Nuova legge elettorale? Una grande truffa per qualcuno, un’occasione per far prevalere la “governabilità” per altri

La nuova legge elettorale? Una grande truffa. Così la pensa il Comitato per l'Autonomia e per il rilancio del Friuli (Comitât pe Autonomie e par il Rilanç dal Friûl), posizione fra l'altro condivisa da molti. Secondo il Comitato “la proposta di legge elettorale del partito democratico che pare piacere anche ad altri è una grande truffa che ci regalerà un parlamento di servi e uno squadrone di nominati”.
Niente di nuovo, verrebbe da dire, se consideriamo che verrà approvata da un Parlamento eletto con norme già bocciate dalla Corte Costituzionale, legittimo per necessità, ma politicamente squalificato non fosse altro per i cambi di casacca e per aver tentato di far passare una pessima riforma costituzionale abbattuta senza appello dagli italiani con il referendum del 4 dicembre dello scorso anno.
La Costituzione italiana, come da sentenza della Corte Costituzionale, riconosce alla rappresentatività un peso notevolmente maggiore della governabilità, affermano dal Comitato per l'Autonomia e per il rilancio del Friuli , che poi chiosa: “Ne vogliamo tener conto e far scegliere i parlamentari agli elettori o dobbiamo continuare ad avere un Parlamento di servi formato da uno squadrone di nominati dai capi partito? Non era questo che avevano previsto i Padri Costituenti nel 1947. Con la proposta di legge del Partito Democratico gli elettori non avranno alcuna possibilità di scegliere i propri rappresentanti”.
A rafforzare le proprie tesi il Comitato per l'Autonomia e per il rilancio del Friuli riporta una nota dell'avv. Felice Besostri coordinatore degli avvocati antitalikum-CDC, come è noto fra i principali costituzionalisti che sono diventati una spina nel fianco di chi in Parlamento propone riforme pasticciate. Scrive Felice Besostri il 1 giugno scorso : “Cominciamo a dare un altro nome all’ultima fatica della Camera dei deputati in materia elettorale: non si tratta del modello “tedesco”. L’unico punto in comune è che il riparto complessivo dei seggi tra le liste dipende dal voto per le liste circoscrizionali per la Camera dei deputati e che ci sono 303 collegi uninominali, cioè la metà dei seggi in palio sul territorio nazionale, esclusi quelli della circoscrizione estero e delle regioni autonome Val d’Aosta e Trentino Alto Adige. Manca il voto disgiunto e, quindi, la libertà dell’elettore di esprimere un voto che, come richiede la Costituzione, sia personale (articolo 48 Cost.) e diretto (artt. 56 e 58 Cost.). Ci sono altresì problemi di rispetto dell’articolo 51 Cost. (diritto di candidarsi in condizioni di eguaglianza) a seconda del fatto di essere candidati in un collegio uninominale o nella lista bloccata circoscrizionale/regionale. Un’altra perplessità di disparità di trattamento – e, perciò, di violazione del combinato disposto degli articoli 3, 48 e 49 Cost. – è la previsione di un esagerato numero di sottoscrizioni per le liste di candidati e la contestuale esenzione delle forze politiche già presenti in Parlamento. Un esempio per tutti: per candidarsi in Umbria (con poco meno di un milione di abitanti) servono 10 mila firme di sottoscrizione, quando nella Renania settentrionale-Vestfalia (un Land con quasi 20 milioni di abitanti) ne bastano 1000 per le liste non presentate da partiti politici registrati (che sono esentati). Ultima notazione: la tecnica legislativa. Con questi emendamenti super-canguri, è di fatto cancellato l’articolo 72 della Costituzione e, quindi, il ruolo del Parlamento. Nel caso specifico, il Pd Fiano abolisce il ruolo del Senato persino nel delineare la propria legge elettorale: più bravo di Renzi, cui l’operazione non è riuscita grazie ai NO del 4 dicembre alla revisione costituzionale. Ci sono tuttavia margini per eliminare queste incostituzionalità e si confida nelle forze politiche tutte, che hanno difeso la Costituzione e combattuto contro l’incostituzionalità dell’Italikum”.
