Il Pd perde, ma è….. tutta colpa dei populismi

Di Fabio Folisi

Raramente l'analisi delle tendenze di voto nelle amministrative è chiara come in quelle di ieri. Il buon governo delle città è stato marginale, tanto che Piero Fassino unanimemente riconosciuto come buon amministratore di una Torino in discreto spolvero, soprattutto se paragonata alle altri grandi città, ci ha rimesso la poltrona in favore di una semisconosciuta pentastellata Chiara Appendino. E' stato così anche in molte altre città, Trieste e Pordenone per rimanere in sede regionale, dove ad essere bocciati non sono solo Cosolini e Giust, ma anche la governatrice Serracchiani soprattutto nella sua veste di vicesegretaria nazionale del Pd, fedelissima di Matteo Renzi.

Ma non è andata meglio alla Lega a Varese e complessivamente, visto il livello delle astensioni, ha perso la democrazia, ma pochi sembrano accorgersene. Insomma, caso Roma a parte, dove il harakiri del Pd è iniziato con una visita ad un notaio per dimissionare Marino, ad essere sul banco degli imputati è Matteo Renzi. Non solo per la politica di Governo nazionale ma anche per quelle territoriali e in particolare per l'abbandono progressivo delle strutture del partito rottamate per sostituirle con dei comitati elettorali “fedeli”, il cui unico scopo non è fare politica nel territorio, ma usarla per spartire poltrone chiedendo di fatto ad elettori e simpatizzanti la firma di cambiali in bianco. Insomma una edizione locale dell'idea renziana della gestione del potere. Ed allora il no dalle periferie è arrivato secco, preludio probabile di un no ancora più secco e devastante che si prospetta all'orizzonte per il referendum d'Ottobre. Di questo c’è consapevolezza? Non di certo viste le dichiarazione di Matteo Renzi, secondo cui l'errore è aver rottamato troppo poco. Una tesi subito supportata dai patetici tentativi della compagnia di giro di giornalisti megafonatori e commentatori a gettone che praticamente a reti unificate hanno cercato di accreditare un’interpretazione del voto che nella migliore delle ipotesi ammetteva la sconfitta, ma non identificava le responsabilità se non nell'ondata di populismo pernicioso che come uno spettro si aggirerebbe per l'Europa. Ma dopo le prime reazioni qualcosa è sembrato muoversi, prima l'annuncio dell'anticipo della direzione Pd a Venerdì 24 e poi una dichiarazione della Serracchiani che sembra folgorata da improvviso ravvedimento intellettuale, anche se il riferimento sembra solo in salsa regionale: "La sconfitta ai ballottaggi è un messaggio chiaro che abbiamo recepito e al quale risponderemo con umiltà e impegno" ha scritto in una nota. "Bisogna imparare dalle sconfitte. Non basta governare - ha continuato Serracchiani - con capacità e onestà, nè avere buoni programmi, occorre riprendere slancio nel rinnovamento, tornare a stare più vicini ai cittadini, in ascolto e in dialogo costante. Ricominciamo dunque dai territori, dalle città, dalle comunità”.
"Non sono tra quelli per cui la vittoria appartiene a tutti mentre la sconfitta è orfana, e dunque - ha sottolineato - mi assumo la mia parte di responsabilità. Da qui in avanti però, e non da sola, so che ritroveremo la determinazione affinché dalla sconfitta si creino i presupposti per una nuova vittoria". Per la presidente regionale "da tutti i risultati, pur nella varietà delle situazioni, emergono indicazioni nazionali che il Pd si farà carico di analizzare nella direzione fissata per venerdì prossimo. Sono sicura che anche in regione svolgeremo un simile indispensabile  lavoro". Fin qui tutto sembra corretto, perfino umile nell'analisi, ma poi ecco riemergere l'interpretazione tipica in odor d’arroganza. Lo scarico delle responsabilità sugli elettori che non hanno capito la qualità del lavoro del governo e le sue riforme. Dice Serracchiani: "Abbiamo lavorato molto per fare riforme sicuramente necessarie ma complesse, e ora dobbiamo metterci un uguale impegno per farle conoscere e apprezzare il più largamente possibile". Non una parola di critica, non una ammissione d'errore sui contenuti. Al massimo si è comunicato male. Strano, visto che sia localmente che nazionalmente l'informazione, o quello che ne rimane, ha srotolato tappeti rossi al premier e alle sue nuove, ma non per questo buone, riforme.

 

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