Il 1976 non fu l’anno zero

Giovedì 2 marzo alle 17 nella sede della Fondazione Friuli (già Crup), in Via Manin 15 a Udine, sarà presentato il volume “Il Friuli modello”, scritto da Gianfranco Ellero nel 40 del terremoto. Del libro, dedicato ad Antonio Comelli, oltre all'autore parleranno il Presidente della Fondazione Lionello D'Agostini, il Sindaco di Venzone, Giuseppe Bergamini e Geremia Gomboso per l'Istitùl Ladin-Furlan, editore del libro.

Con il consenso di Ellero, pubblichiamo il testo della prefazione:

Più il tempo si allunga dopo un evento, più produce un effetto paragonabile a quello che si ottiene in fotografia adoperando il teleobiettivo: le distanze fra i piani di luce si accorciano, quasi si annullano, e il tempo che li separa appare sempre più breve. La prospettiva storica comprime e cristallizza in un lontano presente eventi apparentemente vicini, sicché il 1976 può apparire, ad alcuni osservatori di oggi, come l'Anno zero del Friuli.

1976


Come tutti gli “anni zero”, il 1976 separerebbe in maniera netta un “prima” da un “dopo”: il “prima” sarebbe quello della civiltà contadina, ancora arcaica e tradizionalista, coagulata sotto i campanili dei paesi; il “dopo” sarebbe il Friuli moderno, industriale e terziario, nato dalla ricostruzione: Università di Udine, autostrada per Tarvisio, aree industriali, eccetera.
Ma è poi vero che quello fu un Anno Zero?
Ce ne furono, sì, di “anni zero” nella Storia del Friuli, che cambiarono il destino della regione, talvolta anche la religione e la lingua: 181 a.C. (fondazione di Aquileia), 568 (venuta dei Longobardi), 1077 (nascita del principato feudale), 1420 (inizio della dominazione veneziana), 1797 (fine della Repubblica di Venezia per volontà di Napoleone), 1866 (ingresso nel Regno d'Italia della Provincia del Friuli) … ma il 1976 fu vissuto ansiosamente nel segno della continuità: una identità da salvare, “dov'era e com'era”.
“Si osserva – affermò la pittrice Dora Bassi nelle “Conversazioni sulle arti visive” del 1989 – che dopo le grandi catastrofi il Friuli si ricostruisce più socialmente che fisicamente. Dopo il terremoto del '76, voglio dire qualche mese dopo, in un dibattito sulla ricostruzione, un sociologo disse, molto propriamente: “Il Friuli è già ricostruito”. Era già ricostruito nelle baracche, nei litigi fra cognate, nella pianta di basilico al di fuori dei prefabbricati, nella ripresa di certi rituali, di certe abitudini. Non ricordi che la prima ad essere in qualche modo ricostruita fu l'osteria, o meglio la mescita del vino? Tutto questo avvenne in una settimana!”.
L'immediata ricostruzione sociale, nonostante le laceranti divisioni ideologiche, era avvenuta anche dopo la prima e la seconda guerra mondiale.
In verità le 9 di quella sera di maggio segnarono tragicamente un prima e un dopo nelle famiglie di 989 morti, e anche in alcuni dei 2.676 feriti, ma nel quadro della società friulana il 1976 fu soltanto un fortissimo acceleratore di processi in atto da lungo tempo.
Da molti anni, ad esempio, in Friuli si abbattevano o si modificavano le vecchie case contadine, con ballatoi in legno e archi passanti, e tutto ciò avveniva nell'indifferenza o con l'approvazione dell'opinione pubblica, che improvvisamente, in quei giorni di maggio, scoprì il volto e la civiltà del Friuli: fino al 6 maggio la stragrande maggioranza dei friulani era convinta che, per modernizzarsi, il Friuli doveva cancellare il passato (civiltà contadina) per mettersi “al passo con i tempi” (civiltà industriale).
L'Orcolat, sbriciolando in un minuto decine di migliaia di case rurali e di stalle, facendo crollare o ferendo chiese e campanili che, come scrisse il poeta Tito Maniacco, “battevano vecchie ore cristiane”, impresse una mostruosa accelerazione a quel lento processo distruttivo (gli architetti direbbero “sostitutivo”, aggettivo che non contiene anche un giudizio morale o estetico), e così accelerò quella consumistica e imitativa modernizzazione.
Altrettanto si può dire delle ottocento chiesette votive, che non venivano abbattute come le case prima del 6 maggio, ma erano spesso lasciate in un deplorevole stato di abbandono. E bisogna riconoscere, per onestà, che soltanto per la crescita dell'autocoscienza prodotta dal terremoto del 1976 una certa quantità di case tradizionali e alcune chiesette furono salvate e restaurate.
Su “Il Sole 24 Ore” del 7 maggio 2016 uno scrittore di Pordenone si domanda se “abbia ancora un senso definirsi friulani” dal momento che “dopo il sisma sono state ricostruite le fabbriche, le chiese, le case, ma non è stato possibile ricostruire l'identità friulana”.
La domanda è interessante (oggi si usa dire “intrigante”) e merita una meditata risposta.
L'economia – scrisse un filosofo del quale poco si parla dopo il 1989 – è la “struttura” di una società; gli altri caratteri – religione, tradizioni, linguaggi, gerarchie sociali … – sono la “sovrastruttura”. Non si può modificare la prima senza alterare la seconda.
Alla luce di questo teorema possiamo analizzare il Friuli del terremoto e andare alle verifiche, partendo dall'affermazione di Pasolini: “noi siamo gli ultimi ad aver visto i veri contadini”. (Quel “noi” sta per i nati fra le due grandi guerre del XX secolo).
Lentamente, ma inesorabilmente, quegli autentici contadini, giovani o adulti negli anni Quaranta e Cinquanta, si trasformarono dapprima in emigranti in Europa o più lontano, poi in operai di altre regioni italiane, talvolta part-timers nelle industrie del Friuli.
I figli di quegli ex-contadini adulti diventarono lentamente impiegati in uffici pubblici e in aziende private, docenti nelle nostre scuole, medici e infermieri negli ospedali, professionisti in studi privati, ferrovieri o addetti al turismo, e adottarono uno stile di vita urbano pur vivendo in un Friuli ancora apparentemente “cristiano e contadino”: in quel Friuli che Giovanni Pietro Nimis definisce “sognato e rimpianto”. E per bovarismo passarono dal friulano all'italiano (quello televisivo, direbbe Pasolini), anche nella conversazione amicale e familiare (“per aiutare i figli a far bene a scuola”).
Attingendo alla statistica ufficiale, sappiamo che gli addetti all'agricoltura della Provincia di Udine, ovvero il 40 % della popolazione attiva nel 1951, si ridussero al 22,3 nel 1961, e al 12,9 nel 1971: come si vede, nel 1976, cioè nel tempo del terremoto, il quadro era già radicalmente mutato, e la tendenza allo spostamento della popolazione dal settore primario o agricolo verso quelli delle industrie e dei servizi era irreversibile, qui come altrove in Italia, e dappertutto si stava diffondendo uno stile di vita basato sul consumismo.
Se rileggiamo il Documento di “Glesie Furlane”, approvato l'11 maggio 1976, scopriamo che il clero del Friuli metteva in relazione le conseguenze sociali e identitarie con le scelte architettoniche e urbanistiche: “Si dovrà anche tener presente [nella ricostruzione] che la nostra gente vive in maniera rilevante con il lavoro dei campi e che sarebbe snaturata e depauperata se la incasellassero in condomìni”. (In realtà viveva “in maniera rilevante” in campagna, nelle case e nei paesi della tradizione, ma marginalmente ormai “con il lavoro dei campi” come nel primo dopoguerra. E i condomini erano già numerosi non soltanto a Udine e nelle altre città, comprese quelle balneari, ma anche nei paesi. (Non erano condomini quelli che a Majano, alle 9 di quella sera, si chiusero come fisarmoniche?).

