Missili tomahawk scrivono la Storia

Di Fabio Folisi--------------------

L'attacco Usa alla Siria è tutto tranne che una azione ritorsiva per “vendicare” i bambini uccisi con il gas. Siamo al solito ipocrita utilizzo di vittime civili per fini che di umanitario hanno ben poco, anzi nulla. Quelle povere vittime a Khan Sheikhoun usate come pretesto, come prima di loro accadde ai morti del mercato di Sarajevo, che si scoprì anni dopo essere state vittime di fuoco “amico” non casuale, per non parlare della famose armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, una storia che vale la pena di raccontare perchè le analogie con quanto avviene oggi sono parecchie. Per limitarci temporalmente diciamo che quella storia inizia nel 1980 quando sostenuto dagli Usa Saddam, attacca l’Iran in un conflitto che costerà la vita a due milioni di persone. A quel tempo Saddam, ritenendo la minoranza curda irachena fiancheggiatrice dell’Iran, ordina l’operazione Anfal per punire i curdi. L’operazione più sanguinosa è quella che colpisce la cittadina di Halabja, il 16 marzo 1988, nella quale vengono usate armi chimiche che provocano la morte di almeno 5mila persone, non 90 come oggi nella cittadina siriana, fatto questo che dovrebbe indurre alla prudenza. Ma torniamo alla “storia”, nel 1990, avendo rotto i rapporti con Washington, Saddam attacca il Kuwait, scatenando la reazione degli Stati Uniti e di altre decine di Stati che reagiscono attaccando l’Iraq nella prima guerra del Golfo. Con l’Operation Desert Storm (Tempesta nel deserto) l’esercito di Saddam viene sconfitto ma Saddam non viene deposto. Ma nell’indifferenza generale si vendica degli sciiti del sud che avevano risposto all’appello Usa insorgendo contro il rais. Passano gli anni e di nuovo Saddam , siamo nel 2003, viene ritenuto una minaccia alla pace per essere in possesso di presunti arsenali di armi di distruzione di massa. Quella la scusa scatenante, ma quelle armi non saranno mai trovate. Anche quella storia inizia con un Tomahawk lanciato da una nave Usa nella notte tra il 19 e il 20 marzo 2003, attorno a mezzanotte. Una casa di Baghdad viene centrata, distrutta. E’ un segnale, la Coalizione dei volenterosi, guidata dagli Usa e sostenuta da 48 paesi, Italia compresa, attacca l’Iraq per rovesciare il regime di Saddam Hussein. Quel primo missile era destinato proprio a lui che secondo fonti degli 007 angloamericani doveva essere nascosto in quell’edificio. In realtà l’attacco vero e proprio inizia alle 5,35 (3,35 in Italia) di quella stessa notte, quando il cielo del Golfo Persico s’illumina delle scie di circa quaranta missili Tomahawk lanciati contro obiettivi strategici della capitale irachena.
Inizia la seconda guerra del Golfo, l’operazione Iraqi Freedom, che costerà la vita a migliaia di persone, almeno 150mila iracheni (tra civili e militari), 4500 militari Usa e centinaia di cittadini di altre nazionalità.
Come si vede il gas sia esso nervino o meno sofisticato cloro e da sempre un ottimo casus belli e oggi, torna protagonista in Siria e ancora una volta più dei danni provocati sul campo di battaglia o tra i civili, pesano gli effetti mediatici e politico-strategici. Del resto ormai sono decenni che sul giochetto delle armi chimiche si giocano battaglie di propaganda e non certo campali. Così nonostante l’assenza di prove certe e la consapevolezza statunitense che anche i ribelli utilizzano armi chimiche su bassa scala (proprio quella adatta a uccidere qualche decina di persone) viene pianificata l’azione.
In realtà poco importa se la strage sia stata provocata direttamente da bombe caricate a gas, che Assad non dovrebbe avere, come certificò l’Onu nelle sue ispezioni, o da un deposito dei ribelli colpito da bombe convenzionali dai jet di Damasco. In ogni caso era la scintilla che serviva a Donald Trump, o meglio a qualche suo consigliere esperto, per consentirgli di riprendere in mano il filo della presenza Usa in medio Oriente che stava scappando di mano agli Usa e che era stato progressivamente occupato da quel furbacchione di Vladimir Putin. Insomma sono bastati appena due giorni a Donald per cambiare radicalmente la sua politica nei confronti del conflitto siriano con una piroetta di stile mediterraneo più che a stelle e striscie.
