Bluff of peace (una pace finta)

Ci sarebbe da non crederci se solo non fosse vero. Un volgare affarista e palazzinaro da strapazzo che non si capisce bene secondo quale logica (o probabilmente purtroppo sì) è diventato presidente degli Stati Uniti d’America, ha deciso che nessuno meglio di lui sia in grado di governare il pianeta. Sì, perché non si accontenta di essere presidente di quella federazione, ma si sente in grado di allargare all’infinito il suo potere e di decidere cosa sia il bene e il male per il mondo.
La Groenlandia gli farebbe comodo? Embè? La si piglia con o senza (anzi, senza o con) intervento armato; tanto dei quattro esquimesi mangiatori di foche che popolano quell’isola, a chi gliene può importare? Non sono neppure bianchi!
Il petrolio venezuelano, mica solo quello, il Venezuela è straricco di tutto, fa gola a molte delle compagnie del settore e perlopiù statunitensi? Bene, l’oro nero e tutto il resto del Paese sudamericano appartengono di diritto a quelle aziende e dunque si rapisce (non senza l’appoggio dei suoi maggiori alleati di governo) il Presidente venezuelano e si piglia e porta a casa quello che si vuole.
Cuba resiste da più di 60 anni ai continui tentativi di colpo di Stato e ad un inumano embargo organizzati da CIA e soci? Si blocca anche quel poco di petrolio che arrivava, guarda caso, in maggioranza dal Venezuela e si costringono i cubani ad una vita di merda con il pretesto di favorire un cambio di regime che apra però alle esigenze degli USA a cui della democrazia non potrebbe fregare di meno. Altrimenti la applicherebbero anche a casa loro.
L’Iran ha un governo che fa schifo, e questo è un dato di fatto, ma i suoi abitanti saranno padroni di scegliersi da chi farsi governare o no? Certo, cambiare un governo “teocratico-dittatoriale” che ha il numero di esecuzioni di condanne a morte tra i più alti del mondo non è uno scherzo e lo si è visto recentemente con la spietata repressione nei confronti dei manifestanti. Che poi tra la gente pacifica ci fossero anche dei provocatori (Israele sostiene ufficialmente che suoi agenti erano presenti in numero consistente tra i manifestanti) che hanno fatto degenerare le proteste è un altro discorso. Comunque sia, e dopo che con Obama li USA avevano firmato nel 2015 un accordo sul nucleare (JCPOA) che prevedeva limiti nell’arricchimento delle centrifughe e ispezioni periodiche da parte dell’AIEA ai siti nucleari persiani, il biondo che pensa che il pianeta non possa girare senza di lui ha deciso che qual documento fosse carta straccia e che l’Iran doveva essere bombardato per evitare un chissà quale pericolo per l’umanità, naturalmente senza ricordarsi che gli unici che hanno sperimentato l’esplosione di un ordigno nucleare su due città, sono proprio gli USA. Ora, si vorrebbe ripetere l’esercizio ma colpendo più a fondo i siti nucleari iraniani con le eventuali immaginabili conseguenze. Solo le pressioni da parte dei suoi alleati della Penisola araba (non tutti in verità) preoccupati degli effetti sui loro affari causati da una nuova guerra contro l’Iran, ha per ora fermato che la forza bruta statunitense e israeliana prevalesse sui tentativi di accordo che ragionevolmente potrebbero essere messi in campo. Ma nessuno scommetterebbe sulla rinuncia all’intervento armato le cui conseguenze sarebbero uno stato di confusione totale su tutta l’area mediorientale.
Sulla questione dell’invasione russa in Ucraina, il nostro eroe è da prima di esser eletto che ci assicura che la pace è ad uno sputo e che si tratta solo di dettagli che devono essere messi al loro posto. Che poi i dettagli siano argomenti complessi come il destino del Donbass, degli altri territori ucraini conquistati dai russi a prezzo di centinaia di migliaia di morti, del futuro delle alleanze sia politiche che della difesa dell’Ucraina, dell’enorme debito che quel Paese ha contratto e che i suoi creditori non si faranno problemi a battere cassa lasciando gli ucraini (non tutti ovviamente) “in braghe di tela”, a Trump non pare rappresentare un problema.
