Salvini machiavellico novello cardinale Mazzarino, Di Maio convinto di scrivere la “Storia” che probabilmente non ha mai letto e il PD chiama al “Fronte repubblicano” in difesa di uno status quo senza speranza

Chissà se in questi pochi minuti che vanno dal battere sulla tastiera questo commento, a quando verrà pubblicato, cambierà qualcosa. E' probabile visto che è la prima volta nella storia repubblicana che gli eventi si sovrappongono in tempo reale. “E' la “modernità” del web e della nuova comunicazione bellezza”, peccato che il caos politico che si sta creando in Italia all’estenuante ricerca di un governo lascia sul campo di battaglia agonizzante la Repubblica così come la conosciamo, la democrazia, così come dovrebbe essere e probabilmente un bel pezzo di economia reale del Paese.
Quello che stiamo assistendo va oltre ogni più fervida immaginazione, per trovare comportamenti siffatti dobbiamo tornare indietro nella memoria alla frequentazione della scuola primaria o ancora prima nei giochi da bimbi dell'asilo. Non vale si rifà! gridava chi era messo alle strette e non accettava neppure l'idea della sconfitta e cercava poi di riscrivere le regole a suo uso e consumo. Ormai abbiamo letto e sentito tutto e il contrario di tutto, soprattutto dall'ingenuo Di Maio ma anche dal furbacchione Salvini, ormai più simile al cardinale Giulio Raimondo Mazzarino principale Ministro di Francia sotto il regno di Luigi XIV che all'Alberto da Giussano tanto caro ai seguaci del Carroccio figliastri illegittimi della battaglia di Legnano. Un Salvini certamente animale politico capace, ma purtroppo portatore per la maggior parte della sua azione, almeno mediatica,  dei peggiori istinti presenti nella natura umana. Istinti che prendono le vesti del razzismo, della xenofobia,  molto utili per scalare in poco tempo le vette del peggiore populismo destrorso. Destrorso, non di destra, perchè il pensiero di destra, visto come disciplina economica e sociale,  ha avuto nella sua storia personaggi di livello che, magari sbagliando, avevano non mera sete di potere, ma come obiettivo prioritario comunque quello che pensavano fosse il bene del Paese.  Non certo così è per i neo populisti del terzo millennio. E il centrosinistra? Nonostante l'indigestione di popcorn non vi sono reali segnali di riscatto, anzi il rischio della sparizione completa nell'oblio delle sabbie mobili dell'incapacità di reagire è fortissimo, nonostante ci sia chi rispolvera gli slogan di resistenza con tanto di appello al "Fronte repubblicano". Reagire a quello che è stato il risultato elettorale del 4 marzo e che è sempre più simile all'8 settembre del 43 non sarà facile.  Truppe in rotta, assenza di comando e popolazione allo sbando, questa la fotografia di una sinistra che non riesce neppure a mobilitare se stessa in maniera decente.   Una bella idea quella di fare fronte comune, se non fosse che viene proprio da chi, con le sue politiche,  è stato corresponsabile dell'ascesa dei neo populisti in salsa verde-grillina e che vule fare Fornte con la solita idea egemonica di chi pensa di avere sempre ragione. Spiega bene in un intervista al Manifesto Nicola Fratoianni, di Sinistra Italiana, tutti i problemi di un appello targato Renzi-Calenda:  "Se la sfida, dice Fratoianni,  è costringere ognuno di noi a rimettere in discussione il proprio recinto, sono pronto. Ma questo deve significare rimettere in discussione le ragioni che hanno condotto Lega e M5S al risultato clamoroso del 4 marzo. O siamo in grado di fare una proposta che non si rassegni alla gabbia dei mercati, per la quale il voto democratico ormai è uno strumento marginale, e senza rifugiarsi nello spazio nazionale segnato dal rigurgiti neofascisti; oppure qualsiasi ipotesi frontista sarà una risposta utile solo a gonfiare le vele alla destra. Ci vuole un’alternativa chiara. Carlo Calenda si rivolge «a chiunque non voglia uscire dall’euro»: detto così inevitabilmente diventa il fronte dell’establishment contro chi ha subìto di più gli effetti della crisi. Sbaglia. E non funzionerà". Come dargli torto, dato che i democratici continuano a rilanciare senza minimamente voler fare una autocritica seria sulle politiche attuate nel quinquennio renziano. Ma nonè che a sinistra del Pd vi siano tutte le ragioni   dato  che non sembrano proprio aver colto la necessità di mettere da parte alcune differenze e ritrovare una unità, non in difesa dell’establishment (anche quello di sinistra dentro Leu), ma diritti persi dai lavoratori, dalla classe media e popolare produttiva e da quella marginalizzata e precarizzata.  In questa situazione di caos, neppure tanto calmo,  nella notte scorsa si è riaperta la trattativa Lega-M5s con il capo politico pentastellato, Luigi Di Maio disperato nel vedersi sfuggire il potere dalle dita, che ritira l’impeachment per Mattarella, come se averlo chiesto fosse stata una battuta da osteria o peggio da social che ne ha sostituito, senza l'alibi del vino, i meccanismi mentali. Di Maio, come se nulla fosse, si reca dal Presidente fino a quel momento definito traditore della patria e meritorio di finire in galera o forse al muro, per contrattare con lui come se nulla fosse e soprattutto senza chiedere scusa. Una giravolta puerile  alla quale Mattarella non reagito, come avrebbe fatto un paziente nonno davanti al nipotino che l'ha fatta fuori dal vasetto. Una giravolta  M5s che fa apparire quelle di Berlusconi roba da dilettanti. In realtà Di Maio si è accorto, tardivamente, di essere stato messo nell'angolo, non da Mattarella, ma dal suo socio di "contratto" Salvini. Ora disperato gigino è pronto a qualsiasi cosa pur di rimanere a galla come un tappo di sughero in mare o peggio come come corpo galleggiante nella fogna della peggiore classe dirigente mai vista. Classe dirigente probabilmente onesta quanto incapace. Così nonostante tutto, messo l'abito del grande statista, afferma ancora che lui sta scrivendo la storia, senza accorgersi che quanto gli storici scriveranno di lui in futuro riempirà al massimo una riga, non certo lusinghiera, e  che noi speriamo non sia quella che precede la narrazione del default del Paese.

Fabio Folisi

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