Strage via d’Amelio. Giudici di Caltanissetta: tra più gravi depistaggi storia d’Italia, sotto accusa gli investigatori

Parlano senza girarci intorno di "Uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana con protagonisti uomini dello istituzioni”, così la Corte di assise di Caltanissetta sulla strage di via d'Amelio nella quale persero la vita il magistrato Paolo Borsellino e i cinque agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e anche prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Chissà perchè non riusciamo a meravigliarsi di questa svolta giudiziaria. Nella motivazione di sentenza lunga 1.865 pagine depositata sabato, i giudici di Caltanissetta puntano il dito contro investigatori che imbeccarono piccoli criminali assurti a gole profonde di Cosa nostra costruendo una falsa verità sull'attentato a Borsellino. Una sentenza importante che meraviglia solo alcuni media mainstream che in passato sono stati megafono, speriamo inconsapevoli, dei depistaggi. Una sentenza che viene considerata un punto di svolta nella verità giudiziaria che come sappiamo non sempre coincide con la verità dei fatti ma che per questa volta sembra poprio illuminare una stagione drammatica della storia d'Italia. Che qualcosa di nuova sarebbe emerso lo si era compreso dalla complessità del dispositivo della sentenza che, il 20 aprile 2017, condannò all'ergastolo per strage Salvino Madonia e Vittorio Tutino e a 10 anni per calunnia Francesco Andriotta e Calogero Pulci, finti collaboratori di giustizia usati per mettere sceneggiare una ricostruzione a tavolino delle fasi esecutive della strage costata l'ergastolo a sette innocenti. Per Vincenzo Scarantino, il più discusso dei falsi pentiti, protagonista di rocambolesche ritrattazioni nel corso di vent'anni di processi, i giudici dichiararono la prescrizione concedendogli l'attenuante prevista per chi viene indotto a commettere il reato da altri. Ed è a questi "altri" che la corte si riferisce nelle motivazioni della sentenza. A quegli investigatori mossi da "un proposito criminoso", a chi "esercitò in modo distorto i poteri". La corte d'assise di Caltanissetta, dunque, usa parole durissime verso chi condusse le indagini: il riferimento è al gruppo che indagava sulle stragi del '92 guidato da Arnaldo la Barbera, funzionario di polizia poi morto. Sarebbero stati loro a indirizzare l'inchiesta e a costringere Scarantino a raccontare una falsa versione della fase esecutiva dell'attentato. Sarebbero stati loro a compiere "una serie di forzature, tradottesi anche in indebite suggestioni e nell'agevolazione di una impropria circolarità tra i diversi contributi dichiarativi, tutti radicalmente difformi dalla realtà se non per la esposizione di un nucleo comune di informazioni del quale è rimasta occulta la vera fonte". Ma quali erano le finalità di uno dei più clamoroso depistaggi della storia giudiziaria del Paese? si chiedono i giudici. La corte tenta di avanzare delle ipotesi: come la copertura della presenza di fonti rimaste occulte, "che viene evidenziata - scrivono i magistrati - dalla trasmissione ai finti collaboratori di giustizia di informazioni estranee al loro patrimonio conoscitivo ed in seguito rivelatesi oggettivamente rispondenti alla realtà", e, sospetto ancor più inquietante, "l'occultamento della responsabilità di altri soggetti per la strage, nel quadro di una convergenza di interessi tra Cosa Nostra e altri centri di potere che percepivano come un pericolo l'opera del magistrato". I magistrati dedicano, poi, parte della motivazione all'agenda rossa del giudice Paolo Borsellino, il diario che il magistrato custodiva nella borsa, sparito dal luogo dell'attentato. La Barbera, secondo la corte, ebbe un "ruolo fondamentale nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia ed è stato altresì intensamente coinvolto nella sparizione dell'agenda rossa, come è evidenziato dalla sua reazione, connotata da una inaudita aggressività, nei confronti di Lucia Borsellino, impegnata in una coraggiosa opera di ricerca della verità sulla morte del padre". La Barbera è morto, l'inchiesta sulla scomparsa dell'agenda rossa è stata archiviata, ma a Caltanissetta, forze a maggior ragione dopo questa sentenza, si continuerà a indagare. Non si sono accontentati delle verità ormai passate in giudicato i pm della Procura Stefano Luciani e Gabriele Paci che, anche grazie alle rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza, hanno riaperto le indagini sulla strage scoprendo il depistaggio. E una nuova inchiesta è già in fase avanzata e riguarda i poliziotti che facevano parte del pool di La Barbera.

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