Rommel Trail 2017, divagando nella storia con Pressburger, la bisnonna Gigia, i “mucs” e i “crucs”

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

 

Affermava Giorgio Pressburger non molto tempo fa:
“Ritengo che la coscienza del passato nelle generazioni di oggi, stia perdendo importanza. La velocità con cui la scienza e il sapere, in generale, progrediscono, l’offerta sempre più vertiginosa del mercato e del consumo hanno per effetto la perdita di vista tutto ciò che non è presente. Esiste soltanto la modernità e niente altro. Noi, figli di genitori che ancora hanno combattuto nella prima guerra mondiale, abbiamo figli e nipoti che di quelle cose sanno ben poco. Cinquanta, sessantenni che sanno magari vagamente, chi era Clemenceau, Francesco Giuseppe, Churchill, che cosa fosse l’attentato di Sarajevo. “
Ci sono dentro pure io, l’età coincide. E il ragionevole dubbio di saperne ben poco, o comunque di non aver studiato bene, o di aver fatto confusione, mi si è presentato guardando la campagna promozionale 2017 del Rommel Trail. Sarò io o saran loro? Comunque sia, non la sappiamo uguale.
100° anniversario 1917-2017 – The night of the desert fox
Il percorso del Trail consentirà di toccare alcuni dei più suggestivi tratti dell’area percorsa
dalle Truppe del generale Rommel che costituiscono ad oggi una delle zona a più alto
tasso di Wilderness d’Europa.
Premesso che l’apposizione di qualche virgola strategica avrebbe reso più comprensibile il testo, che magari un minore utilizzo di termini anglofoni avrebbe pure contribuito alla stessa bisogna; dichiarato che amo camminare (correre no, per ovvi motivi anagrafici) tra sterpi, rovi e boschi in compagnia della storia e della memoria (mi interessano particolarmente i luoghi della Resistenza friulana) e che quindi mi sento assai vicina a chiunque condivida tale passione utile al corpo ed allo spirito, credo che quanto mi abbia turbato/disturbato nel caso in questione sia stato l’utilizzo, definibile quanto meno allegro, della dimensione spazio/tempo applicata alla storia. Ossia, vale la pena citare la Storia, invitare a percorrerla, offrendo al contempo informazioni fuorvianti o quanto meno raffazzonate in materia? Avrà mai avuto ragione Pressburger ad accusarci di “sapere vagamente”?
Quando mai le truppe del generale Rommel hanno percorso questa specifica area di Wilderness friulana? Se parliamo del tenente Rommel ci siamo, passò di qua per contribuire alla catastrofe del Regio Esercito Italiano in quel di Caporetto (magari chiamarlo Strada della Disfatta Trail sarebbe più utile alla comprensione storica degli accadimenti, Rumiz permettendo). Tenente era nel 1917 il nostro Rommel, tenente dell’Imperiale Esercito Tedesco.
Generale proprio no, nel 1917 c’era il Kaiser, era la Prima Guerra Mondiale, generale lo fu nell’esercito di Hitler, sempre esercito tedesco ma questa volta dello Stato Nazional-Socialista, era la Seconda Guerra Mondiale 1940-45 e dintorni. Fu appunto in tutt’altro tipo di Wilderness che si conquistò l’appellativo di “Volpe del Deserto”, trattavasi di deserto africano e non di montagne friulane, appunto.
Se questi sono sofismi, come non detto. Se invece sono fatti, debbo allora tristemente constatare che se in questo “Rommel Trail 2017” l’attività fisica viene sicuramente incentivata, quella della conoscenza storica tende a scarseggiare, e se questa scarseggia si confonde pure la conoscenza dei luoghi in abbinamento alla memoria propria degli stessi. Il che è un vero peccato.
