Sussurri e grida dalla Sicilia. C’è chi vince, c’è chi “pareggia” c’è chi perde. Ma Renzi fa spallucce e tira avanti

Certo non è voluto, ma c’è qualcosa di evocativo nel fatto che proprio mentre si perpetrava la debacle del Pd siciliano, la vittoria, senza vittoria, del M5s e quella reale del centrodestra, veniva inaugurata al Quirinale  la mostra sui Pupi siciliani. Inaugurata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella proprio mentre era in corso lo spoglio. E di pupi nelle liste elettorali in questa tornata  ce ne erano molti. Nessuno però con la medesima dignità dei pupi storici della tradizione siciliana – da Orlando a Rinaldo alla Bella Angelica, fino al traditore Gano di Magonza.  Certo anche loro mossi con i fili, ma da pupari amanti di storia popolare e cultura e soprattutto alla luce del sole e non da mafiosi e faccendieri. I pupari della politica invece si muovono nell’ombra e spesso si palesano solo dopo, nelle scelte economiche, finanziarie ed infrastrutturali, che le istituzioni da loro invase prenderanno a Palermo come a Roma, come a …Trieste. Ma ricapitoliamo cosa è accaduto in Sicilia prima di archiviare i dati e magari discutere di scelte tendenziali, perchè è chiaro che il risultato siciliano non è esportabile ai livelli nazionali se non appunto come tendenze, la prima delle quali è quella relativa all’astensionismo, diventato elemento stabile con cui fare i conti ed in questo sembra proprio essere terminata la spinta propulsiva dei 5Stelle che, da partito di “governo”, e non più di lotta al sistema non convincono nuovi adepti. Ai 5Stelle, primo partito, la delusione insomma di non aver sfondato sul premier tanto che Beppe Grillo ha parlato di senso di “amarognolo”. Convince invece i soliti noti la destra riunita con Musumeci al 40%, portatrice in Sicilia,  da sempre, di interessi non tutti leciti che sono tornati all’ovile dopo la rapida escursione in terra democratica. Grande sconfitto il Pd di Renzi e con lui il magnifico rettore di Palermo, Micari. Il centrosinistra si dissolve e l’alleato Alfano resta addirittura fuori dall’Ars incapace di quagliare a destra come auspicato dai renziani. Risultato in chiaro scuro per la sinistra con Fava che non è riuscito ad attrarre i molti fuggitivi a sinistra dal Pd che sono finiti per allargare il fronte dell’astensione che supera il 50%.
Archiviati i dati analizzare le tendenze diventa fondamentale. Nessuno ha la verità in tasca ma è evidente che per il PD sarebbe arrivata l’ora di riconoscere che la disfatta siciliana è solo l’ultima di una lunga serie di sconfitte, sia a livello politico generale (il referendum costituzionale), sia in importanti amministrazioni locali, partendo dalle grandi città (Roma, Torino, Genova) che di realtà “minori” ma vere roccaforti del passato, come Monfalcone, consegnate al governo dei pentastellati o del centrodestra perfino di quello xenofobo  a trazione leghista. La Sicilia non è quindi l’eccezione che conferma la regola ma i terzo indizio che fa la prova.
Inutile e però pensare che Matteo Renzi si faccia da parte e neppure che faccia un passo di lato. Vuoi per ragioni caratteriali, vuoi perchè i segnali lasciano pensare che per lui lo scenario strategico non sia cambiato. Nessuna autocritica sulle politiche fin qui fatte prima da lui come premier e poi da Gentiloni su preciso mandato vincolante. Renzi infatti punta sul Rosatelum e sul fatto che con quella legge elettorale nessuna coalizione a livello nazionale, men che meno i grillini da soli,  possa superare la soglia del 40 per cento che darebbe maggioranza e  potere. Un risiko politico che prevede una ingovernabilità che porti alla grande coalizione, scommettendo su una rottura del centrodestra dopo il voto e sul fatto che Berlusconi, alla fine, pur di governare torni alle logiche del Nazzareno. Una scommessa pericolosa ma che consentirebbe a Matteo Renzi di completare il proprio mandato, realizzare quella demolizione del welfare pubblico, della sanità pubblica, della scuola pubblica, per soddisfare le esigenze del “mercato” di cui è chiaramente portatore. Soddisfare insomma il mandato ottenuto, non dagli utili idioti che in buona fede l’hanno messo in sella al PD, ma a quei poteri esterni al Parlamento di cui è pupo e non certo puparo. I pupari sono i medesimi poteri economico finanziari che prima