Nei secoli abbiamo imparato l’arte, grave errore fu metterla da parte

Pagnacco. Da sabato 24 settembre, esposizione d’artigianato artistico che ha fatto la nostra storia.
In mostra una collezione di ceramiche da tavola disegnate dall’architetto friulano, Paolo Coretti.

Sarà inaugurata una mostra di oggetti d’arte che riteniamo indispensabile segnalare come si deve. E i manufatti in esposizione sono significativi quanto il luogo che li ospita: il Museo di Storia Contadina di Fontanabona. Lì, una collezione di ceramiche disegnate dall’architetto friulano, Paolo Coretti e realizzate da maestri di bottega friulani, veneti, emiliani e pugliesi, troverà meritato spazio.
Nell’ambito di “Tiaris a Pagnà”, dunque, la mostra “Le ceramiche di Paolo, pensieri ed oggetti per la tavola”, sarà inaugurata venerdì 23 settembre alle 18. Sabato 24, invece, nella sede espositiva dell’Associazione Arte a Pagnacco, una serie di eventi coinvolgeranno il pubblico, anche dei più piccoli, al piacere della creazione.

Il Gallo, by Galvani

Il Gallo, by Galvani

L’idea ci piace.

Non molti anni fa, infatti, un noto negozio di oggettistica prestigiosa di Udine, si rifiutò all’improvviso di acquistare da un’artista locale, porcellane dipinte a mano e cotte al terzo fuoco. Oggetti di rara bellezza ma, rispetto a quelli stampati in serie, decisamente costosi. Lo stesso valse per due botteghe di sartoria, uccise dall’abbigliamento massificato. A quel punto ci siamo resi conto che eravamo giunti alla fine di un processo iniziato, in realtà, da molto tempo: ovvero la morte dell’artigianato ma, soprattutto, dell’artigianato artistico.
Non ce ne eravamo accorti, distratti e anestetizzati dalle paccottiglie “scintillanti” e di facile consumo offerte in un’era che punta dritta al suicidio: la globalizzazione.
E così in una realtà che ci ha reso sempre più confusi, siamo diventati conniventi e complici del vero delitto “seriale”: la marginalizzazione dell’Artigianato; non riconoscendo più la dignità all’artiere e all’artefice di idee, confinando e mortificando la sua vocazione.
E’ questo l’effetto di una certa modernità (la malamodernità si potrebbe dire): renderci stupidi e autolesionisti; perché quando chiude senza ricambio un’attività artigianale, è come se chiudesse un archivio di stato.
Un collega, nel 2009, su una rivista della Regione Veneto, al proposito scrisse una cosa molto bella:

«Non fa rumore la morte dell’artigianato artistico, che è come un bosco che cade piano, albero dopo albero, inesorabilmente maestro dopo maestro, bottega dopo bottega da tanti anni a questa parte. Se solo noi potessimo ascoltare simultaneamente il rumore di ogni singola caduta di maestranze ci potremmo rendere conto del boato, del terremoto e del deserto di esperienza che abbiamo lasciato si creasse intorno a noi».

Il lavoro artigianale, infatti, è apprendimento ed esperienza, e coinvolge tutti i sensi creando, nel tempo, un bagaglio di valori inestimabili. E’, come si dice, il sale della vita.
E poi, non siamo forse noi stessi in una squisita metafora, opere d’artigianato? Plasmate nella creta dalle mani di Dio a sua immagine e somiglianza?
Invece ora guardatevi attorno: guardate l’imbarazzo degli uomini che, ben vestiti, non sanno dove mettere le mani.
Abbiamo dimenticato le nostre mani; costringendole a vivere, come noi, al di sotto di sé stesse.

Vasi in amore

Vasi in amore

Ce le teniamo lì, “le mani in mano”, come fossero poco utili, prive di personalità e bellezza tanto da agghindarle come alberi di Natale, zavorrando le unghie di colori e perline, per poi muovere le dita con ridicola goffaggine. Oppure ce le ficchiamo in tasca, senza sapere dove metterle, quasi fosse osceno lasciarle lì, a “ciondolare”.
Mi sembra evidente, allora, che la così detta civiltà, quella dei Paesi ricchi del mondo, ha davvero commesso un errore fatale con la fuga dalla manualità. E il degrado a fallimento sociale di mestieri quali ceramista, falegname, fabbro, carpentiere, consiste nel perdere umanità.
All'improvviso ci appare sensatissima la frase di Hegel: «Mano e parola, esercizio della manualità e conquista del linguaggio».
Eccoci al punto: c'è stato un momento in cui, narcotizzati da promesse di successo, non abbiamo più avuto paura di perdere il linguaggio. Quello delle parole, che sono sempre meno, sempre più compresse, volgari, elementari, inappropriate, bastarde. Quello dei sentimenti: ingombranti per un’“arrampicata” che impone calcolo e cinismo. Quello dei sensi: analfabeti come siamo in materia di corpi, fin troppo invasi e offesi da un'estetica banale e noiosa come un numero periodico. E il linguaggio dell'anima: che è anche la memoria che lasciamo. Ecco che ripensando a quell'immagine di Escher, le mani del disegnatore, diviene evidente che esse siano artefici di ragione e coscienza, e che le loro gesta, di complessa fluidità, hanno origine da “melodie cinetiche” dal fondo del cervello.
«Ho cominciato sotto il segno del racconto! - scrisse Handke esorcizzando la sua paura di perdere il linguaggio - Continuare. Lasciar perdere. Accettare. Descrivere. Trasmettere. Continuare a elaborare il più volatile dei materiali, il tuo respiro; essere il suo artigiano».
Alla faccia della politica e dell'economia, a onor del vero, più preoccupante ci appare il rischio d'artrite, che può impedire l'intaglio di un cavallino di legno.
Se vogliamo dare un senso alle nostre paure, ed evitare il disastro, impariamo a temere, sopra ogni cosa, l'afasia di anima e corpo. Perché il loro gran parlare e forgiare, è il solo cammino verso la Comprensione. Torniamo a dare dignità, dunque, alle nostre mani. Che si sporchino pure di morchia e terra. Che si gonfino anche. Facciamole lavorare. Lavorare tanto, da completare il silenzio, e la creazione.
Ben venga, allora, la mostra delle opere dell’architetto Paolo Coretti, perché in questo clima privo della sensibilità che aiuta il naturale rinnovamento di esperienze, avevamo paura.
Ma, forse, non tutto è perduto.
C’è ancora Resistenza.

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