C’è voglia di genocidio in medio oriente. Erdogan attacca i Curdi e minaccia la bomba immigrati verso la Ue

Photo made available by the Turkish Minister of Defence

Detto fatto. Erdogan ha subito registrato il via libera datogli da Donald Trump all’azione anti-curdi (che di fatto hanno  liberato quell’area dall’Isis), mente ha finto di non vedere la retromarcia che lo stesso Donald ha fatto come nel suo stile. Infatti poche ore dopo il suo annuncio di ritiro delle truppe Usa, che  erano l’unico deterrente esterno alla già da tempo pianificata azione di Ankara. Così ora la situazione, da calda, è diventa incandescente e non solo per i Curdi che ai tradimenti occidentali sono avvezzi. La tensione in realtà si irradia a livello globale ed il rischio di un rovesciamento di fronti è altissimo visto che i Curdi pronti ad allearsi con Assad e come logica conseguenza con la Russia. Insomma lo scacchiere nel Medio Oriente va via via delineandosi in maniera imprevedibile. Le forze militari curdo-siriane, dopo il voltafaccia degli Usa, storici alleati, non escludono di collaborare con il governo di Damasco di Bashar al-Assad in funzione anti-turca, parola di Mazlum Abdi, comandante in capo delle forze del nord-est della Siria, ribadendo un concetto già espresso nei mesi scorsi di fronte alle insistenti minacce militari rivolte da Ankara. Dal canto suo anche l’Iran è contrario a qualsiasi operazione militare della Turchia in Siria e questo potrebbe ulteriormente complicare la situazione. Ad “avvertire” Erdogan è stato il ministro degli Esteri di Teheran Mohammad Javad Zarif in una telefonata con l’omologo turco Mevlut Cavusoglu. “La lotta al terrorismo e la creazione di sicurezza e stabilità sono una necessità per la Siria”, ma sempre rispettandone “l’integrità territoriale e la sovranità nazionale”, avrebbe detto Zarif, secondo l’agenzia Mehr. Da parte sua, Cavusoglu ha assicurato a Zarif che l’operazione turca sarà “temporanea”.
Probabilmente avvertito dal Pentagono della complessità della situazione determinata dalla sua sparata ora Trump prova a fare la voce grossa con Erdogan minacciando ritorsioni economiche. Ma la frittata è fatta, Il tycoon, poche ore dopo aver detto di voler portare a casa i soldati americani da “una guerra ridicola”, ha parlato invece di un ridispiegamento di 50-100 membri delle forze speciali “in altre basi” dell’area. Altra trovata, questa si ridicola. Quindi si è detto pronto a “distruggere totalmente” l’economia turca qualora l’azione di Ankara “superi i limiti” senza specificare cosa si intenda per “superare i limiti”. Nulla di equilibrato certo, detto da uno che voleva fare i fossati anti-immigrati con caimani e serpenti ai confini con il Messico. Intanto, l’agenzia governativa di Damasco fa sapere che nella notte bombardamenti di Erdogan hanno colpito nel nord-est della Siria, vicino al confine ma la notizia non trova al momento conferma da parte turca né dalle autorità curdo-siriane. Di certi però le forze militari turche hanno inviato nelle ultime ore rifornimenti consistenti nella Siria settentrionale alle truppe corazzate presenti in un’area già controllata dai soldati di Ankara e dove si trovano anche milizie arabe cooptate dal governo turco e che potrebbero compiere quelle esagerazioni di cui parla Trump dalle quali Ankara è facile prevedere si riterrebbe estranea secondo un protocollo in uso da decenni, far fare il lavoro sporco ad alleati improvvisati per poi nascondere la mano che li ha armati.
Movimenti di truppe turche sono già riferite da fonti sul terreno che confermano quanto già documentato dall’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus). Le fonti precisano che convogli militari turchi sono entrati in Siria all’altezza della città frontaliera di Jarablos, sulla sponda occidentale del fiume Eufrate. Questi movimenti di truppe si registrano all’indomani degli annunci di una imminente operazione militare turca a est dell’Eufrate, nelle regioni controllate dalle forze curde e dove operano anche militari americani. La posizione della UE resta al momento “fluida” dato che già a settembre Erdogan aveva minacciata la Ue, quando il presidente turco dichiarò, che in caso di nuovi flussi di profughi diretti in Turchia dalla Siria avrebbe aperto i confini con l’Unione europea, venendo sostanzialmente meno all’intesa sui migranti sottoscritta nel 2016. Una minaccia che si accompagna alla diffusione dei piani militari di Ankara. L’offensiva militare della Turchia nel nord sarebbe solo la prima parte della strategia di Ankara che dopo l’occupazione militare di una vasta area di territorio siriano prevede una seconda fase attraverso cui il presidente turco Recep Tayyip Erdogan vuole riportare in Siria il più alto numero possibile di rifugiati oggi “ospitati” nei campi sul confine e profumatamente finanziati dalla Unione Europea.
Il piano di Ankara, una sorta di libro dei sogni, dovrebbe permettere il ritorno di un milione di siriani e prevede la costruzione di oltre 100 villaggi e la creazione di 10 distretti principali. Secondo il piano in ogni villaggio saranno ricollocati 5 mila siriani divisi in mille condomini con abitazioni di 100 metri quadrati, punti di approvvigionamento, due scuole, due moschee, un centro ricreativo per i giovani e una palestra. Alle famiglie residenti dovrebbe essere assegnato un pezzo di terra da coltivare, il che significa che 140 milioni di metri quadrati in tutto saranno destinati a uso agricolo, mentre 92,6 milioni di metri quadrati della ‘safe zone’ saranno destinati alla costruzione degli edifici. Più nel dettaglio i 10 distretti “capoluogo” saranno composti da 6 mila edifici ognuno, una moschea centrale e altre 10 moschee, 8 scuole, una scuola superiore, due palestre, cinque centri per i giovani, un campo da calcio, due ospedali e un’area industriale. Il piano di Ankara ha un costo stimato in 26,4 miliardi di dollari e prevede in tutto la costruzione di 200 mila condomini. Insomma una sorta di paese di Bengodi da costruire cacciando i Curdi ma che soprattutto Ankara vuole venga realizzato con denaro dell’Europa. Infatti per la stessa ammissione di Erdogan i costi non possono essere affrontati dalla Turchia da sola, con il presidente che ha approfittato della Assemblea Generale Onu a New York dello scorso 24 settembre per strizzare l’occhio all’Europa, promettendo il ritorno di circa 3 milioni di profughi siriani nel caso la zona da porre sotto controllo fosse estesa a ovest del fiume Eufrate fino a Raqqa e Deir Ezzor. Unico ostacolo la presenza dei Curdi, che si prepari l’ennesimo genocidio nell’indifferenza dell’Europa?

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