Attentato dinamitardo contro Sigfrido Ranucci, conduttore di Report. Esplose le auto di famiglia ma si è rischiata la strage
L’auto del giornalista Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, e quella di sua figlia sono esplose e sono state completamente avvolte dalle fiamme nella notte a Pomezia nel cortile dell’abitazione del giornalista. A renderlo noto è stato lo stesso Ranucci sui social. “Ordigni – si legge nel post – hanno distrutto le automobili parcheggiate davanti casa a Campo Ascolano, alle porte di Roma. Le deflagrazioni sono state così forti da scuotere l’intero quartiere”.
La trasmissione Report sui suoi profili social fa esplicito riferimento all’esplosione di “un ordigno piazzato sotto l’auto del giornalista” parcheggiata davanti a casa, in Campo Ascolano, alla periferia di Roma, e la cui deflagrazione avrebbe potuto uccidere: “L’auto è esplosa”, si legge, “danneggiando anche l’altra auto di famiglia e l’abitazione adiacente. Sul posto sono intervenuti Carabinieri, Digos, Vigili del Fuoco e Polizia Scientifica. La Procura è stata attivata per accertamenti ed è stato informato il Prefetto. La potenza dell’esplosione è stata tale da poter uccidere chiunque si trovasse in quel momento”. Episodio gravissimo che fa seguito ad un crescendo di intimidazioni subite dal giornalista di Report e dalla sua redazione ma che ci permettiamo di dire sembra appartenere ad un copione già visto. Del resto la libertà di stampa è sempre più minacciata. Gli attentati sono l’aspetto più eclatante di una situazione che in realtà è molto diffusa, passa attraverso una strisciante delegittimazione della professione e continui attacchi, al di là delle parole di circostanza, che il potere in tutte le sue forme, attua nei confronti di chi svolge il proprio ruolo senza essere un maggiordomo servile. I meccanismi sono già visti, querele, intimidazioni e poi l’isolamento. C’è da scommettere che nel caso di Ranucci ora partirà una grande “gara” a chi è più solidale, anche da parte di chi, fino ad un minuto prima di quell’esplosione, gli avrebbe volentieri messo il bavaglio. Chissà quanti punti perderà ancora l’Italia nella classifica mondiale sulla libertà di stampa stilata da Reporter Senza Frontiere. In questo 2025 il Belpaese ha perso tre posizioni rispetto al 2024 piazzandosi al 49° posto, il peggior risultato dell’Europa occidentale. Per Rsf, “la libertà di stampa in Italia continua a essere minacciata dalle organizzazioni mafiose, in particolare nel sud del Paese, nonché da vari gruppi estremisti che commettono atti di violenza. I giornalisti lamentano anche il tentativo della classe politica di ostacolare la libera informazione in materia giudiziaria attraverso una ‘legge bavaglio’ che si aggiunge alla pratica di azioni legali intentate per intimidire, imbavagliare o punire coloro che cercano di partecipare ed esprimersi su questioni di interesse pubblico”. Per non parlare delle intimidazioni diffuse sotto forma di diffide e querele, grazie anche al sistema che prevede che chi riceve una querela debba affrontare spese di giudizio per difendersi che restano anche quando la querela viene archiviata o in giudizio si vince. Questo viene usato come una clava soprattutto nei confronti di giornali e giornalisti che non hanno economicamente spalle larghe, fattore odioso quando ad operare le querele sono enti pubblici le cui spese legali sono garantite da “Pantalone”. A questo punto viene da chiedersi quante notizie e inchieste vengono “autocensurate”? Probabilmente molte ed è soprattutto su questo che il potere, in tutte le sue forme, conta mettendo sotto pressione i giornalisti cercando ogni tanto di dare l’esempio eclatante o per via “giudiziaria” o peggio con azioni violente. Fra i tanti commenti all’attentato contro Ranucci vale la pena citare quello del deputato Avs Marco Girmaldi che pare particolarmente calzante: «Stanotte, nel silenzio di una strada qualunque, un’esplosione ha squarciato la normalità. Un ordigno piazzato sotto l’auto di Sigfrido Ranucci ha distrutto non solo una vettura, ma ha sfiorato la vita di chiunque fosse lì per caso. Ha danneggiato la casa, l’altra auto di famiglia. Poteva essere una strage. Non è un avvertimento: è un salto di qualità. È il linguaggio di chi non ha più paura di mostrarsi per quello che è. Colpire Ranucci significa colpire il giornalismo d’inchiesta, quello che non si piega».




