Un’Europa senza Schengen l’inizio della fine dell’Eu(ro)

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Il ripristino dei controlli ai confini, motivato dal tentativo di arginare la pressione migratoria dei profughi ai confini, determinerebbe conseguenze nefaste, sia in termini politici che economici.
Dal primo punto di vista, segnerebbe, di fatto, la fine del trattato di Schengen sulla libera circolazione  di uomini e mezzi all’intero dell’Unione, vanificando l’esistenza stessa dell’Europa unita. Dal punto di vista meramente economico, il danno sarebbe altrettanto grave: solo per l’Italia si stima pari a 5/10 miliardi di euro l’anno, la forbice varia a seconda dello scenario più o meno ottimistico ipotizzato.
Tale cifra, fatta dal Cgia di Mestre, è la somma dei danni prodotti in vari settori collegati.   Vittima predestinata di tale evento sarebbe senza dubbio il settore dell’autotrasporto. Con un deciso aumento dei tempi per l’ingresso e l’uscita alle frontiere, infatti, il prezzo delle merci trasportate aumenterebbe di conseguenza, determinando una reazione a catena “perniciosa”: diminuzione del potere d’acquisto e dei consumi interni. I soli costi derivanti dall’aumento dei prezzi sarebbero pari a 4,9 (scenario prudente) o 9,8 (ipotesi pessimistica)  miliardi di euro l’anno.
Altro settore colpito sarebbe quello del turismo, soprattutto trasfrontaliero. Tempi di attesa più lunghi possono demotivare i turisti a superare i confini per brevi periodi di villeggiatura. Il danno per la nostra bilancia turistica, stimato in 200/450 euro. All’elenco si aggiungono altri 50/100 milioni per i costi extra dei lavoratori trasfrontalieri. «Senza l’accordo di Schengen – conclude il segretario  della Cgia Renato Mason – l’Europa non sarebbe più la stessa e non potremmo più parlare di mercato unico. In buona sostanza ritorneremmo indietro di 20 anni». La fine dell’Euro sarebbe una logica e quasi inevitabile conseguenza.

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