Nella corsa agli armamenti l’Italia vende armi all’Isis

 

Pecunia non olet”, il denaro non puzza, dicevano i nostri avi che erano realisti. Basti pensare ai realizzi miliardari che molti Paesi fanno vendendo armamenti magari a Stati che politicamente sono agli antipodi.Un esempio: si dice che l’Italia vende armi all’Isis.
La corsa agli armamenti sono un pericolo mortale per l’umanità: Basta partire da un dato: alcuni giorni fa, gli Stati Uniti, alleati dell’Arabia Saudita, hanno venduto a Riad armamenti per 300 miliardi di euro, da consumare nei prossimi 5 anni. Essendo la capofila della parte maggioritaria della galassia islamica (sunnita), potrebbe venderne parte ad altri Paesi sunniti, tipo i curdi, cederne sottobanco qualcosa all’Isis o utilizzarlo direttamente contro il grande nemico, l’Iran, che guida gli sciiti ed è alleato con la Russia.
Un quadro apocalittico. A questo punto non potremmo meravigliarci se Teheran rafforzerà il suo potenziale missilistico con nuovi esperimenti. Né se la Cina, dopo la consegna Usa a Seul di un nuovo sistema anti-missile chiamato Thaad, farà lo stesso.
In qualche caso certe forniture di armamenti possono avere addirittura ricadute positive. Quelle a Riad, per esempio, potrebbero finalmente indurre i sauditi all’aprire gli occhi di fronte all’estremismo sunnita, in particolare quello dell’Isis o addirittura ad aprire la strada all’avvio di un nuovo clima tra Israele e palestinesi.
Ma di armi se ne vendono troppe. Si cominciò nel 1961 quando il generale Dwight Eisenhower decise di aumentare l’industria militare Usa che lui considerava insufficiente.
Da allora fu una continua ‘escalation’ tanto che ora impiega tre milioni e mezzo tra uomini e donne. L’industria militare americana è quindi diventata un grande datore di lavoro, fondamentale per zone senza altre grandi risorse.
Negli Usa esiste ormai uno stretto legame tra industria delle armi, economia nazionale e tecnologia del futuro che in alcuni casi rende utili e desiderabili anche le guerre.

 

AUGUSTO DELL’ANGELO

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