Appalti esteri sotto indagine, perquisizioni alla Pilosio Spa, indagato l’ex Ad Dario Roustayan

Si potrebbe dire che era nell’aria. Insomma il fatto che la Guardia di Finanza di Udine si sia presentata nella sede della Pilosio Spa di Feletto per effettuare delle perquisizioni non desta meraviglia, come la desta il fatto che sempre le fiamme gialle si siano presentate nelle abitazioni dei suoi ex amministratori ed in particolare dell’ex presidente ed ex amministratore delegato Dario Roustayan. Il manager era uscito di scena dall’azienda nel gennaio scorso destando sorpresa e meraviglia visti risultati economici ottenuti in soli cinque anni. Roustayan infatti era approdato alla Pilosio nel 2010. Un percorso di un quinquennio in cui ha portato l’azienda a rinascere dopo una pesante crisi e a farla eccellere sui mercati di mezzo mondo. Ed è proprio questa rapida ascesa nei mercati esteri ad aver fatto alzare le antenne perfino dentro l’azienda e forse anche da parte della Columna Capital che dal 2014 è il socio di maggioranza di Pilosio Spa. Si tratta di un fondo di private equity con sedi a Lugano e Londra, un investitore privato quindi. Dario Roustayan aveva profondamente trasformato la Pilosio spa nel suo modello di business, portandola ad esportare quasi il 90 per cento della propria produzione (l’export nel 2010 rappresentava il 30 per cento) e a crescere con trend annui a doppia cifra, compreso quello dell’ultimo esercizio che aveva visto la società friulana aumentare il proprio fatturato di un ulteriore 20 per cento superando di molto i 40 milioni di euro. Inspiegabile quindi la scelta di lasciare e pochi avevano creduto alle sue dichiarazioni secondo le quali l’abbandono dal vertici della Pilosio sarebbe stato legato alla voglia di affrontare “ nuove sfide e progetti professionali molto stimolanti, principalmente legati alle attività della Fondazione Building Peace che ho costituito due anni fa”. Ovviamente tutto è possibile, ma erano in molti a chiedersi il perchè di una fuga professionale che era apparsa prematuro ed affrettata. Oggi forse arrivano le risposte a quei quesiti. Infatti secondo indiscrezioni non solo la Pilosio della gestione Roustayan è sospettata di corruzione internazionale per una serie di appalti all’estero, ma l’indagine sarebbe partita proprio da uno “spunto investigativo” interno all’azienda. Una maniera soft per dire che qualcuno avrebbe scoperto le possibili malversazioni e avrebbe vuotato il sacco parlando anche con la Guardia di Finanza, evitando così di essere coinvolto/a. Fra l’altro le perquisizioni, compresa quella della moglie dell’ex manager, sarebbero state mirate proprio ad individuare i canali con i quali sarebbero state pagate le presunte mazzette all’estero allo scopo di “fluidificare” le pratiche di aggiudicazione degli appalti. I lavori sotto la lente degli inquirenti riguarderebbero quattro Paesi esteri: Algeria, Arabia Saudita Messico e Canada. Ma è sugli appalti in Arabia saudita che pare si soffermeranno particolarmente gli inquirenti, vuoi per l’entità del lavoro, vuoi per il fatto che dalle parti di Ryad, è risaputo, non ci si muove se non si oliano a dovere gli ingranaggi. La vittoria dell’appalto in questione, era stato annunciato nel maggio del 2015. Una commessa multimilionaria acquisita anche grazie al supporto del partner locale di Pilosio, Arabian roots group, e dell’export area manager Mohamed Kassem. I ponteggi e le casseforme prodotte dalla Pilosio spa utilizzate nel progetto di espansione della Moschea del Profeta. Il valore economico dell’appalto, si leggeva nella nota dell’azienda, è di 30 milioni di euro, il più alto mai registrato nella storia dell’impresa con sede a Tavagnacco. In sostanza alla Mecca, Pilosio fornisce un ingente quantitativo di casseforme verticali modello Magnum Plus, sistemi di solai Simplex Table e Linear e strutture multidirezionali MP per la costruzione di tre imponenti edifici adibiti ai service nella zona nord dell’area della moschea di Al-Haram. Impressionanti gli investimenti in gioco messi in atto per ampliare e riqualificare l’intera area della moschea: l’importo complessivo messo a budget dal regno saudita per questo progetto è di 80 miliardi di riyal, una cifra di oltre 20 miliardi di dollari. Insomma un mercato dove per entrare poteva valer la pena giocare ogni genere di carta. Il problema che quando si opera in quei Paesi dove il regalino non è un opzione ma rischia di essere la normalità attesa, si cozza pesantemente con quanto previsto dalla legge 231 sulla responsabilità amministrativa dell’azienda per reati commessi da propri amministratori o dipendenti, ma anche di più per il fatto che l’Italia ha ratificato la Convenzione ONU di Merida del 9 dicembre 2003, con la quale si inasprisce il contrasto alla corruzione internazionale, con particolare riguardo dei paesi poveri ed in via di sviluppo ove tale fenomeno è estremamente diffuso. In particolare con la convenzione si estendono gli ambiti penali dell’art. 322-bis c.p. (Peculato, concussione, corruzione e istigazione alla corruzione dei membri degli organi delle Comunità europee e di funzionari delle Comunità europee e più genericamente “di Stati esteri”, compresa l’Arabia Saudita). Insomma se da un lato si può capire che le aziende italiane possono essere svantaggiate se applicano le norme, dall’altra non si può pensare che il fine giustifichi i mezzi, dato che i cittadini italiani sono sempre chiamati al rispetto delle leggi e che non possono essere tollerate zone franche.

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