puntarono su Berlusconi che deluse perchè pensò principalmente agli affari suoi, poi su Renzi incapace però di completare in maniera autarchica  l’opera ed oggi in assenza di “uomini nuovi” puntano sul tandem di tutti e due. Un teorema che non è detto debba necessariamente vedere premier Renzi, anzi utile sarebbe avere una faccia rassicurante come quella di Gentiloni. Tanto che un fedelissimo di Renzi, quell’Ettore Rosato autore non a caso de Rosatellum, oggi parlando dai microfoni Rai di “Radio anch’io” ha spiegato: “Abbiamo bisogno dell’alleanza più ampia possibile, con un programma concordato. Abbiamo Paolo Gentiloni che oggi è a Palazzo Chigi ed è un nome spendibile. Ce ne sono tanti di nomi spendibili e Renzi lo ha detto chiaramente a Napoli: lavoro per portare il Pd a Palazzo Chigi e non per portare Matteo Renzi”. “Il fatto che tutti identifichino Renzi come avversario dimostra che il suo ruolo non è in discussione” ha precisato Rosato. Ma Rosato forse sottovaluta il fatto che l’ex presidente del consiglio non è tipo da farsi da parte, anche perché il partito su misura che si è cucito indosso, eliminando avversari e personalità scomode, è una creatura che difficilmente si potrà riconvertire a sinistra perchè nonostante i pasticciati tentativi di coinvolgimento di cui Pisapia è emblema nazionale (ed Honsell locale)  in realtà continua ad essere orientato verso politiche neocentriste, basti pensare al fatto che il PD continui a rivendicare presunti successi sul tema lavoro, su quello economico, sanitario e addirittura, nonostante la bocciatura presa al referendum del 4 dicembre, su quella della riforma costituzionale di cui evidentemente il 60% degli italiani non avrebbe compreso la bontà.
Per queste ragioni c’è da essere più che  pessimisti sull’ipotesi di un ravvedimento non strumentale  con relativa apertura reale a sinistra. L’apertura nella mente dei renziani è solo quella che vedrebbe il ritorno all’ovile PD con il capo cosparso di cenere di fuoriusciti e transfughi.
Di questo dovrà prendere atto anche il governatore della Puglia Michele Emiliano che è all’opposizione di Renzi nel partito. Ospite su Radio Capital di Circo Massimo, chiede a Renzi “un’improvvisa maturazione” dopo quello che definisce “un apprendimento per trauma”. Rispondendo alle domande di Massimo Giannini e Jean Paul Bellotto, l’esponente della minoranza dem afferma che vista l’impossibilità di rifare il congresso del Partito democratico, a tre mesi dalle elezioni, l’unica possibilità è che Matteo Renzi “interpreti le varie anime del partito, visto che la sua e basta non è sufficiente né a leggere il Paese né il Pd e il centrosinistra. Deve prendere atto che il suo piano di perdere le elezioni in modo controllato per non lasciare il suo ruolo non funziona. Deve essere il riferimento di una comunità intera e non c’è nessun obbligo che il candidato del centrosinistra debba per forza essere lui”. “Renzi ha distrutto l’Ulivo, aggiunge Emiliano, e l’Ulivo va ricostruito rapidamente, aprendo un confronto politico nel merito con tutto il centrosinistra, dall’Udc a Sinistra italiana. Poi un candidato premier lo troviamo, l’importante è che siamo d’accordo sul contenuto”, conclude Emiliano che dimostra ancora una volta di comprendere molte dinamiche ma non quella principale, pretendere da Renzi una autocritica vera, è missione impossibile. Lui da parte per davvero non si farà mai se non costretto, perchè in realtà in gioco non c’è solo la sua leadership, ma il progetto di cui è portatore e la sua cultura politica che nulla hanno a che fare in realtà con la sinistra. Renzi è diventato del PD per caso, la sua scalata è iniziata solo perchè a Firenze ha trovato motivazione di potere e terreno fertile. c’è da pensare che se i democratici in Toscana e nella città gigliata, fossero stati all’opposizione e Forza Italia al governo, avremmo probabilmente avuto un Matteo Renzi nella sua giusta collocazione, magari delfino di Berlusconi e non aspirante console di governo con lui. Per quanto riguarda l’ipotesi di Emiliano di veder  risorgere l’Ulivo di “prodiana” memoria con Renzi dentro, sarebbe come pretendere la guarigione degli alberi d’ulivo infestati dalla xylella, perchè questa si auto-convince di sbagliare ad aggredire le piante.

Fabio Folisi

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