Infortunio sul lavoro: Rischia di perdere l’uso della mano lo studente friulano in “alternanza”. Scuola/lavoro spesso “palestra” di sfruttamento

Certo, due infortuni mortali in 48 ore in una regione piccola come il Fvg,  ne hanno oscurato la gravità, ma l'infortunio ad uno studente di 16 anni impegnato in uno stage di alternanza scuola/lavoro in un’azienda di Pavia di Udine è fatto gravissimo ed altrettanto inquietante. Il ragazzo è infatti è rimasto gravemente ferito in un incidente sul lavoro e anche se non in pericolo di vita, rimarrà con ogni probabilità menomato avendo subito la “semiamputazione della mano destra” ad oggi già  due gli interventi nel tentativo di salvargli le dita che i chirurghi di Pordenone gli hanno riattaccato ma che stentano a ri-vascolarizzarsi con il rischio concreto di dover provvedere ad amputazione chirurgica. Il giovane secondo le prime notizie stava utilizzando una fresa della Emmebi, un’azienda di produzione manufatti in alluminio con un fatturato di oltre sette milioni di euro. L’incidente si è verificato intorno alle 13.30 di ieri e soccorso dagli operai dell'azienda all'arrivo dei sanitari del 118 è stato trasportato in elicottero all’ospedale di Pordenone, specializzato in chirurgia della mano. Lo studente è allievo di un istituto di Udine e per lui si trattava di una delle attività periodiche di formazione che vengono eseguite dagli allievi delle scuole professionali nelle varie aziende del territorio, ironia della sorte il ragazzo avrebbe dovuto concludere lo stage oggi. Ovviamente al di là delle eventuali responsabilità aziendali, di cui si occuperanno le autorità competenti, l'episodio getta una ulteriore pesante ombra sulla cosiddetta alternanza scuola lavoro introdotta dalla legge 107 meglio nota come “buona scuola”. L'idea di mettere in contatto mondo della formazione e mondo del lavoro, di per se, poteva essere valida se non fosse che le modalità scelte, in molti casi, sono diventate disastrose. Andava previsto infatti, almeno come principio di precauzione, che alcune aziende avrebbero interpretato l'opportunità come un modo comodo di avere forza lavoro gratuita. Il sospetto anzi è che la norma sia stata politicamente pensata fin dall’inizio come funzionale a dare una riserva di lavoro gratuito per le imprese vendendola come “formazione pratica”  e non è del tutto peregrino sospettare che la logica sia quella dell'addestramento, non tanto al lavoro, ma alla futura precarietà.
Ma cosa prevede la legge 107/2015 : «Il progetto di Alternanza scuola-lavoro è una esperienza formativa che unisce sapere e saper fare, che orienta le aspirazioni dei giovani e apre la didattica al mondo esterno», spiegano dal ministero dell’Istruzione (Miur), ma nel dettaglio, la legge 107/2015 – nei commi che vanno dal 33 al 43 dell’articolo 1 – ha sistematizzato l’alternanza scuola lavoro nel secondo ciclo di istruzione, prevedendo percorsi obbligatori di alternanza nel secondo biennio e nell’ultimo anno della scuola secondaria di secondo grado. Con una differente durata complessiva in base agli ordinamenti: almeno 400 ore negli istituti tecnici e professionali, almeno 200 ore nei licei, da inserire nel piano triennale dell’offerta formativa. Il risultato è che invece in questo biennio è successo di tutto, ad alcuni casi positivi, hanno fatto contraltare lo sfruttamento, perfino abusi sessuali e gravi incidenti, spesso in assenza dei tutor aziendali stabiliti per legge. Ma anche casi di studenti presi a costo zero per sostituire dipendenti. Insomma tutto un corollario legato all'esistenza di tanti imprenditori senza scrupoli. Le vicende negative sono moltissime, migliaia quelle raccolte dal sindacato degli studenti (Uds) attraverso un’inchiesta condotta l'anno scorso su tutto il territorio nazionale dal titolo “Diritti non piegati”. L'inchiesta  ha preso in esame un campione di 15.000 studenti tra licei e istituti tecnici e professionali, per valutare, appunto, la qualità dei percorsi di alternanza scuola lavoro. Si è venuto a sapere così, ad esempio, che un ragazzo iscritto al quarto anno di un liceo classico di Avellino, ha dovuto pagare di tasca propria il trasporto per sostenere il progetto di alternanza scuola lavoro a Napoli, all’Università Federico II, mentre non è andata meglio a una studentessa di un istituto alberghiero di Milano, che, la scorsa estate è andata a lavorare in uno stabilimento balneare della Sardegna. Inizialmente pensava in un percorso di formazione, poi ha capito che era stata invece chiamata per sostituire un dipendente appena licenziato. C'è poi il caso del ragazzo obbligato a lavorare all’interno dell’Ilva di Taranto, la grande fabbrica italiana che ancora oggi è al centro di una complicata partita politico-economico-giudiziaria basata anche sulla sua comprovata insalubrità, nonostante che la legge preveda che i luoghi di lavoro debbano essere iper controllati. Gli episodi sono tantissimi, ma tanti sono anche gli incidenti, e se lo studente friulano ci ha rimesso una mano, peggio è andata ad uno studente di Faenza che l'anno scorso è precipitato da un cestello collegato a una gru insieme a un “collega”, un operaio di 45 anni che è morto con lui in seguito all’incidente. Insomma appare fondamentale rivedere la “buona scuola” anche in questa parte soprattutto perchè l'idea che l'azienda dedichi per davvero un tutor aziendale che si dedichi alla conduzione passo-passo dello stagista, è pura utopia, nella migliore delle ipotesi una illusione di qualche visionario ministeriale che da un lato cercava di ridurre i costi di gestione nei capitoli di spesa della scuola e dall'altro voleva fare un bel favore al modo delle imprese.

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