algeria, Mali.... Chi non ricorda le guerre in Afghanistan e Iraq, i bombardamenti "mirati" ed intelligenti in Libia, Somalia, Pakistan. L'unico vero risultato è stato l'escalation globale di violenza jihadista. Capire gli errori dovrebbe servire a evitarne altri, ma la corda è stata tirata a tal punto che ogni decisione appare ora complicatissima. Concentrarci unicamente sul cosiddetto "nemico interno", chiudendosi a riccio nella roccaforte europea, è tesi che sembra prevalere nell'Europa degli egoismi ultra nazionalistici. Questo potrebbe essere disastroso perchè decreterebbe la fine stessa dell'unità europea e dei suoi valori. Potremmo stanare quelle poche centinaia di jiadisti presenti nella vecchia Europa vincendo, forse, una battaglia sul piano della sicurezza, ma vincerebbe in realtà l'ideologia dello stato islamico che ci avrebbe contaggiato con i suoi integralismi. Una battaglia interna che fra l'altro sarebbe difficilissima da vincere a meno di non dare retta alle soluzione in stile Trump, colpendo intere comunità musulmane che vivono in Europa, solo per essere certi di non fallire il bersaglio e colpire anche gli individui responsabili degli atti di terrorismo. Un metodo che sappiamo usarono i nazisti che criminalizzavano intere collettività come corresponsabilo per le azioni (in quel caso fra l'altro legittimate dalla lotta per la libertà) di alcune persone. Questo come dimostrato dalla storia in vari contesti, non fa altro che contribuire a radicalizzare le posizioni e la battaglia è persa prima di iniziare.

Da non sottovalutare le logiche dei dispensatori del terrore la cui preoccupazione principale è creare un clima di odio diffuso innestando reazioni di violenza indiscriminata. Se si scatenasse questo circolo vizioso il gioco del terrorismo sarebbe vincente. Certo, non è facile reagire tenendo i nervi saldi, richiede uno sforzo molto più grande, ma il modo migliore e il più efficace per combattere il terrorismo è proprio quello di isolare le cellule radicali dal loro contesto, non di colpire quello stesso contesto indiscriminatamente. Questo che si tratti di obiettivi “interni” che di obiettivi esterni.

Potrebbero interessarti anche...