Odio gli indifferenti alle tragedie dell’umanità

Più che mai attuale e inappellabile risuona il monito di Antonio Gramsci: “Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.... L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché
non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?” Non ci sarebbe più nulla da aggiungere, eppure al di là di una imbarazzante elencazione delle occasioni perdute, non è mai tardi per ribellarsi al fatalismo imperante che ci rende indifferenti a tutto ciò che non ci riguarda direttamente o, per dirla con Papa Francesco, sino al punto di vivere “senza la vergogna di aver perso la vergogna”. Incombe su di noi una responsabilità immane e quotidiana, eppure ci abituiamo a tutto: a berci le fandonie più subdole e strumentali, a garantire il cinismo di chi muove i fili. Cosicché il sacrosanto diritto alla autonomia dei Catalani viene dipinto alla stregua di una baraonda faziosa e tanto insensata da giustificare la reazione rabbiosa di una monarchia minata dalla sua miopia e dagli interessi che la sorreggono; tanto temerario da incontrare l'ostilità di un'Europa senz'anima, ostile al diritto dei popoli, perché non debba nuocere agli interessi del mondo finanziario e alla rete delle lobby che la imprigiona. Ecco allora i tengofamiglia gioire all'arresto di Puigdemont, salvo poi zittirsi nel
momento in cui la denigrazione si palesa ingiustificata e la odiosa persecuzione fa crescere l'indignazione della pubblica opinione. Che dire poi delle azioni militari? Guarda caso gli attacchi di Assad e dei Russi loro alleati procurano sempre la morte di centinaia di bambini, ma dei missili lanciati dal Goutha sul centro di Damasco nessuno ne parla. E che dire del silenzio calato sulle migliaia di vittime provocate dai bombardamenti dei Sauditi o dei loro mercenari, in quanto alleati degli Usa e ottimi acquirenti di materiale bellico? E' sempre la stessa storia: la storia di chi la può raccontare, la storia delle armi di distruzione di massa inventate ad arte per “portare la libertà” in Iraq. Ebbene, non c'è corrispondenza di guerra che non mi faccia tornare alla mente il ricordo personale di un tengofamiglia di mamma Rai che viveva annidato nel lussuoso Hotel Rashid di Bagdad, mentre i corrispondenti di guerra degli altri paesi tornavano a notte fonda dal fronte, laceri e sconvolti. Lui bello, pasciuto, azzimato e nel suo elegante gessato: tutto intento ad origliare e a nutrirsi dei comunicati ufficiali per riversarli tal quali all'italico popolo. E dire che avrei potuto dargli in pasto uno scoop fresco di giornata, tanto rilevante da poter aprire i telegiornali italiani e non solo. Poche ore prima ero infatti sfuggito ad una spettacolare incursione dei caccia bombardieri iraniani che avevano causato ingenti danni e numerose vittime fra il personale europeo. Insieme ad altri Italiani ero vivo per miracolo, ma perché andarlo a raccontare a chi non ti offriva la benché minima fiducia? Ed è proprio la fiducia che è venuta meno nell'Italia di Punta Raisi, della stazione di Bologna dei morti trucidati senza un briciolo di verità: morti grazie alla più becera omertà di uno Stato disposto a svendere la vita e la memoria dei propri figli per coprire affari e amicizie inconfessabili. Orbene, si può tacere di fronte all'archiviazione dell'omicidio di Ilaria
Alpi? O che dire di fronte al messaggio augurale che il nostro presidente ha inviato al dittatore egiziano per la sua rielezione truccata e per quel timido accenno alla verità sul caso Regeni, invocata per giustificare le buone relazioni fra i due Stati e non per amor di giustizia e di verità? Nulla ci deve trattenere dallo stare dalla parte dei popoli oppressi, e dall'indignarci di fronte alle mistificate cronache, così come si è fatto parlando della marcia che i Palestinesi di Gaza compiono ogni anno per ricordare il martirio di un popolo costretto a vivere in condizioni di semi schiavitù. Ebbene, il Corriere della Sera e il Messaggero Veneto hanno parlato di una “battaglia” quando invece si è trattato semplicemente di un agguato, ovverosia di massacro con sedici morti e un migliaio di
feriti: tutti di parte palestinese. Il tutto sotto la copertura della amministrazione Trump, che non paga di aver istigato la politica espansionista dei falchi israeliani con il trasferimento dell'ambasciata a Gerusalemme, ha impedito al Consiglio di Sicurezza dell'ONU ogni sorta di censura dell'agguato di Gaza. Non può la penna essere altrettanto criminale di una canna di fucile? E poiché oltre ad essere un popolo di santi, di poeti e di navigatori, il nostro è anche un popolo di ciclisti, ci apprestiamo a celebrare l'imminente partenza del Giro d'Italia proprio da Gerusalemme: tutto ciò ad imperitura consacrazione della nuova capitale dello Stato ebraico e del suo mentore in cerca di guai, che tale l'ha decretata per distogliere l'attenzione dalle sue vicende personali.