La lista sarebbe lunga, ma cerchiamo di circoscrivere i riferimenti e passiamo alla Palestina che rimane questione centrale per gli equilibri disastrati del Medio Oriente. Mettere in fila tutti i problemi dei palestinesi sarebbe veramente lunga, ma vediamo solo di capire cosa sta succedendo e in che modo la situazione di quei disperati si sta evolvendo in un silenzio in parte dovuto all’attenzione concentrata su altri quadranti, ma prevalentemente al tentativo di coprire le porcate che i cosiddetti potenti cercano di far passare sulla pelle dei gazawi e degli abitanti della Cisgiordania.
Il piano di pace che aveva sollevato così numerose perplessità su una sua possibile riuscita, si è rivelato un bluff nei confronti dei palestinesi che se hanno visto diminuire i bombardamenti israeliani e aumentare un minimo l’ingresso di un qualche “aiuto umanitario” che ha contribuito in modo assolutamente parziale al miglioramento della vita dei milioni di sfollati, ormai concentrati in una minuscola fetta di quella che già prima dell’invasione israeliana era una delle aree a maggiore concentrazione umana del pianeta. Un vero inferno rappresentato da un’enorme tendopoli costituita da strutture meno che essenziali e da un infinito cumulo di macerie prive di servizi indispensabili quali fogne, elettricità, cliniche in cui anche il cibo è disponibile ben al di sotto del minimo necessario, un agglomerato di stracci sottoposto a continui bombardamenti (nonostante gli accordi li proibiscano e che hanno causato più di 600 uccisioni dall’inizio della cosiddetta tregua) ed esposto a condizioni atmosferiche che quest’anno sono state ancora più estreme del solito. Con migliaia di camion pieni degli aiuti, soprattutto di “shelter” (rifugi provvisori) che potrebbero garantire un minimo di vita decente a chi vive nel fango. Gli accordi dell’Ottobre scorso prevedevano l’ingresso giornaliero nella Striscia di almeno 600 camion che sarebbero stati comunque inferiori alle reali necessità della stremata popolazione; in realtà ciò che l’esercito israeliano che controlla tutti i valichi di entrata a Gaza (anche Rafah che dovrebbe essere di competenza egiziana) ne lascia passare meno della metà, compresi quelli destinati al commercio “normale” e senza far entrare quei beni essenziali, come appunto soluzioni abitative, medicine, apparecchiature mediche, depuratori di acqua e soprattutto carburante necessario a far funzionare praticamente tutto.
La vita dei palestinesi della Cisgiordania non è poi così più facile; l’appropriazione illegale da parte dei fanatici coloni dei territori di proprietà di coloro che vivono su quelle terre da secoli, continua senza sosta e sostenuta dai militari di Tel Aviv e supportati dalle altrettanto illegali leggi che Israele impone ai locali palestinesi e su proprietà che non appartengono certo agli occupanti. Non bastano i continui attacchi ai villaggi indifesi che costringono i loro abitanti all’abbandono di case e campi, ora il governo israeliano impone ai palestinesi di dimostrare con adeguata documentazione che le terre e le case in vivono appartengono proprio a loro. In mancanza di quei documenti, quei beni passano al demanio e allo Stato. Di quale Sato stiamo parlando? Di quello Israeliano occupante che non ha competenza e tanto meno il diritto di accaparrarsi proprietà che non gli appartengono? Su quello palestinese di cui si va blaterando da decenni e che ormai è diventato una barzelletta oscena con le sue presunte soluzioni di due Stati e due popoli? Non esiste un catasto a cui riferirsi per rivendicare il possesso dei propri beni ed Israele ha fatto in modo che un sistema del genere non si creasse e che quel poco esistente venisse distrutto. Pertanto molte delle abitazioni costruite nel recente passato non possiedono permessi e spesso anche il possesso delle terre si basano su accordi che definiremmo di “gentlemen agreement”, cioè verbali e comunque da centinaia di anni sempre rispettati. Da tutti tranne che da Israele che ritiene illegali le costruzioni e normale requisire le terre di proprietà dei palestinesi. Di illegale c’è solo la pretesa israeliana di costruire ulteriori colonie (anche quelle, e tutte, illegali) su terreni che non possono essere suoi e di difendere quei fanatici esaltati che continuano a bruciare le case dei palestinesi, i raccolti dei loro campi e se ci riescono anche di mandare all’altro mondo chi osa ribellarsi. Da Ottobre 2023 sono circa 1.200 i palestinesi di Cisgiordania assassinati dai coloni o dall’esercito israeliano. Decine di migliaia coloro che sono stati cacciati dai villaggi e dai campi profughi, in realtà intere cittadine, di quell’area e da Gerusalemme Est. E tutto ciò, talvolta, con la complicità delle Autorità Palestinesi dell’immarcescibile Abu Mazen.
