XI Campagna in Antartide della nave oceanografica Ogs Explora

La nave di ricerca OGS Explora è pronta a partire. Direzione: Antartide. Salperà lunedì 5 dicembre dal porto di Crotone.
Di proprietà dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste, l’OGS Explora torna dopo 10 anni nel continente bianco per una nuova avventura scientifica e in una nuova veste. “L'OGS Explora, infatti, unica nave italiana per la ricerca oceanica equipaggiata per acquisire dati (anche) in ambienti polari, ha ultimato un approfondito ciclo di riammodernamento e ora è dotata di standard di sicurezza e affidabilità ancora più elevati che in passato e di una maggiore funzionalità operativa grazie a nuovi strumenti all’avanguardia. Come per esempio, un nuovo e avanzatissimo sistema di mappatura del fondo marino e del sottosuolo: fondamentale per gli studi paleoclimatici che verranno condotti dai ricercatori” spiega Maria Cristina Pedicchio, presidente dell’OGS.
“Per questa spedizione – precisa Franco Coren, direttore della sezione Infrastrutture dell’OGS – saranno operativi a bordo della nave, per 24 ore al giorno e in isolamento dalla terraferma per sessanta giorni, 22 ricercatori/tecnici, 18 membri dell’equipaggio e un medico”.
“Da Crotone – spiega – la nave farà rotta per il porto australiano di Hobart, dove arriverà a metà gennaio. Qui si imbarcheranno i ricercatori e le ricercatrici e dopo almeno 8 giorni di navigazione OGS Explora raggiungerà il Mare di Ross”.

La spedizione scientifica
“Scopo scientifico della campagna di OGS Explora in Antartide è raccogliere informazioni geologiche (dal fondo del mare) e oceanografiche (dalla colonna d'acqua), utili a validare i modelli che simulano lo scioglimento della calotta polare e il conseguente innalzamento del livello globale dei mari a causa dei cambiamenti climatici in atto” racconta il geologo dell’OGS Michele Rebesco, alla sua sesta spedizione in Antartide.
In altre parole, l’intento è cercare indizi nella colonna d’acqua e tracce nei sedimenti per capire la vulnerabilità attuale dell’Antartide, l’entità del ritiro dei ghiacci e monitorare lo stato di salute del Mare di Ross, che è una delle sorgenti principali dell’acqua Antartica. “E l'acqua Antartica (insieme a quella Artica) fredda e salata – ricorda il ricercatore – è il motore della circolazione oceanica globale”.

“Le aree che andremo a indagare – aggiunge Laura De Santis dell’OGS, alla sua quinta spedizione in Antartide – si trovano sul bordo della piattaforma continentale del Mare di Ross, dove i sedimenti accumulati, durante fasi glaciali passate, indicano il punto di massima estensione del ghiaccio”. Quindi proprio qui si possono cercare indizi sulle cause che hanno indotto il ritiro della calotta glaciale. “Noi cercheremo di capire per esempio se l'azione dell'oceano all'inizio dei passati periodi interglaciali, nella transizione cioè da un periodo freddo a uno caldo (l’ultimo datato circa 20.000 anni fa), possa aver causato il collasso della calotta glaciale e quanto velocemente sia accaduto. Alla luce anche del fatto che processi simili di interazione tra ghiaccio e oceano avvengono oggi nella parte più interna del Mare di Ross”.

Stimare l’impatto dello scioglimento della calotta antartica sull’innalzamento del livello del mare globale, in condizioni climatiche più calde e con maggiore CO2 di quella attuale (come quelle per esempio che caratterizzavano il pianeta 50 milioni di anni fa) è indicato tra le priorità della Commissione di coordinamento internazionale della ricerca scientifica antartica (SCAR). E la Conferenza di Parigi (COP 21) ha dato l'incarico all'International Panel of Climate Change (IPCC) di redigere un report sullo stato di salute delle calotte polari (artica e antartica) e degli oceani, per comprendere meglio l'entità della risalita del livello globale del mare e capire se ciò avverrà in tempi rapidi (nei prossimi 100-200-500 anni).

“Alcuni modelli di previsione indicano una riduzione significativa delle piattaforme ghiacciate e del pack marino, che bordano e ‘proteggono’ le calotte polari, nei prossimi 100 anni, se non vengono attuate adeguate politiche di mitigazione dell’effetto serra” ribadiscono i ricercatori. Ciò potrebbe comportare il rapido smantellamento di grandi porzioni delle calotte polari, esposte direttamente all’azione di fusione da parte dell’oceano via via più caldo. Si potrebbe quindi prevedere un significativo innalzamento del livello del mare, anche se non si conosce ancora l’arco temporale in cui potrebbe verificarsi. “Noi cercheremo di ricostruire cosa sia avvenuto in epoche caratterizzate da condizioni simili a quelle previste dagli scenari più pessimisti. E così, non solo si potranno confrontare i dati raccolti con le simulazioni numeriche, ma chi fa simulazioni di scenari futuri avrà a disposizione osservazioni oggettive per elaborare previsioni sempre più attendibili”.

Le previsioni sul futuro non possono prescindere dal prendere in considerazione anche altri fattori oltre alla temperatura e alla concentrazione di CO2 in atmosfera: in primis la variabilità della circolazione oceanica che regola lo scambio di calore tra nord e sud. Geologi e oceanografi a bordo dell’OGS Explora raccoglieranno allora anche informazioni sulla dinamica delle correnti oceaniche attuali. Osservazioni decennali mostrano per esempio che le acque fredde e salate Antartiche stanno via via addolcendosi, a causa dello scioglimento dei ghiacci. Cosa comporta questo in termini di circolazione? Queste acque, che stanno diventando via via meno dense, perderanno la loro capacità di inabissarsi e di alimentare quindi la circolazione oceanica profonda?

Per rispondere a queste e altre domande sul clima del passato e sul futuro del nostro pianeta, lo staff dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale lavorerà in stretta collaborazione con ricercatori dell’ISMAR (Venezia), del CMCC (Bologna) e di istituti stranieri (inglesi, cinesi, coreani).

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