Tendopoli a Gemona, Friuli. 12 settembre 1976


Anche noi, autori del Manifesto del “dov'era e com'era”, diffuso il 12 maggio , sapevamo che mantenendo un certo stile di vita, campestre e comunitario, si poteva contribuire a dare continuità etnica e morale alla società friulana, ma eravamo ben consci che la morale sociale e l'adesione a un'identità dipendono, nella civiltà di massa, da forze generali o esogene, non locali e specifiche, e ci si accontentava, per così dire, della “fisionomia” urbanistica e architettonica, diciamo paesaggistica.

Se rileggiamo le testimonianze di quei tragici giorni, vediamo che tutti, giornalisti, scrittori, politici, parlano di riparazioni e rifacimenti di case, fabbriche, ponti, strade, chiese, non anche, e soltanto marginalmente, di ricostruzione sociale. E i più accorti e sensibili ai valori locali, cioè i Sindaci dei Comuni, fecero il possibile per mantenere la coesione delle piccole comunità frazionali, scegliendo, per l'ubicazione delle tendopoli e dei prefabbricati, aree prossime alle singole borgate.
Oggi c'è chi dice, a ragione, che nonostante l'esemplare ricostruzione viviamo in un altro Friuli, e indica ospedali e autostrade, ipermercati e impianti sportivi, discoteche e città balneari, dimenticando che queste strutture, tipiche dalla civiltà di massa e simili in tutto il mondo, qui esistevano da prima del terremoto. Caso mai, fatta eccezione per Gemona alta e per Venzone, si può parlare di cittadine e paesi largamente rimaneggiati sotto il profilo architettonico (Buja, Majano, Pers, Mels, Osoppo, Moggio, Anduins, Forgaria ...) perché l'Orcolat li aveva letteralmente frantumati, ed era impossibile rifare le case com'erano: fu già gran cosa averle rifatte dov'erano, rispettando il più possibile la struttura urbanistica.
Il terremoto non è responsabile, quindi, delle mutazioni antropologiche prodotte successivamente da altre forze.
Dopo il 6 maggio i friulani volevano riprendere subito a lavorare, a resistere sotto la tenda, in roulotte o nei prefabbricati in attesa della casa rifatta o riparata, per continuare a vivere come prima.
Anche l'Università di Udine, secondo alcuni disinformati, fu un frutto del terremoto, ma si tratta, se non proprio di una falsificazione della realtà, di una fuorviante semplificazione.
Nei limiti consentiti da questo nuovo anello della nostra collana, che esce nel 40° anniversario della tragedia, proponiamo alcune riflessioni storiche, talvolta critiche, sempre basate su documenti autentici e dati certi, rimanendo quindi lontani dai luoghi comuni e anche dagli slogan sbocciati sui sentieri delle scorciatoie giornalistiche (Anno Zero, Il giorno che cambiò la storia …).
È con questo spirito che, in queste pagine dedicate ad Antonio Comelli, abbiamo studiato il “Modello Friuli”.

 

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