Per chi suona l’Arpa: L’Agenzia Regionale Per l’Ambiente dovrebbe essere indipendente, ineccepibile e garante della salute dei cittadini. E se non fosse così?

Nello squallore che da anni a questa parte ha ispirato le maggioranze e le opposizioni di questa povera Regione, l'ambiente è sempre stato considerato un impiccio, un fastidioso ostacolo agli affari delle clientele, ovvero il pretesto delle seghe mentali delle cassandre e dei rompiscatole di turno. L'ambiente è poi diventato di moda negli sproloqui del politico in cerca di facili consensi e persino lo strumento per contrabbandare l'affarismo dilagante, alimentato all'ombra di improbabili ed illusorie
compatibilità ambientali. I ministeri non sono stati da meno, e con tali presupposti negli anni passati sono stati designati soggetti privi di specifiche competenze e di valori etici che andassero al di là di qualche farisaica giornata dell'ambiente trascorsa in mezzo a bambini ignari di essere usati dallo squalo di turno, dai suoi cortigiani e dalle sue scorte mediatiche. Come non ricordare le eredità lasciate dagli indimenticabili Clini e Galletti cui il Nucleo Operativo Ecologico serviva cinicamente a copertura del niente; o come non ricordare le rovine lasciate dai nostri passati assessori, emuli di quel Moretton che ha caratterizzato l'epoca di Illy e culminati con la Savino o la straordinaria Sara Vito a cui il dovere ci impone di erigere un monumento equestre a perenne memoria di una stagione di castronate e di vacui richiami ad illusorie sostenibilità. Dopo anni di solitaria lotta contro la aberrazioni, a noi è rimasto il piacere di aver atteso lungo il fiume della storia il transito dei loro cadaveri: ma intanto, chi mai si farà carico dei danni provocati da costoro? Se nel governo nazionale è approdato un generale dell'Arma che lascia ben sperare, in Regione l'ambiente è toccato all'ultimo della covata che ha guadagnato un posto al sole per una mera applicazione del codice Cencelli: il che lascia mal presagire sulla necessaria inversione di marcia. Di conseguenza appare evidente la possibilità che sia perpetuato l'andazzo di ieri e, in particolare, che le strutture regionali preposte alla vigilanza e al controllo delle qualità sanitarie ed ambientali si mettano a disposizione dei desiderata del nuovo arrivato o dei padroni dell'energia, piuttosto che alle esigenze della collettività e dei diritti costituzionali.
Troppe volte li abbiamo presi con le mani nella marmellata per tacere le loro colpe: non ultima in occasione della sceneggiata organizzata nel salone d'onore della Regione il 13 marzo scorso: quando, in barba alla autonomia dell'Agenzia Regionale per l'Ambiente, la presentazione del “rapporto sullo stato dell'ambiente in Friuli Venezia Giulia 2018” si è trasformato in uno spot pre elettorale della assessora all'ambiente: quella stessa che fino alla sua trombata elettorale il mondo intero ci ha invidiato per sagacia e competenza scientifica. Un evento organizzato nei minimi particolari, ivi compreso il tentativo di impedirci l'accesso al convegno con il pretesto che i posti a sedere erano finiti. Per chi non si fa mancare nulla e lo fa con i suoi soldi e a detrimento della sua vita privata, quella volgare proibizione è parsa intollerabile, quanto sintomatica di chi ama circondarsi di adulatori e, avendo la coda di paglia, rifugge ogni confronto: perlomeno sino al momento in cui per accedere alla conferenza abbiamo minacciato di ricorrere ai  carabinieri! Ebbene, se quella sceneggiata è stata il naturale compendio e la degna apoteosi della trascorsa legislatura, ciò non di meno, la funzionale partecipazione dell'ARPA è parsa assolutamente fuori luogo e lesiva della terzietà che deve ispirare l'ente, ovvero che non lo ha più caratterizzato dal giorno in cui la “governante ridens” le ha imposto il suo nuovo direttore. Né si può tacere il fatto che nella presentazione dell'annuale rapporto le criticità ambientali di questa Regione siano state spalmate con la vasellina dell'ottimismo, per non dire della completa dipendenza dalla politica. L'unica negatività messa per sommi capi in evidenza dall'ARPA, peraltro stazionaria, è stata la contaminazione dell'aria, ma limitatamente alla bassa pianura del Pordenonese, e non certo per colpa della politica regionale, ma per il semplice effetto di essere posta ai bordi della Pianura Padana. Non una sola parola per la diossina nei polli del Maniaghese, non nostro territorio, non una severa reprimenda per l'inquinamento della laguna, non una parola sulle tonnellate di mercurio della Caffaro finite in falda, non un rimpianto per i danni e per i mancati controlli esercitati in occasione del disastro ambientale dell'Isonzo.
