Chi ha paura degli aquiloni?

Proibire un gioco, ma anche l’ascolto di una certa musica o la libera espressione di un corpo o la lettura di determinati libri, rivela lo spasmo arrogante di chi esercita un potere attraverso l’umiliazione di dignità e umanità.
È il caso, in questi giorni, dell’Egitto di al-Sisi e degli aquiloni. Notizia passata e poi non rilanciata. Il fermo dei ragazzi che dai balconi e dalle terrazze vi stavano giocando, le multe comminate sia a loro che ai venditori di aquiloni, hanno mostrato al mondo (e così all’Italia) la sfrontatezza impunita di un regime che trova nell’ingiustizia praticata e declamata la chiave del proprio esistere e nella paura lo strumento del controllo. Non è la prima volta che gli aquiloni vengono presi di mira: lo hanno fatto il Pakistan, l’Afghanistan, gli USA dove già alla fine dell’800 venne varata un’apposita legge, che sarebbe stata abrogata solo decenni dopo, quando un’intera generazione investì il mondo di un’ondata di pacifismo e di sogni libertari.
In quanto alle ragioni del provvedimento, l’Egitto ripete il copione usuale, quello delle esigenze di sicurezza nazionale e del pericolo di spionaggio, travestiti da misure a salvaguardia della salute. Sono d’altronde gli stessi motivi che adduce nell’arrogarsi il diritto, all’interno dei propri confini, di arrestare, torturare, uccidere, nella quasi totale incapacità di reazione efficace da parte delle Istituzioni mondiali e dei singoli Stati.
Quanto accade in Egitto ci colpisce come individui solidali con quegli adolescenti ma in particolar modo perché questi fatti riguardano l’esercizio del controllo su noi cittadini, tutti noi in ogni parte del mondo, e parlano alla nostra libertà, alla vita stessa. Il controllo sociale è qualcosa con cui ovunque abbiamo quotidianamente a che fare, in gradi e modalità diverse e soprattutto con strumenti sempre più subdoli e accattivanti.
Gli aquiloni sono simboli, e noi umani siamo corpi e simboli, un intreccio di carne e linguaggio. I simboli fanno paura, soprattutto se sono simboli di libertà. E l’aquilone è un simbolo antico e universale: nato all’incrocio di arte, matematica, spiritualità, utopia, vive di altezze, e dei liberi pensieri che gli vengono affidati. È così che sono nate anche le feste italiane (e friulane) dell’aquilone, nel segno della consegna, del passaggio di un testimone, di un ricordo.
Sarebbe bello se tutta l’energia con cui siamo capaci di accanirci contro i simboli degli orrori della storia fosse dedicata alla salvaguardia e alla condivisione dei simboli di pace.
L’aquilone è associato al vento, ci parla di respiro e di quando manca. Togliere l’aquilone è togliere respiro, come accade nelle prigioni, dove il respiro manca: non vi è cielo fra quattro mura. E manca soprattutto alle moltitudini che muoiono annaspando nell’acqua del Mediterraneo mentre stanno cercando la possibilità di vivere liberamente una vita dignitosa. Il respiro manca a chi muore, negli ospedali, prono sotto un respiratore. Il respiro, l’aria, quest’aria che è stata invasa, che non è quasi più nostra, ci interessano, eccome. Assieme alla libertà.
Un nonno (il mio) reduce dalla prima guerra mondiale raccontava che, di fronte agli amici che morivano, diceva che “avevano dimenticato di respirare” perché, derubati di tutto ciò che li rendeva uomini, da ultimo dimenticavano anche il respiro.
Dianella Pez