Analizziamo i fatti. Arriva la notizia, diffusa da media vicini ai ribelli siriani del bombardamento chimico a Khan Sheikhoun attribuendolo senza se e senza ma alle forze aeree di Bashar Assad e in un primo tempo anche russe, questione fatta rientrare subito perchè un conto è colpire Assad un altro Putin. Trump ha prima fatto sapere tramite il suo portavoce di “aver cambiato idea sul presidente siriano” che nei giorni precedenti avena affermato non essere un problema, per poi annunciare ad alcuni membri del Congresso, di valutare azioni militari unilaterali dopo il veto russo alla risoluzione di condanna del regime siriano. Qualcuno gli ha fatto notare che era un occasione ghiotta per giustificare un rovesciamento della politica mediorientale. Non importa se non ci sono rapporti o verifiche di fonti neutrali sull’accaduto e se i dubbi sul resoconto dei ribelli sono tanti e le vittime troppo poche per un attacco aereo con armi di distruzione di massa (Saddam Hussein nel 1988 uccise 5mila curdi con un solo bombardamento su Halabja, non 90 come nella cittadina siriana). Ma soprattutto non sono stati effettuati ancora riscontri per verificare che il gas utilizzato martedì sia proprio quello degli arsenali (ufficialmente smaltiti) delle forze armate siriane. Ma non importa, basta affermare di essere sicuri, di avere le prove senza mostrarle ed il gioco è fatto, tanto nessuna cancelleria occidentale avanzerà dei dubbi, tutti si adegueranno alla verità a stelle e strisce. Detto fatto ed ecco scatenarsi il raid missilistico della notte scorsa, e ancora una volta le scie dei missili Tomahawk pennellano il cielo medio orientale. Sono 59 gli ordigni “intelligenti” lanciati dai cacciatorpediniere Porter e Ross (classe Arleigh Burke), basati nel Mediterraneo orientale. Missili che avrebbero dovuto colpire aerei, depositi, bunker per le munizioni, sistemi di difesa aerea e radar nella base aerea di Shayrat, vicino ad Homs, luogo da cui erano decollati i jet che colpirono martedì scorso la zona di Idlib. Ma invece ecco l'altro colpo di scena, i danni sono marginali, perchè il Pentagono aveva avvertito prima del lancio i russi che in quella base avevano uomini e mezzi. E' quindi scattata l'evacuazione che ovviamente non poteva riguardato solo l'armata di Putin ma anche gli stessi siriani. Solo alcuni velivoli in riparazione che non potevano essere spostati e qualche postazione radar fissa è stata distrutta, il grosso di materiali e mezzi aveva già preso il volo da ore. Ma del resto il problema non era militare, era simbolico e tale e stato. Tutto come da copione, come da copione sono le posizioni occidentali che si sono subito appiattite su quelle dello zio Sam dal pelo rosso. Nessun dubbio su quanto avvenuto, non solo nessun dubbio passa per la bocca dei leader politici europei, fatto tutto sommato comprensibile sul piano dei rapporti di schieramento, ma che neppure giornali e tv siano colti dal ben che minimo dubbio è sconcertante. Insomma la verità rivelata è che la versione della strage dei bambini con bombe volute da Assad deve essere necessariamente quella vera. Intendiamoci Assad è un dittatore sanguinario e torturatore di oppositori, ma non è stupido e non aveva alcuna convenienza a mettersi contro il mondo intero proprio mentre il gigante americano aveva tanta voglia di dimenticarsi di lui. Così mentre nessuno chiede a gran voce che una commissione d'inchiesta indipendente valuti quanto avvenuto, siamo anche alla disfatta del giornalismo. Del resto a chi importa più. Quello che si voleva si è ottenuto. Così i russi tornano ad essere i cattivi che sostengono il cattivone di turno, gli Usa riconquistano al prezzo di una manciata di missili il ruolo di gendarme del mondo e l'Europa torna a sognare di poter per sempre vivere nell'ombra dell'amico americano che gli toglie le castagne dal fuoco. Almeno finchè questo non deciderà di scaricarla la vecchia Europa, preferendo magari solo un nuovo asse con l'Inghilterra del dopo Brexit e relegandoci al ruolo di nuovo terzo mondo, magari tornando a tramare sulle democrazie da rendere malleabili... in stile sudamericano.

Potrebbero interessarti anche...