Ora qualcuno si è inventato il Board Of Peace, cioè una pagliacciata che dovrebbe governare la Striscia di Gaza e gestire la ricostruzione secondo il parere di gentaglia il cui solo interesse è quello di far affari in quell’area una volta risolto quel fastidioso impedimento rappresentato dai due milioni e passa di palestinesi che si ostinano invece a non volersene andare. Un sistema che in verità punta molto più in alto e mira a sostituire una volta per tutte quel tentativo di governo superpartes (in teoria) mondiale che si supponeva essere in grado di dirimere i contenziosi internazionali e di rappresentare una struttura idonea a portare gli aiuti alle popolazioni delle aree in crisi. Un’organizzazione, quella delle Nazioni Unite che avrebbe profonda necessità di essere riformato; giusto per dirne una non si capisce per quale motivo 5 Stati su 193 debbano detenere il vero potere decisionale anche per tutti gli altri attraverso il diritto di veto. Un sistema che ha dimostrato nel bene (poco) e nel male (troppo) tutti i suoi limiti. Da qui, però, ad essere soppiantato da un’organizzazione composta da finanzieri, speculatori e costruttori bisognosi di investire a qualsiasi costo (per gli altri ovviamente) e diretti da un poco sano di mente, convinto delle sue capacità taumaturgiche, e che avrebbe diritto di decisione finale anche una volta che finalmente non ricoprirà indegnamente la sua carica di presidente degli USA, il salto mi sembra puntare al buio più profondo. Ma tant’è, c’è sempre qualcuno come l’esecutivo italiano che senza nemmeno rendersene conto, non essendo in grado di governare decentemente il proprio di Stato, punta sugli altri rendendosi supino di fronte alla legge del più forte. Magari in modo ancora più ambiguo, frenato dalla Costituzione che per fortuna pone dei limiti alla sfacciataggine, non trova di meglio che proporsi tra quelli che vedranno le decisioni altrui dal buco della chiave, così come fanno i guardoni credendosi forte alla pari di chi le decisioni le prenderà sul serio e ringraziandoli per il presunto ruolo accordatogli.
Nel frattempo, il governo rappresentato da potenziali galeotti, quello israeliano, non solo entrerà a pieno titolo nel famoso Board, ma ha anche deciso che se Hamas non consegnerà tutte le armi entro il 15 Marzo, la guerra riprenderà, come se si fosse davvero fermata. Da parte dei nostri eroi della maggioranza, ma anche dall’assonnata opposizione, non pare ci siano particolari scatti di reni.
Ma abbiamo anche altro a cui pensare ed in fin dei conti questi palestinesi ci hanno un po’ stufato. O no? Ecco, io penso proprio di no e che sia necessario rilanciare quel movimento che solo pochi mesi fa ha portato in piazza un’enormità di persone di cui si pensava fossero perse le tracce. Non molliamo e soprattutto non molliamo la Palestina.

Docbrino