27 agosto 1917 Apocalisse a Sant’Osvaldo

Di Gianfranco Ellero ---------------------------------------------------------------

Il 27 agosto 1917 a Sant'Osvaldo, subborgo sud-occidentale di Udine a ridosso della ferrovia, ci fu l'apocalittica deflagrazione di molte migliaia di tonnellate di proiettili in deposito: la più devastante esplosione di tutta la guerra sul fronte italiano.
Alle 10.50 di quel giorno un primo terrorizzante scoppio, avvertito anche in molti paesi della pianura, sbriciolò la chiesa e le case di Sant’Osvaldo, trasformando le macerie in schegge e proiettili morti, che caddero su Basaldella, Campoformido, Colloredo di Prato e Udine. Ma ci furono danni, sia pure non gravi, anche a Cividale, San Giovanni al Natisone, Manzano e Palmanova.
Poco più tardi, preceduto da un rullio di piccoli scoppi, ci fu un secondo terrificante boato, descritto in una memoria “come la schianto simultaneo di mille cannoni”. Si alzarono allora furiosi spostamenti d'aria, che spazzarono Udine come venti dell'Apocalisse, ruppero vetri alle finestre, contorsero saracinesche di metallo, risucchiarono libri dalle biblioteche, abbatterono la porta principale del Duomo, danneggiarono affreschi di Giovanni da Udine e Giovan Battista Tiepolo nel palazzo arcivescovile, fecero crollare soffitti, balconate e cornicioni nella Basilica delle Grazie, alimentarono il fuoco, prodotto da una granata incendiaria, che ridusse in cenere la collezione naturalistica dell’Istituto Tecnico “Antonio Zanon” in piazza Garibaldi,
La gente terrorizzata, che tentava di fuggire verso l’aperta campagna, veniva scagliata a terra, e stentava a rialzarsi per l’incalzare di nuove folate di quel vento artificiale. E una volta raggiunta la campagna, rischiava di essere colpita da schegge e detriti che cadevano da grande altezza, stimata in venti chilometri, e incredula vedeva lentamente cadere anche coperte da letto, ammassate in un magazzino vicino al borgo devastato.
Ci fu, infine, il terzo boato, quello del deposito di gelatina, più spaventoso dei precedenti, che coprì di detriti e schegge la vicina ferrovia e fece crollare il Collegio Gabelli.
La città, gravemente ferita, fu salvata dalla distruzione totale dal coraggio di alcuni ferrovieri, che riuscirono a fermare e a far lentamente retrocedere un treno carico di munizioni diretto alla stazione di Udine, e dall’eroismo di alcuni militari che con getti d’acqua tennero bassa la temperatura di un grande deposito di proiettili per obici di grosso calibro, vicino al luogo del disastro.
Il generale Cadorna minimizzò l'episodio nel bollettino di guerra apparso il 4 settembre, attribuendolo a cause imprecisate, ed escluse il dolo. E si può capirlo: un esercito che non sa proteggere le sue armi è destinato alla sconfitta.
Si trattava di un Esercito che aveva dato il meglio di sé in undici “spallate” sull'Isonzo e che proprio in quell'estate aveva assestato un colpo quasi mortale all'Austria sull'altopiano della Bainsizza.
Sembra, tuttavia, che la causa principale fosse dovuta all'incuria e alla leggerezza, perché un giornalista scrisse che pochi giorni prima aveva visitato il deposito, guardato da pochi soldati, senza difficoltà. Si trattava, quindi, comè stato dimostrato in sede storiografica, di un esercito mal comandato
Se osserviamo il quadro di quell'estate, caratterizzato dai segni di stanchezza per una guerra interminabile, definita “inutile strage” da Benedetto XV il primo di quel mese, dagli ammutinamenti di alcuni reparti, puniti da Cadorna con la decimazione, la sciagura di Sant’Osvaldo appare come un sinistro presagio di un'imminente catastrofe, rimasta nella storiografia con il nome di Caporetto.

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