Altrettanto funzionale è stata la necessità di rassicurare gli imprenditori, ovvero di mettersi a loro disposizione: non più nella funzione di controllore delle negatività ambientali, bensì nella qualità di amorevole consigliere, utile ad ottenere i lasciapassare dell'AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale). Assenti le forze politiche di ogni colore, come se l'ambiente non fosse nella loro agenda elettorale, la presentazione del piano non si è conclusa con un dibattito, bensì con il siparietto rassicurante di una tavola tavola che per poco non è stata coronata da un trenino di fantozziana memoria. Una scena a dir poco sconfortante, tant'è che le due imperiali immagini di Cecco Beppe e di Sissi, che da cent'anni troneggiano in quel salone d'onore, per il disgusto hanno finito per volgere lo sguardo altrove.
Purtroppo non è del sesso degli angeli che si parla, bensì degli effetti talvolta drammatici che possono derivare dalle negligenze in campo ambientale, vuoi nella affidabilità dei rilevamenti, vuoi nei modelli di riferimento, vuoi nella sottostima degli effetti sulla salute degli umani e dell'habitat. Il variopinto volume che compendia le valutazioni e le conclusioni dell'ARPA non può certo dirsi all'altezza dei rischi in gioco, specie laddove traspare evidente la necessità di non smentire l'operato dell'esecutivo regionale, o peggio, le pregresse errate valutazioni e diagnosi. Il capitolo dedicato al rinvenimento del cromo esavalente che da anni impesta la falda del medio e basso Friuli ne è una plateale dimostrazione: sia nell'inconcludente definizione delle cause e delle dinamiche del fenomeno, sia per la manifesta affidabilità dei dati sperimentali, sia infine nel paradossale richiamo all'assenza di un acquedotto in luogo dei pozzi artesiani: “perché parte di quest'area non è servita da acquedotto” E dire che andavano a campionare preavvisando gli inquinatori! Il fatto è che a forza di balle e di negligenze ne va della nostra vita. Per darsene conto basta scorrere i dati più recenti sui morti da inquinamento. Ebbene, nonostante il calo delle attività industriali degli ultimi anni, il nostro paese rimane quello con l'aria più sporca fra i grandi paesi europei. L'Italia ha infatti circa 91.000 morti premature all'anno per inquinamento atmosferico, contro le 86.000 della Germania, le 30.000 della Spagna. Dei morti in Italia, 66.630 sono per le polveri sottili PM2,5, 21.040 per il disossido di azoto (NO2), 3.380 per l'ozono (O3). E non parliamo delle vittime dell'amianto che nel Monfalconese hanno raggiunto livelli assurdi! Insomma, di inquinamento si muore e non meno sconcertanti sono i dati relativi relativi alla contaminazione delle acque superficiali e profonde della nostra Regione: dati che l'ARPA ha giudicato sostanzialmente buoni e per lo più stazionari. Dati, che a riguardo dei pesticidi rinvenuti nelle acque, l'ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale) ha invece giudicato di gran lunga i peggiori dell'intera Penisola. Eppure i dati analizzati dall'ISPRA sono esattamente quelli emessi dall'ARPA stessa! Sebbene con l'aggravante di essere riferiti a due anni fa, i pesticidi erano presenti nel 96,9% dei campioni prelevati nelle acque superficiali e nel 77,1 in quelli provenienti dalle acque profonde; per giunta le diverse sostanze rinvenute nelle acque superficiali sono state 76, mentre in quelle profonde 22, dove le più frequenti sono stati i metaboliti del DDT e le atrazine, rispettivamente. Un quadro desolante e sebbene gli sforamenti “accertati” per le singole sostanze siano stati il 22% nelle acque superficiali e il 9% in quelle profonde, come tacere la preoccupazione che deriva dalla cumulazione degli effetti di sostanze che singolarmente non superano i limiti di legge? Come negare il sospetto che i campioni non siano rappresentativi, che non si faccia nulla per intercettare i pesticidi nei cibi, quando è già accertata la loro presenza nel 50% dei vini? Come nascondere che l'Italia è l'unica con Stati Uniti e Israele ad non aver sottoscritto il bando ai pesticidi? E che dire di questi interferenti endocrini presenti negli alimenti. Che hanno la capacità di interferire con la normale attività dei nostri ormoni, procurando allergie, sterilità, disfunzioni sessuali, tumori, ma anche ritardi nello sviluppo, malformazioni e danni transgenerazionali. Semplici distrazioni o imperdonabili reticenze? Non vogliamo sparare nel mucchio, perché in mezzo all'esercito dei 340 ben pagati funzionari dell'ARPA ci sono pur sempre dei soggetti di valore, ma che pensare quando ci sentiamo dire che nel Maniaghese non c'è la diossina, che la centrale di Krsko o gli ordigni nucleari di Aviano sono assolutamente sicuri, o che sull'Isonzo non è successo nulla? E allora il difetto sta nel manico!
Tibaldi Aldevis  Comitato per la Vita del Friuli Rurale

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