“Con la cultura non si mangia” è fack news In Italia i settori culturali e creativi superano i 92 miliardi di valore aggiunto

Con la cultura si mangia. Insomma, fa bene all’economia. Ma, soprattutto, la cultura nutre le singole persone e promuove la coesione sociale. Paola Dubini, professoressa di Management all’Università Bocconi di Milano, lo dimostra nel suo saggio “Con la cultura non si mangia. Falso!”, che è stato presentato questa sera, a palazzo Torriani, in un incontro – promosso da Confindustria Udine, in collaborazione con Editori Laterza e Fondo Audiovisivo Fvg – cui hanno partecipato, oltre all’autrice, Damiano Ghini, delegato alla Cultura di Confindustria Udine, l’editore Giuseppe Laterza e Paolo Vidali, direttore del Fondo Audiovisivo FVG. A condurre il dibattito Paolo Mosanghini, vice direttore del Messaggero Veneto.

Il patrimonio culturale, nelle parole dell’autrice “è reale perché è visibile, riconosciuto, specifico: raccoglie i capolavori del genio creativo umano, è composto di elementi materiali, ma anche immateriali, perché la dimensione intangibile della cultura, fatta di tradizioni, di conoscenze tramandate, è strettamente collegato al patrimonio tangibile ed altrettanto importante. Siamo in Friuli e credo sia persino superfluo ricordare quanto qui contino la lingua e il paesaggio”.

Dubini riporta alcuni dati significativi, che ci fanno comprendere come la cultura sia “portatrice sana di ricchezza”: i settori culturali e creativi contribuiscono al 4,2% del PIL europeo. In Italia, invece, l’ultima indagine Symbola- Unioncamere stima che nel 2018 il perimetro del sistema produttivo culturale e creativo supera i 92 miliardi di euro di valore aggiunto così ripartiti: oltre 13 miliardi provenienti da settori creativi (architettura, comunicazione, design), circa 34 miliardi dai settori culturali (cinema, radio, tv, videogiochi, digitale, musica, stampa, editoria), 3 miliardi del patrimonio storico-artistico, quasi 8 miliardi dalle arti performative.
Secondo questa indagine, la cultura ha sul resto dell’economia un effetto moltiplicatore pari a 1,8: in altri termini per ogni euro prodotto dalla cultura se ne attivano 1,8 in altri settori.

Il punto, forse, sta qui: non è che la cultura non sia redditizia, ma non ci si investe abbastanza. Uno dei motivi per cui ci ostiniamo a dire che con la cultura non si mangia, secondo Dubini è legato “alla tendenza di considerare le sue componenti come risorse materiali, paragonabili al petrolio”. “Eppure – ha aggiunto – c’è un altro aspetto da considerare quando si esaminano le ricadute dell’investimento in cultura: aiuta a risparmiare su altro. Non solo le statistiche europee ci dicono che esiste una prevedibile correlazione fra investimenti in cultura, scolarità e riduzione degli abbandoni scolastici, ma gli investimenti in cultura sono correlati alla salute, all’abbassamento dei livelli di criminalità, all’aumento della qualità percepita della vita”.

“Nei paesi dove si legge di più – ha sottolineato l’editore Giuseppe Laterza, sfoderando i dati – si investe di più in istruzione e ricerca. Guarda caso, sono i paesi nei quali il Pil cresce maggiormente e pure i redditi sono migliori. La cultura crea valore per le imprese culturali e i loro addetti, ma crea soprattutto capitale sociale, che è terreno fertile nel quale sviluppare complessivamente maggior benessere sociale e progresso”.

“Con la cultura non mangia chi la fa in modo dilettantesco” – ha commentato Paolo Vidali – mentre Damiano Ghini, raccontando l’esperienza dell’azienda che dirige, nella quale è stata creata una biblioteca a beneficio dei collaboratori ha ricordato che “le imprese sono comunità di persone e le persone sono centrali nel successo di ogni impresa”. “La nostra piccola esperienza, da questo punto di vista, è stata un successo che è andato al di là di ogni nostra aspettativa”.

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