Insomma da Besostri una bocciatura senza appello, da parte nostra, due considerazioni, la prima è che per modificare in senso autenticamente democratico le norme elettorali nel difficile equilibrio fra rappresentanza e governabilità, non basta una buona legge elettorale, serve modificare anche gli assetti della politica, che essi siano espressi in forma partito, movimento, sodalizio o come si voglia definire ogni forza organizzata che partecipa alla vita politica e alle competizioni elettorali. Insomma per parlare di governabilità in maniera seria bisogna partire dalla realtà dei fatti. L'impressione è incida pesantemente sulle scelte che si stanno operando non solo la volontà di cucire su misura la legge sui propri interessi, ma soprattutto l’errato giudizio sulla realtà politica nazionale. Si dice che si è passati da un bipolarismo zoppicante a un tripolarismo perfetto, con destra, sinistra e 5 Stelle. Ma nella realtà si è ancora bipolari, in quanto il movimento di Grillo, non ha rimosso la pregiudiziale verso una alleanza politica stabile con altri e che faranno parte di un governo solo quando sarà formato da loro solamente, un improbabile monocolore quindi. Questo, quasi certamente, in assenza di una forza che prevale sulle altre con una maggioranza parlamentare stabile provocherà la necessità di unioni di fatto davvero “contronatura” come quelle che hanno governato il Paese negli ultimi anni. I numeri infatti dicono che le soglie di sbarramento sulle “ali estreme” o anche in altre aree politiche, determinano la probabile esclusione dalla rappresentanza di milioni di elettori. Se poi aggiungiamo che sulla rappresentanza incide la mancata emanazione di una legge sui partiti, che ne regoli il “metodo democratico” di funzionamento interno, inibendo almeno in parte la compravendita di deputati e senatori e il ricatto dei capi partito, si capisce come la questione sia una matassa intricatissima che travalica la semplice emanazione di una legge elettorale.
Del resto abbiamo sperimentato, a destra come a sinistra come nel M5S, che i “partiti personali”, dove il capo fa il bello e cattivo tempo, non sono certo specchi di democrazia. Per questo una buona legge elettorale dovrebbe evitare che sia il capo unico a designare i candidati, in base alla loro fedeltà, emarginando o espellendo i dissidenti. Difficile però ragionevolmente pensare che i leader che questi tempi ci hanno “regalato”, siano in grado di pensare oltre il proprio breve interesse personale. Faranno spallucce, nonostante roboanti appelli alla partecipazione. Poco importa loro il fatto che riforme elettorali che si basano solo sul concetto di “voto utile”, quello ai grandi partiti insomma, provochino un ulteriore aumento dell’astensionismo, anzi l'idea di avere un corpo elettorale più piccolo e più facilmente condizionabile, resta sempre sotto traccia inconfessabilmente auspicato. Un astensionismo dilagante in due direzioni: nelle elezioni, con la riduzione degli elettori, e, nei partiti e movimenti con la riduzione dei militanti facendo passare primarie analogiche o piattaforme digitali, come strumenti sostitutivi del voto generale di tutti gli italiani. Così si uccide la democrazia, si prosciuga un patrimonio di diritto conquistati e si torna ai tempi quando esisteva solo la governabilità e la rappresentanza era vietata. Allora un consiglio, se questo è il risultato finale cui si vuole arrivare, perchè complicarsi la vita con trucchi e trucchetti, riesumiamo lo Statuto Albertino, si nomina il re di turno, chiamiamolo ovviamente premier che appare più moderno. Ai tempi di Carlo Alberto il Re esercitava il potere esecutivo attraverso i ministri; convocava e scioglieva la Camera dei Deputati e aveva il potere di sanzione sulle leggi, istituto diverso dall'attuale promulgazione presidenziale prevista dalla Costituzione italiana del 1948. Il Re valutava il merito dell'atto e poteva rifiutarlo se riteneva la legge non rispondente all'indirizzo politico perseguito da lui. Un sogno per i vari Renzi, Berlusconi e Grillo, con la sovranità che non appartene al popolo ma al Re, sostentato da gazebo, cene di Arcore o web. Il Re decideva automaticamente circa il Governo, il Parlamento si limitava a fare le leggi, ma solo con l'apporto del Re e la sua possibilità di veto assoluto. Insomma quello era il massimo della governabilità, basterebbe tapparsi il naso che si tratta di dittatura, ma vuoi mettere con la soddisfazione di dare a qualcuno la possibilità di prendere decisioni con massima rapidità e senza il fastidio di avere qualcuno che controlla? Ora per scongiurare questa involuzione che abbiamo voluto rappresentare al suo paradosso, dobbiamo tornare a credere che l’unico salvatore della patria non è il carismatico di turno, ma il cittadino che viene messo nelle condizioni di partecipare e di contare veramente, scegliendo la sua rappresentanza, non con atto di fede ad un leader più o meno “unto dal signore”, ma magari sulla base di un progetto di governo.

Fabio Folisi

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