Caso Regeni, la verità è negata le prove nei tabulati mancanti

“Lo studio delle celle telefoniche a cui Giulio Regeni si sarebbe agganciato il 25 gennaio, giorno della sua scomparsa, farebbe emergere un quadro inquietante, per questo la Procura di roma insiste per avere i tabulati telefonici e per questo probabilmente le autorità egiziane non vogliono fornirlo, altro che privacy. La scusa utilizzata dagli egiziani per non fornire il materiale agli investigatori italiani, non fosse che parliamo di un atroce omicidio, sarebbe la conclusione di una comica, ma purtroppo in quanto è accaduto e sta ancora accadendo sotto il velo oscura della dittatura di al Sisi non fa ridere nessuno. Per l'assoluta mancanza di trasparenza i rapporti diplomatici fra Italia ed Egitto si sono interrotti e restano molto tesi. Oggi è anche intervenuta la presidente della Camera, Laura Boldrini: "Regeni è stato ucciso con evidenti segni di tortura: penso che la cittadinanza europea vada esercitata anche in questo caso. Quando un cittadino europeo viene trattato in questo modo, credo che l'Europa dei diritti debba ribadire tutta insieme la richiesta di verità su un caso come questo". Del ressto ieri il premier Matteo Renzi e il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, hanno ribadito la richiesta di "verità" a tutti i costi dopo il fallimento registrato fino ad oggi nelle indagini. E hanno insistito in particolare nella richiesta dei tabulati telefonici, ritenuti indispensabili dai magistrati romani ma che Il Cairo non intende assolutamente. "Le indagini investigative nel mondo si fanno molto spesso basandosi sui tabulati, sulle intercettazioni" e se non ci fossero "buona parte delle indagini che si fanno anche nei Paesi più attaccati alla privacy non si farebbero", ha ricordato oggi Gentiloni dal Giappone dove si trova per la riunione dei ministri degli esteri Ue. "Io rispetto gli argomenti dei governi con cui abbiamo a che fare", ha detto ancora riferendosi al perentorio 'no' opposto sabato dalla Procura generale egiziana alla consegna dei tabulati delle utenze agganciate alle celle del Cairo vicine ai luoghi di scomparsa di Regeni e del ritrovamento del suo corpo martoriato. "Ma il buon senso dice che nelle indagini si usano questi strumenti. Dalle Alpi alle Piramidi", ha aggiunto il ministro. Intanto al Corriere della Sera, Rasha e di suo fratello Sameh, i cui familiari sono stati accusati della morte del ricercatore italiano, raccontano che è stata la polizia egiziana a mettere i documenti di Giulio Regeni nella borsa della cosiddetta "gang specializzata nel derubare e sequestrare stranieri", accusata dal Cairo di avere ucciso il ricercatore italiano. Una banda criminale che è stata letteralmente crivellata di colpi ad un posto di blocco, pare senza alcun tentativo di prenderli vivi. Sameh ha affermato che "Quella borsa era di mio fratello Saad, il portafogli con la scritta 'Love' è di mia madre. I soldi erano il frutto della vendita di un'auto a un tizio di Dubai. La polizia ha messo i documenti tra le nostre cose durante la perquisizione. Non può essere stato nessun altro. E la prova è che tra gli oggetti c`è il portafogli marrone di mio fratello: lo aveva con sé quando lo hanno ucciso". I due spiegano al giornale che "Nostro padre aveva avuto dei guai con la legge, per essersi spacciato per un poliziotto di basso rango e mio marito era con lui, ma avevano abbandonato ogni attività criminale dopo essere usciti di prigione sei anni fa. Non avrebbero mai portato mio fratello a fare qualcosa di illegale. Lui aveva un buon lavoro, vendeva automobili".

il dato

Secondo indiscrezioni il giovane ricercatore italiano non sarebbe stato sequestrato tra la sua abitazione a Il Cairo e la metro di Dokki, come gli investigatori egiziani hanno sempre cercato di far credere ma in piazza Tahrir che quella sera era controllata, guarda caso dagli agenti del generale Khaled Shalaby, l'uomo che ha fornito più di una versione sul ritrovamento del cadavere dello studente friulano e che al termine di una giornata di scontri e operazioni di polizia parlò di "diciannove egiziani e uno straniero arrestati" per poi negare si trattasse di Giulio Regeni.

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