Con i 600 di Balaklava finì la cavalleria. sarà così anche per il prossimo parlamento?

 

Nel 1854 una brigata di cavalleria leggera britannica caricò frontalmente l’artiglieria russa a Balaklava (Crimea). I 600 cavalieri e relativi cavalli ne furono eroicamente massacrati e si capì che quel tipo di combattimento stava passando di moda, anche se ulteriori episodi non mancarono durante la I guerra mondiali, e nella Polonia invasa anche nella II.
Che sia così anche per il futuro della democrazia rappresentativa italiana con i 600 deputati e senatori della modifica appena approvata con referendum popolare? Credo proprio di sì!. Sotto il tiro delle cannonate governative, in nome della efficienza e rapidità delle decisioni non vi è scampo.
La vittoria del SI ha aperto in questi giorni il dibattito non tanto sulla nuova legge elettorale per Camera e Senato ma sulle modifiche alla Costituzione necessarie a rendere logiche e praticabili le nuove dimensioni parlamentari, se possibile, almeno nelle intenzioni del PD, salvando un minimo di democrazia rappresentativa. Per Grillo peraltro ormai del tutto obsoleta.
Questa caritatevole missione appare peraltro quasi impossibile, non tanto tecnicamente ma proprio nella sostanza. Il rifiuto del “parlamentarismo indecente” sancito dal popolo italiano con il SI diventa non affrontabile con semplici accorgimenti che ne rappezzino le disfunzioni operative, ma chiede una riflessione più profonda sul futuro dell’insieme delle strutture istituzionali che sorreggono lo stato italiano.
Pur con vari distinguo, le linee emergenti di intervento sono da un lato la centralità di governo, da rafforzare e proteggere da ogni insidia parlamentare, e dall’altro la scomparsa di un bicameralismo “quasi perfetto”, da sostituire con qualche sede di rappresentanza delle autonomie territoriali. Non credo che così si risolva granché.
Sempre più fortemente non potrà che riemergere la questione regionale. A partire da un nodo storico politico di “misunderstanding” dell’attuale fase evolutiva del sistema istituzionale italiano. Le disfunzioni amministrative, le contraddizioni dell’evoluzione sociale ed economica, le difformità delle caratteristiche dello sviluppo, per arrivare alla corruzione ed alla criminalità, sono elementi dovuti ad una pura mancanza di potere di decisione dello stato centrale nel gestire le “riottose” regioni, o sono il portato di una mancata trasformazione di uno stato unitario “impossibile” in una direzione regionale-federalista in grado di interpretare le differenze territoriali non come minacce ma come opportunità?
Il sistema politico italiano, e purtroppo quasi l’intero asset di comunicazione e cultura politica anche accademica, continua ad andare alla ricerca di un modello di ricostruzione di un potere centralizzato e piramidale. E così si sono generati “mostri” che sembrano uomini del destino, ma che nello spazio di pochi anni si sono rivelate vuote “macchiette”. E’ successo nell’attuale decennio con Renzi e Salvini. E lasciamo perdere Di Maio.
Nel frattempo quasi come una invocazione disperata la gente continua a votare Zaia e De Luca, magari sperando prima o dopo di incoronarli come governatori del nord e del sud, lasciando naturalmente il centro al Papa 150 anni dopo Porta Pia.
L’immagine dello Stato come luogo di ripristino della efficienza e quella delle Regioni come dissipazione e malaffare non regge. Allora la risposta non può essere qualche banale lavoro di manutenzione che approfittando dell’odio popolare verso Roma si accontenti di qualche ulteriore risparmio, tipo due cappuccini all’anno per cittadino dopo il caffè della riduzione dei parlamentari.
La crisi strutturale dello stato nazione che coinvolge pesantemente i pilastri che lo sostengono, alta burocrazia, magistratura, finanza, e che le cronache di questi anni mettono sempre più in luce, per essere affrontata ha bisogno di un faticoso lavoro di continui cambiamenti, con compromessi tra esigenze profondamente diverse che provengono dalle “periferie”, con una disponibilità a evitare le semplificazioni.
A qualcuno potrà non sembrare elegante ripartire da Zaia e De Luca, ma la saggezza popolare talvolta ci azzecca. Diventa quindi fondamentale il confronto con un nuovo regionalismo, culturalmente e politicamente sganciato da scorciatoie per la ricerca di uniformità ad ogni costo.
E forse questo potrà anche dare qualche prospettiva per quanto riguarda l’insieme delle relazioni internazionali in cui siamo inseriti. Se uno dei risultati di una visione nazionale forte ed unica ha prodotto in 150 anni la scomparsa della cultura e lingua italiana ( vedi Limes n.8/2020, Pietro Figuera “Quando il Mediterraneo parlava italiano: storia di una rimozione”) da tutte le sponde del “mare nostrum” non più nostre, forse è il caso di porsi qualche domanda.

Giorgio Cavallo