Meno cooperative e più campi di concentramento per tutti

Ieri mattina un politico di "governo" - o di governance? non mi ricordo più la distinzione tra le due parole in Costituzione... - ha detto testualmente in radio che "ora finiremo con l'accoglienza diffusa, e così finiranno anche gli affari delle cooperative". Ovviamente la dichiarazione era a commento della ennesima pagliacciata bruxelliana; con ognuno dei 27/28 a dichiarare di aver vinto la partita ... tanto ogni suddito deve bersi le frottole nella sua lingua. Ma la sostanza si è capita: ai migranti, se sopravvivono nella loro
odissea verso l'Europa, saranno riservati nuovi campi di concentramento. Come dire: se reggono alla "cura Regeni" della colonia libica italo-franco-egiziana, glie la sarà fatta vedere qui da noi. E così, basta con l'accoglienza in case normali, con il controllo dei
comuni e delle comunità locali e la gestione di operatori professionali (e solidali) delle cooperative sociali e delle associazioni. E via libera, nuovamente, alle multinazionali delle carceri private ed ai loro emuli italici, che hanno dato così "buona" prova di se, da Gradisca d'Isonzo a Lampedusa. Fin qui, le cose da destra. Il che è comprensibile: in fondo, non è l'Italia che si è inventata il fascismo? Il paese che ha praticato il "colonialismo straccione" di leniniana memoria, coprendo i massacri africani, balcanici e russi con la demagogia dell' "italiano brava gente"? Che però gli "affari" cooperativi siano genericamente additati al disprezzo, in questi giorni, dalla stessa direttrice de "il manifesto", oltre che da svariati articoli sullo stesso quotidiano, supera la capacità di pazientare di chi di sinistra (vabbé, il termine non ha più senso... ed allora diciamolo: di chi classista, dalla parte di chi è sfruttato) è sempre stato. E pure lavora (il classista-operaista di cui sopra) nella cooperazione, perché crede nella democrazia economica, nell'autogestione, nel superamento di rapporti di lavoro basati sul dominio di classe e la corrispondente estrazione del plusvalore prodotto dai lavoratori, da parte delle classi dominanti. Ancora più fastidioso, è che a sparare a zero sulla cooperazione sia un giornale che sostiene di essere comunista. Si può capire "il fatto quotidiano", talvolta di sinistra (mah, con quel "modello Montanelli" in testa...) in politica interna, ma irrimediabilmente di destra in economia e politica internazionale. Si può capire perfino Milena Gabanelli con i suoi emuli, che di cooperative non capiscono nulla: bastava sentirne una trasmissione, con le evidentissime confusioni tecniche, a dispetto di quanto si fanno pagare. Non che a "il manifesto" di cooperative abbiano mai capito molto. Come dimostrano, più che le analisi che mancano, il fallimento della precedente cooperativa editoriale e le ridicole "riflessioni" al proposito. Come se il fallimento del socialismo del XX secolo non imponesse di ripensare seriamente agli errori fatti, ed a come praticare altrimenti i valori  dell'autogestione. Ed autorizzasse invece a parlare a vanvera, sputando sempre sugli altri. Come se la matematica non facesse parte del bagaglio di chi si appresta a governare l'economia: la massaia di Lenin era un'autodidatta colta, mica una svampita che si
faceva fare la spesa dalla serva (proletaria: ma obbligata per necessità a far di conto).  D'altronde oggi tutto il mondo dell'informazione, produttore di semplificazioni e tormentoni modaioli, è ormai dedito a sprezzare pubblico ludibrio su un movimento cooperativo, inevitabilmente "rosso". Mondo variegato, che di colpa ne ha soprattutto una, significativamente ignorata. Ovverossia una deriva verso il modello dell'impresa privata, che ha stinto il rosso (e sporcato il "bianco" dell'altra parte del movimento cooperativo). Cosa dice su questo quanto rimane della sinistra? Nulla, il vuoto più assoluto. La totale incapacità di analisi. Anzi, peggio: il disinteresse, sostituito dal chiacchiericcio politichese. Salvo l'insulto. Ci sono cooperative che sfruttano, "spurie" e non? Ce ne sono altre, la maggioranza, che si comportano correttamente: riuscite a distinguere? Ci sono cooperative di "compagni che sbagliano" ("perfino" quelli che facevano la "lotta armata per il comunismo", e poi si sono affidati ad uno come Buzzi?... basterebbe questa per seppellire con una amara risata certi "rivoluzionari" degli anni 70, con il loro superficiale ideologismo ... ) ?? Ebbene, ce ne sono altre che lavorano sul serio, hanno chiuso manicomi, realizzato i servizi sociali sul territorio, realizzato l'accoglienza diffusa. Battendosi contro le istituzioni totali, quelle di ieri e quelle di oggi. Ma la cooperazione è una cosa seria. Certo, in piena crisi di identità: chi non lo può essere, in questo mondo globalizzato dove tutti i punti di riferimento sono saltati? Ma allora bisogna analizzare, suggerire, proporre, costruire.

Gian Luigi Bettoli, cooperatore sociale e dirigente di Legacoop

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