Morti sul lavoro una tragedia assoluta. Servono salto culturale e risorse per controlli perchè le leggi ci sono ma troppo spesso vengono aggirate

Si chiamano anche morti bianche, parliamo dei decessi sul lavoro, l'uso dell'aggettivo "bianco" alluderebbe all'assenza di una mano direttamente responsabile dell'incidente, anche se questo concetto andrebbe meglio specificato perchè spesso un responsabile esiste. Forse sarebbe meglio riutilizzare la locuzione omicidi del lavoro, per rimarcare le responsabilità dei sistemi di produzione delle economie industrializzate e la scarsa o almeno non sufficiente attenzione alla sicurezza sul lavoro del sistema industriale, in particolare siderurgico, ma anche edilizio e agricolo. Gli episodi delle scorse ore in Lombardia, 5 morti impressiona per il fatto che gli infortuni si sono concentrati, ma in realtà la questione nazionale è di una gravità assoluta con circa tre decessi al giorno. Se continua così è alto il rischio che vi sia una inversione di tendenza nel calo del numero dei caduti sul lavoro (1000 morti sono comunque una enormità), l'esperienza infatti racconta che maggiore è la precarizzazione del lavoro, maggiore è la possibilità di infortunio e il precariato, aiutato da leggi come il job act non fanno che aumentare i precari.  Chiamiamole anche morti bianche, ma queste sono destinate a crescere se non vi sarà una inversione di tendenza.
"Il bilancio drammatico di questo inizio anno sul fronte degli incidenti sul lavoro obbliga non solo a una riflessione, ma ad adoperarsi per un fattivo cambio di passo. In Italia, a fronte di un’architettura legislativa tra le più complete e articolate del panorama internazionale, scontiamo soprattutto due fattori: un deficit culturale, che porta troppo spesso tutte le parti in causa a trattare il tema della sicurezza con superficialità o a considerarlo addirittura una seccatura, e la cronica mancanza di risorse per i controlli, sia in termini finanziari che di professionalità qualificate". A parlarne ad esempio è l’ing. Sandro Simoncini, docente a contratto di Urbanistica e Legislazione Ambientale presso l’università Sapienza di Roma e presidente di Sogeea SpA, azienda specializzata nella sicurezza sui luoghi di lavoro.
«Non c’è dubbio che la chiave sia lavorare sulla prevenzione: aziende pubbliche e private, liberi professionisti, realtà di piccole o grandi dimensioni devono trattare il tema della sicurezza con l’attenzione e la dedizione solitamente riservate a tutti gli altri processi produttivi. E questo salto di qualità culturale va chiesto ai datori di lavoro, ai dipendenti e anche a ciascun privato cittadino, che nell’affidare un incarico o nello scegliere un’azienda non deve pensare solo al risparmio ma indirizzarsi verso coloro che rispettano le regole e operano in totale sicurezza.
Ciò va ovviamente combinato con una rete di controllo che deve essere più estesa e capillare: non è possibile – prosegue Simoncini – che in centri urbani di dimensioni consistenti l’onere dei controlli ricada sulle spalle di appena due o tre ispettori. Avere delle norme all’avanguardia risulta inefficace se poi non vengono licenziati in tempi ragionevoli i relativi decreti attuativi e non si individuano le necessarie coperture finanziarie. Senza uno scatto in avanti saremo condannati a contare sempre almeno 1.000 morti all’anno e a restare tra i Paesi meno virtuosi dell’area europea con i nostri 2,6 decessi ogni 100.000 lavoratori. Piangere le vittime non serve se poi non si rende giustizia al loro sacrificio cambiando davvero le cose».

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