E allora come non ammettere che le ingiustizie e il cinismo dei potentati germogliano di pari passo e prolificano nel letame delle notizie artefatte, o viceversa ignorate? Ne è una plateale vittima la nazione curda intrappolata da secoli nelle mire altrui.
Quando alla fine della guerra scoppiata nel 1877 fra i Turchi la Russia zarista i Curdi chiesero il riconoscimento della autonomia che era stata loro promessa, furono invece repressi dagli ottomani con il tacito consenso degli Inglesi. Sempre con promesse mai mantenute furono quindi usati nella repressione degli Armeni, per poi essere illusi nel corso della Grande Guerra dalle potenze vincitrici che nel trattato di Sèvres ufficializzarono la creazione dello Stato del Kurdistan. Una mera illusione perché a distanza di soli tre anni il trattato di Losanna non esitò a dividere il territorio dei Curdi fra la Siria, la Turchia, l'Iraq e Iran, dando vita ad una nuova brutale repressione. Paradossalmente, l'unico a dotarli di una sostanziale autonomia fu il tanto deprecato Saddam Hossein e ciò diede un valido motivo allo Shah di Persia per istigare il capo dei Curdi Iraniani, lo sceicco Al Barzani, a sostenere una lotta fratricida giocata sulle corde delle rivalità tribali e fatta ad arte per minare il governo iracheno, sino a provocarne la più spietata delle repressioni. Preso sempre fra i due fuochi e utilizzato con spietato cinismo nei conflitti per interposta persona, il popolo curdo ha finito sempre per soccombere e per essere scaricato ora dall'uno, ora dall'altro. Lo si è visto soprattutto in Turchia nel momento in cui il PKK ha preso piede e il suo leader è uscito allo scoperto per sostenere la legittimità della lotta del suo popolo. Ebbene, una volta giunto a Roma, visto che in Turchia è ancora in vigore la pena di morte, Ocalan poteva ritenersi al riparo da una possibile estradizione: eppure, in attesa che gli fosse formalizzato il diritto di asilo a norma degli articoli 10 e 26 della Costituzione, quel galantuomo che risponde al nome di D'Alema, nel gennaio del 1999
spinse Ocalan ad andarsene in Kenia dove fu subito catturato dagli agenti turchi e quindi sepolto vivo in un penitenziario di massima sicurezza, con buona pace di Baffetto e della italica scorta mediatica. E come non ricordare le vicende della guerra all'Isis con gli eserciti professionali travolti da Al Badgdadi, almeno sino alla entrata in scena dei Peshmerga, di quei ragazzi e di quelle ragazze che andavano a combattere con il sorriso e con l'ardimento che solo la libertà riesce ad animare. Senza i Curdi, l'Isis sarebbe ancora lì. Eppure, dopo tre anni di feroci combattimenti che hanno dato agli Stati Uniti il vanto di aver vinto la guerra, i Curdi sono stati nuovamente abbandonati al loro destino, ovvero nelle mani dei Turchi che si sono precipitati con le loro milizie
mercenarie nelle enclave curde della Siria liberata per estirpare la mala pianta. Dopotutto la Turchia è nella Nato e noi, come sempre, siamo indifferenti, senza nemmeno la vergogna di aver perso la vergogna!
Tibaldi Aldevis

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