A proposito di logistica e tecnologia: i pilastri di Fedriga

A prendere la cosa sul serio i 750 miliardi di euro che l’UE ha messo sul tappeto con l’obiettivo della “NextgenerationEU” non sono una semplice espansione di spesa pubblica verso il mito di una Europa finalmente “resiliente” ma possono anche definire un nuovo corso in relazione ad obiettivi politici ed economici della stessa Unione. Che della cosa siano consapevoli gli stati membri, e al loro interno le discussioni politiche, non vi è cognizione, travolti come sono dalle impennate dei contagi.
Pur essendo la chiave interpretativa globale di quanto sta evolvendo ancorata al rapporto USA-Cina, è più che opportuno non dimenticare gli ingredienti della minestra che sta bollendo in Germania, anche per capire dove andrà la strada aperta dal Recovery Fund al di là del lenire le grida di dolore e furore che si esprimono nelle piazze.
Chi si occupa di geo politica si sta chiedendo se i discendenti di Arminio intendano fare ancora parte “integrale” dell’Occidente con i suoi valori e le sue gerarchie o se invece puntano a ritrovarsi in un “centro” dialogante, sia pure al momento solo in termini di trading, con gli “orienti” vicini e lontani. Ed è chiaro che oggi quando si parla di Germania equivale a parlare di Europa, dove i tentennamenti dell’est sono comunque gestibili in sede di bilancio e dove ad equilibrare c’è sempre una Francia che non ha perso la fiducia in una autonomia armata.
Gli analisti italiani sconsigliano questa strada e la rimandano eventualmente a quando l’occidente vero, cioè gli USA, non avrà più la chiara supremazia militare e tecnologica con cui guarda il mondo oggi, con o senza Trump. Dopo le elezioni di novembre in USA e dopo quelle del Bundestag il prossimo anno alcune cose si chiariranno, ma noi F-VG da che parte stiamo?
La cosa non turba i sonni né del Dipartimento di Stato né della Cancelleria Federale, ma dovrebbe tenere ben sveglio il nostro presidente Fedriga. In una recente occasione, Forum Internazionale dell’Euroregione Aquileiese, Udine 9 ottobre, ha identificato i due pilastri su cui, a suo parere, si fonda la visione strategica per lo sviluppo del territorio regionale: “la logistica, come sistema integrato tra porti e aree retroportuali, e la ricerca, declinata in un rapporto di forte connessione con le realtà produttive”.
Si possono fare delle critiche a questa visione strategica per una centratura tutta triestina, Porto e Area di Ricerca, ma ne viene comunque delineata una interpretazione del Friuli e di Trieste in un ambito europeo legato a quelle connessioni internazionali che sono il risultato di scontri di posizionamento che le “grandi potenze” attuali giocano quotidianamente. Senza dimenticare che l’intero sistema produttivo manifatturiero friulano vive di esportazione e che l’asse preferenziale di flussi è quello verso la Germania.
A Trieste (e a Roma) c’è un bel po’ di “sorestans” che hanno cancellato dai loro ìPhone le foto sorridenti con plenipotenziari cinesi come pochi anni fa avevano fatto di quelle con Putin, ma non è sfuggito a nessuno che l’arrivo di anseatici e magiari per ora ha avuto la benedizione di M. Pompeo, a cui le pur valide caratteristiche tecnico funzionali dello scalo interessano ben poco.
Tutto bene quel che finisce bene quindi. Ma certo, in questa vicenda, di autonomia strategica dell’Italia e dell’Europa se ne è vista ben poca. Il futuro sarà quel che sarà, ma pur restando in “occidente”, la Germania e l’Europa dovranno poter godere di alcuni gradi di libertà nell’interpretazioni delle loro scelte politiche ed economiche.
Alle questioni di “autonomia strategica” della nostra filiera logistica, si aggiunge anche il tema “sovranità tecnologica” che riguarda la definizione degli spazi di libertà della “ricerca” e della possibile connessione con le filiere economico produttive che talvolta ne conseguono.
Probabilmente Fedriga nella sua “visione” identifica la ricerca nostrana (e magari la scienza) nella funzione di rendere più accessibile ed economica l’acquisizione di brevetti innovativi da parte delle industrie territoriali, anche indirizzando il lavoro di alcuni istituzioni delegate verso quanto può interessare allo stesso sistema. Ma la partita in gioco non è questa.
A partire dal digitale e dalle esigenze green ci sono ambiti sia di vera e propria ricerca scientifica sia di trasferimento tecnologico che permettano di eliminare la condizione di vassallaggio che oggi l’Europa ha verso i monopoli esistenti ed attivi filiere di prodotti e servizi meno tributari e più ambientalmente sostenibili. Il fatto che il Recovery fissi al 57% la quota parte dei 750 miliardi di euro al verde e al blu non è solo una indicazione di spesa ma definisce un vero e proprio progetto tecnologico e politico.
Può il territorio regionale essere un luogo dove si possa contribuire in tale direzione? Si, a patto di saper proporre la trasformazione di alcune debolezze in opportunità, indicando contenuti e modalità organizzative. Penso ad esempio a tutto quanto riguarda una nuova percezione dei valori delle aree rurali e montane, proprio in riferimento all’uso del digitale ed alla costruzione di comunità energetiche autonome. E penso alla possibilità di integrare la nostra non infima struttura di ricerca (scientifica), di cui fanno parte anche le Università, in un quadro di relazioni “cross border” che sappiano far tesoro di una comunanza di input di contiguità. Siamo in una ampia Regione Europea che collega il mare Adriatico alle Alpi, dove si accumulano anche nodi da sciogliere di rilievo planetario e dove le risorse di intelligenza umana non mancano per contribuire alla nostra quota di “sovranità tecnologica”.
Tutto questo postula che la nostra Regione, come sembrerebbe auspicato dallo stesso governatore, si pensi un po’ meno Italia e un po’ più Europa. Sperando che nel frattempo i geo strateghi romani non convincano la penisola di trasformarsi in una portaerei protesa nel Mediterraneo al servizio della potenza dominante.

Giorgio Cavallo