Nel Paese vinti senza vincitori. A Roma e in FVG strateghi della politica in azione da destra a sinistra. Forza Italia marginale e LeU a rischio naufragio con Honsell unico a galla

Ricapitoliamo per chi si fosse perso le puntate precedenti. Lunedì scorso le elezioni nazionali ci hanno consegnato un Paese ingovernabile come del resto era stato ampiamente previsto, complice la più demenziale legge elettorale ibrida mai partorita da mente umana. Così oggi a meno di una settimana dal voto e dopo l'altrettanto annunciata tranvata presa dal PD che ha trascinato nel vortice dell'oblio, per motivazioni ovviamente diverse,  anche la sinistra di Leu e Potere al Popolo, ecco che si cercano di ricomporre ferite e lacerazioni. Purtroppo lo si sta facendo come sempre senza una seria analisi su quanto è avvenuto, cercando invece di ricomporre equilibri di vertice. Come se dopo una disfatta uno stato maggiore cercasse di ricompattarsi al comando non curandosi minimamente delle truppe allo sbando. Nessuno fra l'altro  a considerato l'Alberto Sordi che c'è in ogni elettore italiano.   Non siamo nemmeno alla rotta di Caporetto, o ad un Dunkerque come ipotizzato da Carlo Calenda, neo iscritto PD, che con la faccia di tolla cerca di dettarne la linea: “Ognuno deve prendere la sua barchetta e andare in soccorso del PD. Disfatte se vissute con dignità e onore possono essere la premessa per una vittoria futura. #dunkerque”. Parola di Carlo Calenda che su Twitter invita i simpatizzanti del Partito democratico a serrare i ranghi e a dare il proprio contributo alla ricostruzione del partito, per ritrovare la sua base elettorale”. Ovviamente però minacciando di stracciare la tessera appena presa se Il PD tratterà con il M5S. In realtà non siamo ad una anglossassone Dunkerque ma ad un più italico 8 settembre del 1943 e a Calenda gli va stretto perfino il ruolo di Badoglio. Detto questo ed in attesa che a Roma la fantasia vada al potere, potendo contare sul fatto che gli oltre 900 miracolati dal Rosatellum trovino la strada per garantirsi la permanenza a Palazzo Madama e Montecitorio, ad entrare prepotentemente nel dibattito sono i territori. Fvg in primis dove malauguratamente si andrà alle elezioni regionali e in una manciata di comuni, fra cui Udine, con il rischio concreto per il centrosinistra di fare poker e dopo aver perso Trieste, Pordenone e Gorizia far prevalere il centrodestra anche nel capoluogo friulano. Tutto lo lascerebbe supporre sull'onda della debacle già annunciata in Regione dopo la consiliatura targata Serracchiani. Ma in realtà dei margini di speranza ci sono ancora, non solo numeri alla mano, ma dato che i seguaci locali di Berlusconi, Salvini e Meloni non riescono a trovare la quadra su candidati e candidature bloccati su nomi ammuffiti per età o comportamenti passati. Insomma ancora una volta qualcuno potrebbe approfittare degli errori degli altri. Non è però che nel centrosinistra non si stia cercando di colmare il vantaggio generosamente offerto, anche fra ex renziani la insicurezza regna sovrana, anche se i candidati sindaco e presidente della Regione sono noti da tempo, quella che non è nota è la composizione delle forze che dovrebbero appoggiarli. Se da un lato sul Comune di Udine Vincenzo Martines, grazie ad una asserita discontinuità con la vecchia gestione cittadina targata Furio Honsell, è riuscito a compattare intorno a se anche la sinistra di Liberi e Uguali che si presenterà con l'ennesimo simbolo graficamente omni-comprensivo delle diverse anime e la sigla “SinistrAperta” è sulle Regionali che la questione diventa pelosa. C'è infatti una variante, quella della raccolta di 4700 firme per chi non aveva gruppi consiliari che avvelena i pozzi e rende la vicenda molto più complessa e perfino diabolica. Diciamo subito che in questo caso, in maniera strategicamente lungimirante o forse per caso, la governatrice Serracchiani ha fatto spallucce alla richiesta di modificare il numero delle firme per la presentazione liste, costringendo così molte forze politiche, comprese Forza Italia, fratelli d'Italia e LeU, ad una corsa contro il tempo. Infatti le liste corredate di firme autenticate e documentazioni accessorie, andranno consegnate il 25 marzo prossimo e le firme, che tecnicamente si possono già raccogliere, devono riportate nel modulo il nome del candidato governatore. Insomma non si possono raccogliere “in bianco”. Il risultato rende urgentissime le decisioni. Ad esempio LeU, il cartello elettorale fra Mdp, Sinistra Italiana e Possibile, rischia di vedere condizionate le proprie scelte, complice anche il fatto che in assenza di una strutturata dirigenza comune, ognuno si è mosso nelle trattative per proprio conto, cercando, a colpi di “Messaggero Veneto”, di influenzare le scelte di tutti. Il risultato di questo comportamento, figlio di quello nazionale e della incapacità di creare uno straccio di struttura comune almeno sul piano della comunicazione, è che oggi non solo ci si deve leccare le ferite del risultato nazionale, ma nel caso del FVG si finisca per diventare ancora più marginali con il concreto rischio che a fare il colpo gobbo sia Furio Honsell che nonostante le porte in faccia fin qui ricevute, potrebbe finire per diventare unica forza di teorica sinistra in appoggio a Bolzonello. Come? Semplice il Pd, infatti, ha la necessità di coprirsi a sinistra e nel caso che LeU o pezzi di questo, insistano nella loro pretese, sarebbe necessario fare di Honsell quello che nazionalmente è stato fatto di Emma Bonino. In assenza di un Tabacci di turno si potrà consentire all'ex sindaco e alla sua OpenFvg di presentarsi aiutandolo a raccogliere le firme. Insomma a sinistra un bel capolavoro, un naufragio annunciato per l'incapacità di uscire da personalismi e il rischio di avere come   rappresentante il naufrago  Furio Honsell bravo nuotatore,  capace di aggrapparsi ad ogni scoglio affiorante.

Fabio Folisi

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