E’ pur vero che tracce di un collegamento tra i nostri luoghi e il Generale Rommel, in questo caso proprio del generale trattasi, si possono agevolmente rintracciare seguendo le biografie dello stesso.
Rommel infatti di noi si occupò una seconda volta. Non pago di averci mazziato da tenentino in quel di Caporetto nel 1917, nel 1943, dopo il ritorno dall’ Africa, diresse da generale l’occupazione dell’Italia settentrionale durante l’ operazione Achse. Era il 1943 (suona qualcosa?), ma questa è un’altra storia, e comunque nella campagna promozionale del Rommel Trail 2017 non ve ne è traccia. Nei nostri luoghi sì, ancora si ricorda, sono pur sempre i luoghi dei Partigiani, ma a loro, è risaputo, le truppe dell’Asse non stavano simpatiche, tenenti o generali che fossero. Ma appunto di altra storia si tratta, non vorrei aggiungere confusione a confusione, nella vetrina del rigattiere c’è già abbastanza caos.
Chi invece ce l’aveva ben chiara in materia (ovviamente a suo avviso) era la mia bisnonna Gigia. Lei di guerre ne aveva “passate” due, e ben le distingueva con metodo infallibile e inconfutabile. Era il metodo dei “mucs e crucs”
Nella prima guerra c’erano i “mucs”, nella seconda i “crucs”. Parlavano la stessa lingua, ma la sostanza non era la stessa.
Ai “mucs” addebitava il fatto di averla fatta diventare di colpo profuga (anche le lenzuola di sposa aveva perso, causa rottura “barel” dopo pochi chilometri), e successivamente “occupata”, con relativa fame, pellagra ed altre innumerevoli sventure. Il tutto dopo Caporetto, ovviamente, il che non lasciava spazio a riconoscimento alcuno per le tattiche belliche ed il valore dei tenenti “mucs”. Fossero poi tedeschi, austriaci o ungheresi non aveva importanza, erano i “mucs”.
Ai “crucs” imputava le sventagliate di mitra in strada, le ore trascorse addossata al muro durante le perquisizioni, i “figli o nipoti di” impiccati in piazza, il terrore dentro le domestiche mura. Il tutto dopo l’”Operazione Achse” del 1943, ovviamente, il che fa supporre che ancora una volta non avrebbe rilasciato attestati di merito alle tattiche belliche ed al valore dei generali “crucs”. Fossero
Wehrmach o SS non aveva importanza, erano i “crucs”. Occupanti, e per Gigia già era colpa certa e incancellabile. “Non si va a far la guerra in casa d’altri” era un’altra delle sue certezze, e valeva pure per il nipote disperso in Russia.
Gigia ce l’aveva chiara la coscienza del passato, era il suo, e pure quella sull’utilità delle guerre e dei loro lasciti. Teneva appoggiati al muro della latrina del cortile due attrezzi atti a svuotare i liquami nell’orto. Erano lunghi bastoni con fissati in cima dei recipienti concavi, elmetti militari. Uno era “muc” e l’altro “cruc”. A futura memoria, non si sa mai, alcuni punti di vista si perdono per strada, di solito quelli di tutte le Gigia del mondo, magari in nome di qualche “condivisione di memoria”.
Concludeva Pressburger le sue riflessioni sullo stato delle cose con queste parole:
“La parola “storia” in molti Paesi del mondo è una pura astrazione che designa qualcosa che non esiste. Oggi si può praticare con mezzi nuovi, meno contestabili o del tutto distorti dalla politica. Il mondo oggi rifiuta la storia, e nello stesso tempo fa di questa un emblema, un sorta di mito.” Saremo costretti a dargli ragione? Mi auguro di no, corriamo, camminiamo, dove come quando e con chi vogliamo, che così facendo ossigeniamo il cervello e schiariamo le idee, ma nel contempo, per carità, pensiamo e, magari, un pochino, studiamo.
A prescindere, buon Trail 2017, i luoghi da percorrere sono pura bellezza.

Bianca Minigutti

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